la Repubblica, 16 maggio 2017
Cina-Usa sorpasso globale
NEW YORK L’Air Force One scalda i motori per il primo viaggio all’estero di Donald Trump, che lo porterà dall’Arabia saudita all’Europa, concludendosi al G7 di Taormina. Troppo tardi? Il vero vertice globale è già avvenuto. E il presidente degli Stati Uniti era assente. Il maxi- raduno di 29 leader accolti a Pechino da Xi Jinping ha avuto un tempismo singolare, precedendo di pochi giorni la prima missione estera del neo-presidente americano. La Nuova Via della Seta, proposta dalla Cina al resto del mondo, si propone come l’architrave della globalizzazione 2.0. Se il Secolo Americano si sta chiudendo, il Secolo Cinese si candida a sostituirlo. Il titanico progetto di costruzione di infrastrutture che Pechino “offre” al resto del mondo (pagando buona parte dei costi, stimati oltre i mille miliardi), non è solo la costruzione di una vasta rete di connessioni per consolidare rapporti economici; è anche la proposta di un modello alternativo a quello americano. Siamo al passaggio delle consegne? In America e nell’intero Occidente si moltiplicano i pentiti della globalizzazione, e alimentano i ripiegamenti nazionalisti. La Cina afferra la bandiera del globalismo, ne pretende la leadership, costruisce le nuove istituzioni per governarla.
DA BREXIT A TRUMP: OCCIDENTE PROTEZIONISTA
Mentre il presidente americano si appresta a visitare l’Europa “col cappello in mano” – chiede agli alleati più soldi per la Nato – il suo omologo cinese ha promesso 124 miliardi di investimenti ai 65 paesi coinvolti nel progetto One Belt One Road (detto anche Nuova Via della Seta). Oggi è l’Occidente a fare marcia indietro rispetto al multilateralismo e alla globalizzazione. E non diamo tutta la colpa a Trump. Già Brexit aveva confermato l’inizio di una marcia a ritroso rispetto all’era della costruzione di grandi mercati aperti, ormai contestata da anni sia in Europa che in America. Appena arrivato alla Casa Bianca, Trump ha stracciato il Tpp, nuovo trattato di liberalizzazioni degli scambi con l’Asia-Pacifico a cui aveva lavorato per anni Obama. Il trattato gemello Ttip, fra Usa e Ue, è già da tempo su un binario morto. Prima ancora dell’arrivo di Trump erano gli europei a non volerlo più. Perfino il Nafta nordamericano è in un limbo: Trump vuole cambiarlo a favore del made in Usa. Se Messico e Canada non fanno concessioni, lui è disposto a ritirarsi.
AMERICA FIRST.
Riprendendo un cavallo di battaglia della sinistra, Trump in campagna elettorale ha ripetuto più volte: smettiamola di fare il gendarme del mondo, non illudiamoci di esportare democrazia; se c’è una nazione da ricostruire è l’America, le cui infrastrutture cascano a pezzi. Constatazione irrefutabile. Però questo accento sulla “priorità interna” segna una rottura con 70 anni di tradizione globalista degli Stati Uniti. Non è che la Cina sia meno nazionalista, e in quanto a protezionismo può dare dei punti a tutti. Ma ora è Xi Jinping ad ammantare gli interessi nazionali cinesi di una visione che include un progetto da condividere con il resto del mondo. Secondo le stime di Pechino, gli investimenti per la Nuova Via della Seta hanno già creato 180.000 posti di lavoro nei 65 paesi coinvolti, che rappresentano il 62% della popolazione mondiale e oltre un terzo del Pil planetario.
UN TRILIONE PER LE INFRASTRUTTURE.
