CorrierEconomia, 15 maggio 2017
Vogliamo crescere? Impariamo da chi ha gli ormoni giusti
In fondo a una strada provinciale, dietro una stazione fatiscente, su terreni un tempo coperti dalle paludi dell’agro pontino, c’era una discarica abusiva. Un uomo che aveva comprato un ettaro di terra in quel luogo si rivolse ai carabinieri: non sapeva più cos’altro fare, per strappare alle autorità locali il permesso di pulirsi da solo lo spazio davanti alla sua proprietà. La crisi dell’euro stava entrando nella fase più drammatica, nel giugno del 2012, quando quell’uomo insieme quattro o cinque collaboratori caricò su un camion la sua prima partita di vassoi in alluminio. Dove fino a poco prima c’erano stati solo rifiuti sparsi e campi di carciofi, aveva costruito un capannone per produrre oggetti apparentemente molto semplici: contenitori usa e getta per alimenti. L’inizio dell’attività coincise con una recessione profonda come in una guerra. In quelle settimane nessuno sapeva se il governo sarebbe riuscito a evitare il default o quale sarebbe stata la moneta legalmente in vigore tra qualche mese. La discarica abusiva era ancora lì, perché il comune di Pontinia non la puliva né dava ancora il permesso di farlo ai residenti. Ma dentro le mura, i macchinari iniziavano a girare.
Cinque anni
Sono passati cinque anni da allora e Icont, fondata da Nelso Mazzer, oggi è l’azienda che cresce di più in Italia; la cinquantesima più dinamica in Europa. Il fatturato dal 2012 al 2015 è salito del 1.471%, con un tasso annuo di crescita composto del 150%, a undici milioni di euro. Nel 2016
l’espansione esponenziale è proseguita, Mazzerha già comprato terreni adiacenti dove si prepara a espandere i capannone. «Buttiamo giù la parete durante il fine settimana e allarghiamo», dice. I dipendenti sono passati da cinque a trentacinque e saliranno ancora. Nelso Mazzer, 69 anni, è la terza generazione di una famiglia di coloni di Pordenone che trasferita qui nel 1922 per le bonifiche dell’agro pontino sostenute dal regime fascista. «Viviamo al Sud ma manteniamo la nostra cultura», osserva. Da questo luogo apparentemente così isolato, Incont esporta vassoi di alluminio in Corea del Sud, Canada, Filippine, Guadalupa, Marocco e praticamente ovunque in Europa.
Il nome di questa azienda compare come prima fra le italiane nella banca dati compilata da Statista per il «Financial Times» sulle mille imprese a crescita più rapida in trentuno Paesi europei. La lista include solo società indipendenti, che non abbiano inglobato altri gruppi, ma avevano già almeno 100 mila euro di fatturato nel 2012 e almeno un milione e mezzo nel 2015. È la graduatoria di quelle che si potrebbero definire le aziende-siluro: magari partono dal livello del suolo, ma sono sospinte verso l’alto da una propulsione esplosiva. Guardare da vicino alcune di esse aiuta magari a isolare gli ormoni della loro crescita, quelli che tante altre concorrenti vorrebbero scoprire e iniettare al proprio interno.
All’Italia, a giudicare da quella lista, questi ingredienti non mancano. Sorprendentemente per i molti scettici nelle capacità di questo Paese giustificabili l’Italia è sovrarappresentata in quella graduatoria. Ha più imprese di quanto sarebbe prevedibile in proporzione alla popolazione del Paese. Quella graduatoria è una testimonianza che il dinamismo imprenditoriale italiano, dai livelli molecolari in su, non è estinto. Tutt’altro.
