La Gazzetta dello Sport, 16 maggio 2017
Andrea Agnelli testimone: «Vidi Dominello, niente minacce»
Quaranta minuti per allontanare l’onta infamante di quella parola: ‘ndrangheta. Quaranta minuti, a voce bassa e con tono fermo, per avvicinare curiosamente accusa e difesa. L’attesa testimonianza di Andrea Agnelli ieri al processo «Alto Piemonte» di Torino ha soddisfatto sia la procura, che non ha indagato nessun dipendente bianconero e non aveva mai sentito l’esigenza di sentire il presidente, sia la difesa di Rocco Dominello, l’ex ultrà incensurato figlio di uno ‘ndranghetista che, secondo gli investigatori, sarebbe riuscito a infiltrarsi nella curva bianconera per gestire il ricchissimo business del bagarinaggio. Entrato da un ingresso secondario, Agnelli ha parlato del suo rapporto con Dominello, solo un ultrà all’epoca dei fatti. Escluse pressioni mafiose, confermati una volta per tutti gli incontri con Rocco: il presidente avrebbe parlato di 4 o 5, sempre insieme agli altri capi ultrà, per questioni di organizzazione del tifo. In più, in un paio di occasioni, per festività di fine anno, assieme ai soli Fabio Germani e Alessandro D’Angelo (un ex ultrà e il security manager del club): una volta Agnelli avrebbe pure ricevuto «un presente», un cesto natalizio. Ma senza mai pensare che ci fossero altre leve dietro: «Non ho mai subito nessuna minaccia né avuto idea che fosse ‘ndranghetista: la Digos non ha mai detto che facesse parte della criminalità organizzata», ha aggiunto. Giovedì sarà ascoltato in Commissione Antimafia a Roma, ultimo appuntamento prima del processo sportivo del 26 maggio: è questo il passaggio più rischioso per il club accusato di aver favorito il bagarinaggio.
La consapevolezza di Agnelli del presunto spessore criminale di Dominello era stata sempre esclusa dalla procura che aveva interrogato altri dipendenti bianconeri: i pm di Torino hanno infatti considerato il presidente, per il suo ruolo, estraneo alle dinamiche degli ultrà e dei biglietti. Da parte loro, invece, gli avvocati di Dominello, Domenico Putrino e Ivano Chiesa, avevano condizionato il rito abbreviato proprio alla testimonianza di Agnelli per allontanare l’accusa di associazione mafiosa dal loro assistito: «Il presidente ha sottolineato che né lui né i 700 collaboratori della Juve hanno mai subito pressioni di quel genere – hanno poi detto a fine udienza –. Dominello era soltanto uno dei rappresentanti dei Drughi: un tipo che a differenza di altri si “presentava bene”, una persona educata e ragionevole con cui si poteva discutere. Non può pagare lui le eventuali colpe della famiglia».
La «scalata» di Dominello nel tifo bianconero, invece, ha stupito Loris Grancini, leader dei Viking, anche lui sentito ieri a porte chiuse davanti al gup Giacomo Marson: «È spuntato dal nulla nel 2012, avendo immediatamente un ampio accesso nella società. Nessuno si era spiegato, in quel periodo, come potesse uno sconosciuto ricevere tutti o quasi i biglietti della finale di Coppa Italia», ha detto. Poi, entrando nel dettaglio dei guadagni del suo gruppo: «Noi i biglietti li paghiamo al ritiro e abbiamo un rincaro di 7 euro rispetto a quanto pagano gli altri, due vanno alla rivendita e cinque alla Juve. Su ogni partita il nostro ricavo è di mille euro». Se vero, questo confermerebbe che i gruppi milanesi erano esclusi dalla torta gestita a Torino: alla Procura risulta, infatti, che i Drughi avrebbero guadagnato fino a 30 mila euro a partita.