Curiosamente le cifre si assomigliano. Mille miliardi sono una valutazione “prudente” di quel che la Cina stima come volume totale degli investimenti in infrastrutture, dalle ferrovie merci ai porti, dagli oleodotti alle reti elettriche, in una ramificazione che abbraccia l’Oceano Indiano e il Mediterraneo, il sudest asiatico e la Mitteleuropa. Mille miliardi, ha promesso di investire Trump per ammodernare le infrastrutture: ma solo quelle del suo Paese, che ha ritardi enormi da recuperare. Basti pensare che non esiste una sola ferrovia ad alta velocità negli Stati Uniti mentre la Cina nell’ultimo decennio ha raggiunto con migliaia di chilometri di nuove linee il “club della Tav” che include Giappone, Francia, Germania, Italia.
MANCANZA DI CAPITALI?
Trump non ha ancora presentato un singolo progetto di investimenti in infrastrutture né ha stanziato un solo dollaro. L’ostacolo è il Congresso: i repubblicani sono ostili al deficit pubblico. Trump ha accennato alla possibilità di fare ricorso a capitali privati (project financing) ma le grandi opere infrastrutturali non offrono quei profitti di breve termine che piacciono a Wall Street. Pechino ha un debito pubblico più alto di quello americano, ma procede lo stesso. Nel suo capitalismo di Stato le joint-venture pubblico-privato sono costanti. Banche pubbliche e grandi imprese statali hanno già stanziato 130 miliardi di dollari per gli investimenti in vario modo collegati alla Nuova Via della Seta.
PIANO MARSHALL.
Il globalismo cinese, proprio come quello americano alla fine della seconda guerra mondiale, avanza costruendo non solo autostrade e aeroporti, ma anche istituzioni per la governance. L’America di Roosevelt disegnò l’architrave della prima globalizzazione a Bretton Woods nel 1944: Fmi, Banca mondiale, Gatt. Poi appoggiò la nascita della Cee. La Cina ha già fatto una prima mossa con l’inaugurazione della Asia Infrastructure Investment Bank. Gli americani usarono gli aiuti del Piano Marshall per legare a sé i Paesi alleati, e al tempo stesso farne degli sbocchi per le proprie esportazioni. Xi Jinping è già riuscito ad attirare dentro la nuova banca i maggiori paesi europei, sganciandoli dagli Usa che non ne fanno parte. E per la Cina la Nuova Via della Seta apre nuovi sbocchi proprio come il Piano Marshall: a cominciare dalle grandi opere infrastrutturali, dalla produzione di cemento e acciaio, dove la Repubblica Popolare soffre di sovrapproduzione. È un modo per rilanciare la crescita cinese, minacciata al suo interno da bolle speculative, sofferenze bancarie, invecchiamento demografico. Si accompagna alla internazionalizzazione del renminbi, che per la prima volta è stato promosso dal Fmi nel club delle valute globali con dollaro, euro, yen.
SFIDA IDEOLOGICA E DIRITTI UMANI.
Il Secolo Americano ebbe la sua dottrina: da un lato vantava la superiorità del binomio formato da economia di mercato e liberaldemocrazia; d’altro lato prometteva benefici ben distribuiti a tutti coloro che aderivano a quel modello. Oggi l’Occidente è pervaso da dubbi e delusioni: con la globalizzazione sono aumentate le diseguaglianze interne, il ceto medio sta franando, i giovani hanno aspettative inferiori ai genitori. La Cina vede il mondo alla rovescia: la globalizzazione ha ridotto le distanze Nord-Sud e ha consentito di creare nei paesi emergenti una nuova classe media di oltre mezzo miliardo di persone. Ora è la Cina a proporre il globalismo come una strategia “win-win” cioè un gioco a somma positiva in cui tutti hanno da guadagnare. Xi Jinping teorizza apertamente la superiorità del suo modello autoritario rispetto al caos politico delle democrazie occidentali. Ma la Germania ha sollevato un tema delicato al summit di Pechino: nei maxi-investimenti per la Nuova Via della Seta chi garantisce la sostenibilità ambientale? E in quei cantieri ci saranno diritti sindacali? L’Europa che ha contestato aspramente il globalismo di Obama e il Ttip in nome della salute e della protezione dei consumatori, dovrà mostrarsi altrettanto vigilante di fronte all’avanzata del modello cinese.