Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2017  maggio 16 Martedì calendario

Caste e nazionalismo così il gigante India perde la sua sfida

La Cina pensa in grande e progetta a lungo termine. L’idea di un rilancio in chiave contemporanea della “Via della Seta” non è nuova, ma gli attuali dirigenti cinesi la propongono oggi con tutto il peso di un Paese non solo grande, ma straordinariamente dinamico. Se ce ne fosse stato bisogno, si conferma così che la Cina post-comunista ha un progetto che non è solo economico, ma che punta su grandi obiettivi geopolitici.
Non è difficile immaginare quali possano essere oggi le preoccupazioni dell’India. Non si tratta solo del fatto che il tracciato principale del progetto lascia fuori l’India e attraversa il Pakistan, compresa una zona contestata del Kashmir, cosa che ha motivato l’assenza di una delegazione indiana al Forum internazionale “One Belt, One Road.” Anche se spesso in modo non esplicito, non vi è dubbio che gli indiani abbiano concepito il proprio sviluppo in chiave di concorrenza con la Cina. Una concorrenza che si situa non solo sul terreno economico, ma anche su quello di un diverso modello socio-politico. Fino a non pochi anni fa gli indiani erano confortati dalla possibilità di vantare il proprio status di “più grande democrazia del mondo” e un pluralismo politico che il pensiero liberista considera (o considerava) essenziale per lo sviluppo di un’economia dinamica basata sulle innovazioni e non inceppata da burocrazia e ideologia. I risultati dello sviluppo indiano sono stati senza dubbio significativi, eppure la Cina ha da tempo surclassato l’India per quanto concerne indici fondamentali come il Pil pro capite, le infrastrutture, l’istruzione, la sanità. Ma vi è qualcosa di più. L’India, come dimostra la sua campagna per ottenere un seggio permanente al Consiglio di sicurezza dell’Onu, non vuole solo essere un grande Paese, ma anche vedersi riconosciuto un peso e un ruolo a livello delle principali potenze mondiali. Ma per essere uno dei Grandi non bastano né il peso economico né il dato della popolazione. Bisogna essere capaci di pensare globale, agire globale, e riuscire a proiettare una potenza che, pur partendo da dati obiettivi quali la forza economica o quella militare, deve poggiare anche su una capacità di leadership, di progettualità e di iniziativa in grado di andare oltre la dimensione puramente nazionale.
Gradualmente ma ormai in modo sempre più determinato e accelerato, la Cina sta dimostrando proprio questa capacità. Il rilancio della storica Via della Seta ne costituisce un esempio interessante. È un progetto di grande respiro, un’idea capace di coinvolgere molti altri soggetti e costruire sinergie basate sulla ricerca di vantaggi comuni. Per comprendere come stia procedendo la grande competizione Cina-India non basta raffrontare dati economici e dati sociali, ma anche due diversi nazionalismi. Quello cinese persegue fini fortemente nazionali, anzi nazionalisti, ma attraverso l’accettazione di un gioco globale: pensiamo agli attuali accenti pro-globalizzazione di Pechino, dall’adesione alle regole del libero commercio all’accettazione delle norme internazionali in campo della tutela dell’ambiente. L’India invece si attarda su un “sovranismo” ombroso più retorico che efficace, e soprattutto è governata da una leadership che si attarda su un’ideologia induista e su una persistente realtà di casta che, all’interno, non risultano certo le più indicate per costituire la base di uno sviluppo inclusivo mentre sul piano esterno risultano evidenti le difficoltà per l’India di costruire consensi e proiettarsi su scala globale. L’india conta molto su un forte legame con gli Usa, ma è da augurarsi che gli indiani comprendano che il grande potenziale del loro Paese non si realizzerà certo sulla falsariga di un nazionalismo autoreferenziale alla Trump. La democrazia è un bene non rinunciabile, ma dal punto di vista delle strategie sia politiche che economiche gli indiani farebbero bene, per trovare una formula vincente, a guardare più verso Pechino che non verso Washington.