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 2017  maggio 16 Martedì calendario

La lezione del «loco». Bielsa: «Divertirsi non è un ostacolo chi emoziona ha più qualità»

Il calcio, e forse il mondo, potranno essere salvati dalla bellezza, dalla bontà, dall’attenzione ai più deboli e ai giovani, mentre gli organi di informazione per lo più contribuiscono al caos, o ad aumentare l’ignoranza dei popoli. Marcelo Bielsa racconta la sua visione della vita a Perugia, nell’ultima serata di “Encuentro 2017”, festival di cultura spagnola e latinoamericana. Non parla di attualità, quindi neppure dei motivi che lo spinsero a rifiutare la panchina della Lazio un’estate fa, ma conciona a lungo sui massimi sistemi, fino oltre mezzanotte. «Il paradosso nel calcio è che sempre più spesso la bellezza, il bel gioco, è considerata un ostacolo sulla via della vittoria. C’è addirittura la dicotomia: meglio vincere o giocare bene? Assurdo. Bisognerebbe giocare bene per vincere, basta. Ma sono le semplificazioni dei media, che per rendere un’idea comprensibile alle masse la riducono ai minimi termini». Per Bielsa l’unico obiettivo deve essere la vittoria, ma considerando anche l’idea della sconfitta: «Preferisco giocare rischiando di non fare neppure un punto, però l’obiettivo è di ottenerne tre. Se nessuno rischia, non c’è partita, non c’è calcio. Però la società ormai dice che chi perde è un idiota… In ogni caso, non è pericoloso non raggiungere l’obiettivo della vittoria, se lo si è meritato; è molto più pericoloso ottenere un successo non meritato». Per un allenatore come lui, enorme importanza riveste il rapporto umano con i giocatori: «Cerco di migliorare la qualità dei miei calciatori provando a farli emozionare ogni volta che giocano, il che accade un paio di volte a settimana. So che questo non rientra nell’elenco delle cose importanti di un allenatore professionista, ma per me è così. E per farli emozionare devo emozionarmi anch’io. Affinché un calciatore moltiplichi le sue possibilità, è basilare difendere l’elemento più debole della squadra, dentro lo spogliatoio. Se un gruppo sente che la priorità è difenderlo, la costruzione di questo sentimento applicata a una partita porta il gruppo al suo più alto livello agonistico collettivo. L’attenzione sul più debole diventa una strategia. Invece uno dei primi messaggi che ci invia la società è: il più debole è un fastidio. Il rifiuto degli stranieri, o di chi ha pelle di altro colore, nasce dal rifiuto della povertà, perché poi quando lo straniero con la pelle scura magari ha i pozzi di petrolio o è un turista, lo si tratta in un altro modo… Una squadra di calcio è una società, solo in piccolo, con le stesse logiche del dare e del ricevere». E con gli stessi rovesciamenti: «È giusto che il più bravo venga pagato di più. Ma se è il più forte non deve avere più privilegi, semmai maggiori responsabilità, altrimenti si finisce col generare l’individualismo. L’unico modo per gestire le gerarchie, anche se può sembrarvi una favola della buonanotte per i bambini, è la bontà. Il perdono è più efficace del castigo. La gioia dà più risultati della colpa. Ormai però nel calcio di vertice esiste solo un discorso, e parte dai potenti che strapagano i calciatori se gli offrono vittorie e successi. Così il messaggio diventa: ti amo solo se vinci. E il messaggio dilaga. Fino ai tifosi, che cadono nella trappola. Anche perché i media cambiano radicalmente giudizi in caso di vittoria o di sconfitta». C’è una strada per far sopravvivere il calcio: «Seri programmi di formazione per i ragazzi.
Ma se una volta i poveri vedevano il calcio come una speranza di affermazione, ora lo sport deve competere con molte altre cose: i computer, i videogiochi, la tv, mentre per diventare un calciatore di livello devi allenarti molte ore al giorno».