la Repubblica, 16 maggio 2017
Lo shopping del Dragone
PECHINO Un piccolo volo per cinque cinesi, un grande volo per l’umanità. L’umanità, a dire il vero, finora non ci ha prestato molta attenzione, ma il primo viaggio del C919 – un’ora e 19 minuti, 5 uomini a bordo, partiti e tornati dallo stesso aeroporto di Shanghai Pudong, 5 maggio 2017 – rischia davvero di passare alla storia, e non solo dell’aviazione. Motivo? Mettiamo per un momento da parte la retorica della nuova via della seta – no al protezionismo, sì alla globalizzazione inclusiva – che Xi Jinping ha con tanto successo sbandierato nel primo summit suggellato ieri dal documento sottoscritto da 68 nazioni. E proviamo a seguire la strada che da sempre spiega (quasi) tutto: quella dei soldi. La parabola del primo jet made in China in questo senso è davvero da case history. Trema Europa, trema America: Airbus e Boeing non sono più soli, quanto ci metteranno i cinesi a primeggiare anche in questo business che solo qui vale 565 miliardi di dollari?
Per carità: un jet non fa primavera. Ma questo è il Paese del tempo lungo e degli imperi millenari: e che fretta c’è. Il nuovo ordine cinese è già scritto: e non solo nei 3mila miliardi di dollari in riserve straniere che potrebbero finanziare qualsiasi conquista. Certo Donald Trump che si fa da parte al grido di America First, pensiamo prima all’America, un aiutino lo dà. Ma è questione di forma mentis: il piano quinquennale sarà anche un’invenzione marxiana ma già ai tempi dell’impero la pianificazione da queste parti era tutto. Qui si ragiona per traguardi. Adesso, per esempio, tutto il Paese è concentrato su Made in China 2025. Che cos’è? Una tabella di marcia da 300 miliardi di dollari che fa rizzare i capelli ai funzionari della Camera di commercio europea. I cinesi vogliono che entro i prossimi 8 anni il 70% della produzione di beni oggi importati – dagli aeroplani, appunto, alle auto elettriche – sia fatta in casa. Per la concorrenza internazionale è un incubo. Anche perché il piano prevede non solo tassi di prestito agevolato per i soliti colossi di Stato, ma anche assistenza, sempre di Stato, alle aziende che prenderanno la scorciatoia di comprare direttamente le società straniere: trasformando per magia i loro prodotti in “fatto in Cina”.
È una strategia che arriva da lontano. Howard W. French ha appena pubblicato un libro, “Tutto sotto il cielo”, che spiega «come il passato serva a modellare la spinta della Cina per il potere globale». «Per buona parte degli ultimi duemila anni» ricorda il professore «la norma, per la Cina, è stato il dominio natu- rale su “ogni cosa sotto il cielo”: un concetto noto in cinese come Tian Xia». Altro che via della seta: vecchia e nuova.
Nella mappa del mondo, al centro, da sempre ci sono sempre loro: gli abitanti di Zhongguo, il Regno di Mezzo. Passato e presente si intrecciano: inseguendo il mistero della “grande strategia della Cina” gli analisti di Rand Corporation osservano come «i regimi cinesi abbiano dovuto affrontare gli stessi problemi di sicurezza: dal consolidamento del Paese sotto uno Stato unitario sotto la dinastia Han, terzo secolo avanti Cristo, fino all’ascesa dell’attuale governo comunista».
Sarebbe proprio l’ossessione sicurezza, in questo Paese circondato da “quell’incredibile confine di 16mila chilometri”, a determinare l’espansionismo di Pechino. Da una parte la sindrome da Grande Muraglia. Dall’altra una verità senza confini: la miglior difesa non è l’attacco?
La nuova via della seta è solo l’ultimo atto. Kerry Brown, lo storico inglese che è anche il biografo di Xi, ha tirato giù per “The Diplomat” un elenco delle istituzioni che Pechino ha nel tempo cercato di contrapporre all’Occidente. E dunque: la Shanghai Cooperation Organization, Sco, nei primi anni 90. I Brics, il blocco degli emergenti Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica. L’Asian Infrastructure Investement Bank che oggi raccoglie mezzo mondo, tra cui anche l’Italia. L’Asean, l’associazione degli Stati del sud-est asiatico, oggi diventata Asean plus 1: dove quel numero uno rappresenta, manco a dirlo, la Cina. L’Apec, la conferenza dei Paesi asiatici del pacifico: era un’iniziativa australiana, oggi verrebbe da dire che quella C finale sta per Cina. La longa manus arriva da noi prima ancora di Belt and Road grazie a quello strano consesso dei Paesi dell’Europa centrale ed orientale chiamato 16 plus 1: e indovinate chi è il numero uno.
Eccola la strategia del Panda: avanzare a cerchi concentrici di zone di influenza. Ma per arrivare dove? I nemici di Pechino giurano che i cinesi vogliono conquistare il mondo: e citano l’espansionismo militare nel mare del sud della Cina, gli occhi sulle Maldive da sottrarre a indiani (i nemici vicini) e arabi (quelli lontani), le missioni nell’Afghanistan dove gli americani si preparano a sloggiare, il nuovo colonialismo nell’Africa cinesizzata a botte di miliardi di dollari. I cinesi, invece, continuano a sventolare il vessillo di quello che loro chiamano “shuang ying” e gli anglosassoni traducono con “win win situation”: cercare, cioè, soluzioni vantaggiose per tutti. Domanda da 2mila miliardi di dollari e mezzo, che poi sarebbe il volume degli scambi che i Paesi della nuova via della Seta raggiungeranno sempre entro il 2025: e se avessero ragione proprio loro? Per dire: non sarà che quel piccolo volo per cinque cinesi, sul primo jet made in China, sia davvero un grande passo per tutta l’umanità?