Tricolore
Fra i mille campioni della crescita in Europ segnalati dal «Finacial Times», il 18,5% hanno sul tetto del capannone la bandiera tricolore, mentre l’Italia ha solo l’11,6% di popolazione nel campione di Paesi in esame. In altri termini, la presenza di imprese italiane fra le più dinamiche d’Europa è del 59,5% superiore a ciò che sarebbe lecito aspettarsi in base al peso demografico del Paese. In base al ritmo generale della crescita, le aziende tricolori avrebbero dovuto essere semplicemente assenti. Invece ci sono, con una densità superiore al resto dell’area euro. Per esempio anche la Germania è molto rappresentata fra le imprese dinamiche, ovviamente, ma la sua «sovrarappresentazione» è un po’ inferiore a quella italiana: del 51% oltre quanto sarebbe prevedibile per il suo peso demografico. Quanto alla Francia, la sua incidenza nella lista delle «top 1000» è appena superiore alla sua quota di popolazione. Solo la Gran Bretagna, fuori dall’euro, è ancora più densamente presente nel gruppo delle aziende dinamiche grazie alle aree più innovative nei servizi: finanza e fintech, sanità, media e tecnologia.
Per l’Italia invece c’è un ritorno all’antico, o forse quello non era mai andato via: le imprese di macchinari, prodotti per l’auto o industriali, come Icont, sono le più presenti nella lista (40 su 185). Seguono le costruzioni e la logistica. Solo al quarto posto compare un settore nuovo come l’e-commerce.
Di antico poi c’è anche un dettaglio meno rassicurante: la passione per il nanismo. L’Italia registra la quota più alta di «aziende-siluro» con meno di dieci dipendenti, il 34% del gruppo (contro il 22% delle imprese francesi e il 15% delle tedesche). Dunque quelli italiani spesso non sono satelliti che decollano verso grandi quote globali, ma piccoli missili, elettroni liberi. La dimensione media di queste 185 società italiane dal fatturato in rapidissimo aumento è di 41 dipendenti: oltre dieci volte la media delle imprese nel Paese, ma meno della metà rispetto alle pari grado francesi e appena una frazione di quelle tedesche. In altri termini, i conti tornano anche nelle debolezze. L’Italia avrà relativamente più aziende dinamiche; ma il fenomeno della crescita esplosiva coinvolge un numero molto più grande di lavoratori e volumi di fatturato molto più vasti nelle altre principali economie europee.
Nuove tecnologie
Per la precisione solo una grande azienda italiana è presente fra le 185 della lista: la Proger di Roma, il cui fatturato è cresciuto in cinque anni del 200% a 123 milioni e il cui libro-paga conta quasi 1.200 dipendenti. Proger vende servizi di ingegneria avanzata, dalla climatizzazione della Cappella Sistina, agli ospedali in Arabia Saudita, all’alta velocità in Francia, alla autostrade in Algeria, ai giacimenti del Kashagan o in Congo. Simest (gruppo Cassa depositi e prestiti) ha una partecipazione di minoranza ma il resto è in mano a soci privati. Uno dei suoi ormoni della crescita, secondo l’amministratore delegato Umberto Sgambati è la sua capacità di «fare sistema» con i fatti e non con la retorica: coinvolge le imprese italiane di nicchia migliori in ogni gara d’appalto e offre così competenze molto specifiche a ampio raggio.
Non mancano però «aziende-siluro» anche nel campo dei servizi innovativi. A Roma Piazza Copernico, una piccola imprese nel campo della formazione professionale, ha deciso di anticipare e cavalcare il cambio tecnologico invece di subirlo. Così è crescita del 500% dal 2012. Produrre un’ora di formazione ai dipendenti di una banca o di un ministero costa 3 mila euro. Ma quel prodotto può essere venduto in misura esponenziale con il passaggio all’e-learning, non più una volta sola.
Abbracciare la trasformazione tecnologica, invece di temerla, è per tutti il principale ormone di crescita. Nell’agro pontino attorno a Icont si stendono ancora i campi di carciofi, ma dentro i magazzini sono completamente automatizzati. Solo i robot possono entrare, prelevare il prodotto e spostarlo per la consegna. Nelso Mazzer non è mai andato oltre il diploma professionale, non ha neppure un ufficio in azienda e dice «non voglio imparare a usare il computer e a leggere gli sms». Ma ha disegnato i macchinari da solo, con un lapis, e si è fatto progettare un software su misura per far girare il magazzino. «L’automazione spinta è una scelta culturale osserva -. Voglio rendere impossibile che in quest’azienda si venda anche un solo vassoio in nero. Solo così possiamo presentarci ai grandi clienti esteri».