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 2017  maggio 14 Domenica calendario

«Fotografo l’attimo senza palcoscenico»

«Ero nuda. Mi muovevo in mezzo a loro e giravo così per la casa, senza costruire barriere. La macchina fotografica è già di per sé uno strumento di tortura, intimidisce. Io invece dovevo ammorbidire. Mi prendo tempo, ce ne vuole parecchio per far abbassare la guardia e per sentirmi in diritto di osservare gente in atteggiamento intimo». Donna Ferrato a sessantasette anni appare più ragazzina di quando, alla fine dei Settanta, andava in giro a New York imbucandosi nei locali notturni e nei club esclusivi del sesso, bevendo e scattando, scattando e parlando e incontrando: allo Studio 54, al Mudd Club e allo Xenon e all’Area e più avanti faticando come fotogiornalista per Playboy. Tanto per cominciare. Poi arrivò il suo impegno contro la violenza domestica su donne e bambini.
Si muove scattosa, fasciata in una t-shirt da bad girl, jeans e scarpe da jogging. Ha uno sguardo metallico Donna Ferrato, i capelli elettrici, il viso segnato di chi ha faticato ad osservare per provare «quell’energia che si spande e fa capire cosa sta accadendo, lì». La incontriamo di passaggio a Roma; la grande fotografa del Massachussets celebrata in America e nel mondo per i suoi straordinari lavori, sarà la special guest della puntata (giovedì 25 maggio alle 21.15) dedicata all’erotismo di Master of Photography, seconda edizione del Talent in onda per otto appuntamenti su Sky Arte HD (Oliviero Toscani in giuria sarà affiancato stavolta da due nuovi giudici: la pluripremiata photoreporter Darcy Padilla e la picture editor del Guardian Weekend Magazine, Caroline Hunter).
«La fotografia ha il potere di cambiare le cose» aveva detto una volta, ma non è questo il concetto che le interessava trasmettere ai giovani partecipanti al Master di Sky: «Ho parlato solo del loro lavoro per aiutarli a semplificare le cose ed evidenziare i punti di forza delle opere. Mi hanno ricordato molto la mia infanzia fotografica – racconta la Ferrato – quando giravo per swingers club e mi sentivo la vergogna addosso. Sono cresciuta in una famiglia profondamente cattolica, metà italiana e metà irlandese, quindi si può capire» sorride senza nascondere la fatica che le è costata «osservare un estraneo mentre fa sesso con qualcun altro in una dimensione che non sia quella pornografica. Quella non mi ha mai interessata».
MOVIMENTOBeve un sorso di Coca, è sempre in movimento, riprende a parlare, lascia scie di luce, come le sue foto sempre sul punto di prendere vita. C’è qualcosa che l’accomuna ad un’altra grande dell’obiettivo come Nan Goldin: «Sì abbiamo qualcosa in comune ma lei ha sempre fotografato il suo popolo, la gente che conosce, i suoi amici. A me interessa il mondo nella sua totalità, quelli che hanno bramosia di vita. Mi eccitano, forse perché conosco bene l’altra metà, la metà oscura, violenta, lo schiaffo, il pugno, la prevaricazione domestica, chi ti dice ti amo e un secondo dopo ti sbatte per terra e ti violenta». Lei, Donna Ferrato, li è andati a stanare, anzi ci ha convissuto per poterli appiccicare al muro, fissare con la sua macchina e denunciare: «Sono una mendicante – dice -. Mendico l’autorizzazione ad entrare nella loro vita e mi faccio sempre firmare una liberatoria anche quando le foto non sono in posa». Una delle sue immagini più celebri, scattata in un appartamento di Minneapolis nell’ 88 contenuta nel suo libro Living With The Enemy, ritrae Diamond, un ragazzino di colore, che punta l’indice contro suo padre tenuto a forza dalla polizia. Diamond che grida: «Questo è per tutto quello che hai fatto a mia madre! Non tornare più in questa casa!!». Donna Ferrato ricorda: «Urlava e urlava e io flashavo con la macchina, ero lì, tutto accadde in pochi minuti, le botte alla donna, la telefonata alla polizia, l’arrivo degli agenti, l’arresto, Diamond con le vene del collo gonfie». 
LAVOROMa all’inizio è stata dura. Prima che il lavoro di denuncia della Ferrato fosse riconosciuto in tutto il mondo e guadagnasse intere pagine sul New York Times è passato del tempo: «All’epoca, all’inizio degli anni 80, non esisteva questo tipo di foto e non si parlava proprio di abuso sessuale se non di quello sui bambini. Per questo era importante raccontare. Lo scrittore può anche inventare, il fotografo deve stare lì e testimoniare. Non creo palcoscenici – afferma con tono dolce – ma colgo l’attimo. La foto può essere più potente d un colpo di pistola. Diciamo che sono una sorta di neurochirurgo: apro la testa delle persone e ci entro dentro». Ai giovani di Master of Photography ha insegnato che «l’erotismo non è mostrare il piacere, ma è qualcosa di pericoloso, una sfida, qualcosa che entra nella parte più profonda del nostro inconscio, sempre borderline. Sbaglia chi pensa soltanto al sorriso erotico». L’ha scritto anche nel suo libro più recente, Love & Lust.
Lei, invece, sorride e ora, mentre la lasciamo, ritma con le dita sul tavolo una sorta di hard rock: «È la musica delle mie foto. La sente? Io sì. È un misto di Punk, Heavy Metal e lirica». Infine scatta un selfie: «Non c’è niente di male, talmente semplice! Possono farlo anche le scimmie».