Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2017  maggio 16 Martedì calendario

Iniziative con scarsi risultati. E un forte profumo elettorale

Ci auguriamo che la nascente commissione d’inchiesta possa finalmente fare chiarezza sui crac bancari che hanno colpito duramente piccoli azionisti e risparmiatori. E sul ruolo che la politica ha avuto in tutte queste vicende: anzi, soprattutto su questo aspetto, dopo le rivelazioni dell’ex direttore del Corriere Ferruccio de Bortoli. Dal tracollo di Banca Etruria, fino al cupo disastro del Monte dei Paschi di Siena, siamo assolutamente convinti che sia necessario far emergere la verità. Anche se questa commissione parlamentare d’inchiesta, varata a poche settimane dalle amministrative e a nove mesi (al massimo) dalle prossime politiche, emana un penetrante profumo elettorale. La stagione dei crac bancari è iniziata tre anni fa e si è consumata fra polemiche e stilettate politiche senza che all’epoca le Camere sentissero l’esigenza di indagare. Altri tempi, certo. E per quanto sperare non costi nulla, è anche lecito non farsi troppe illusioni. Il destino delle commissioni d’inchiesta è di arrivare quasi sempre in ritardo, senza per questo approdare a qualche risultato concreto. Non è andata sempre così, ovvio. L’inchiesta parlamentare sul crac della Banca romana del 1893, archiviato dal punto di vista giudiziario senza un colpevole, svelò le responsabilità di una intera classe politica ed ebbe una conseguenza concreta: da allora venne stabilita l’incompatibilità fra il mandato parlamentare e la gestione delle imprese bancarie. Se non abbiamo più avuto una commistione (almeno diretta, s’intende) fra cariche politiche e amministrazione delle banche lo dobbiamo a quel passaggio. Un secolo più tardi la commissione sulla loggia massonica Propaganda 2 presieduta da Tina Anselmi contribuì a fare almeno un po’ di chiarezza sul torbido impasto fra pezzi deviati dello Stato, poteri oscuri e interessi affaristici e criminali che ammorbava l’Italia. Si potrebbe citare anche la commissione d’inchiesta sul terremoto dell’Irpinia, istituita per illuminare uno scandalo evidente in cui erano implicati i partiti di governo, a cominciare dalla Dc. Una iniziativa doverosa, per quanto anche in quel caso tardiva: ma a nessuno poteva sfuggire la motivazione politica che ne era alla base, e cioè il regolamento di conti interno alla Democrazia cristiana che era in mano al leader irpino Ciriaco De Mita. Del resto, una commissione d’inchiesta non si è mai negata a nessuno. Basta scorrere l’elenco di quelle che sono ancora attualmente attive. C’è la commissione d’inchiesta sul ciclo dei rifiuti, che svolge una funzione meritoria, e tuttavia non risulta che da quando esiste le ecomafie abbiano mollato la presa. C’è la commissione d’inchiesta sulla contraffazione, in un Paese sommerso dalle griffe false. C’è la commissione d’inchiesta sull’immigrazione. C’è la commissione d’inchiesta sul degrado delle periferie. E poi la commissione d’inchiesta (d’inchiesta, cioè con i poteri inquisitori della magistratura), sul «livello di digitalizzazione e innovazione delle pubbliche amministrazioni», composta da 20 parlamentari e presieduta dal democratico Paolo Coppola. Poi la commissione sull’uranio impoverito, e quella sulla morte del militare Emanuele Scieri. E siamo a otto. Ma ce n’è anche una nona: la commissione d’inchiesta sul rapimento e sulla morte di Aldo Moro. La presiede l’ex ministro dell’Istruzione Giuseppe Fioroni, che guida un gruppo composto da 60 (sessanta) fra deputati e senatori. Quarant’anni dopo i fatti.