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 2017  maggio 15 Lunedì calendario

I Fratelli Musulmani ripartono da Istanbul

“Non capisco quale sia il problema. Sarà il prossimo presidente, il presidente eletto nel 2019, ad avere più poteri: non Erdogan. Per ora, non cambia niente. Erdogan avrà più poteri solo se sarà rieletto. E se sarà rieletto. Ma è la democrazia, no? Sarà il presidente che abbiamo voluto, con i poteri che abbiamo voluto affidargli. Tutto qui”.
In realtà, Amr Darrag non ha votato per Erdogan: è egiziano. Vive qui in esilio, perché è stato, ed è ancora, ai vertici dei Fratelli Musulmani, dichiarati fuorilegge da al-Sisi. Ma quando si parla di Erdogan, non è il solo a parlare in prima persona plurale. Negli ultimi mesi molti altri islamisti di molti altri Paesi, dallo Yemen alla Tunisia, si sono trasferiti qui. Hanno fondato centri di ricerca che i nostri servizi liquidano come copertura: ma sono davvero centri di ricerca. Studiano come non ripetere gli errori. E cioè come riavviare la primavera araba.
“Per voi – dice – degli egiziani che vogliono governare l’Egitto sono sospetti”.
La Istanbul che si sta coagulando intorno a Erdogan ricorda un po’ Marj al-Zohour. Nel dicembre del 1992, Israele deportò 417 palestinesi nel sud del Libano, lasciandoli in mezzo alla neve con una coperta e 50 dollari a testa. Voleva disperdere una nuova organizzazione apparsa a Gaza, di nome Hamas: e finì invece per consolidarla, perché i suoi membri più carismatici, per la prima volta, si ritrovarono tutti insieme. Per mesi. Bloccati in un campo incolto: a pianificare una seconda Intifada. Esiliato dopo esiliato, Istanbul sta diventando la Marj al-Zohour degli islamisti. Sono arrivati qui timidi e spaesati, e non tanto per una scelta politica, ma perché la Turchia è uno dei pochi Paesi in cui gli arabi possono entrare senza visto: in realtà, progettavano di chiedere asilo in Europa. Ma le nostre cancellerie hanno chiuso ogni contatto. E via via, da ospiti sono diventati amici. Da amici, alleati. Erdogan, ora, è il loro presidente.
Con i giornalisti preferiscono rimanere anonimi, ma non sarebbe affatto necessario. Non studiano come rovesciare governi. Al contrario: studiano come costruire la democrazia una riforma alla volta. E insieme agli altri. “Perché se c’è una lezione che abbiamo imparato”, mi dicono nel think thank egiziano, “è che oggi in Medio Oriente chiunque conquisti il potere è destinato a fallire. Ti ritrovi a capo di Paesi con tassi di povertà stratosferici, e sostanzialmente, senza istituzioni. Sei ministro, sì, firmi, timbri: ma nessuno esegue quello che ordini. L’unica, all’inizio, è una fase di unità nazionale”. Ma soprattutto, di unità araba. “Perché il primo degli errori – dicono – è stato concentrarci ognuno sul proprio Paese. E invece al-Sisi, per esempio, ha il sostegno occidentale non per quello che fa in Egitto, ma per quello che fa in Libia attraverso il generale Haftar, da cui dipende la tenuta del piano di pace dell’Onu: per occuparsi di Egitto, bisogna occuparsi anche di Libia. Bisogna lavorare tutti insieme”.
Ed è esattamente quello che a Istanbul è possibile. Il referendum del 16 aprile ha abolito la figura del primo ministro: il presidente potrà sciogliere il parlamento e bocciare ogni disegno di legge, scegliere 12 dei 15 giudici della Corte costituzionale, e metà dei membri dell’equivalente locale del Csm, che a sua volta nomina i giudici. Nominerà ministri e alti funzionari, rettori e ambasciatori. E nessun altro organo statale potrà intervenire nelle aree di sua competenza. Certo, è stato tutto approvato dalla maggioranza degli elettori: ma con Selahattin Demirtas, il capo del principale partito di opposizione, in carcere, e dal tentato colpo di Stato 102 mila funzionari statali sono stati licenziati o sospesi, 47 mila arrestati, 19 giornali chiusi, così come 60 tra radio e televisioni. Ma per i tunisini di un altro dei nuovi think tank islamisti, è tutto normale. “Lo stato di emergenza è in vigore anche in Francia. E anche in Francia si è votato”.
Per molti Erdogan è ancora il sindaco di Istanbul che ha allacciato le periferie all’acqua corrente, e trasformato la Turchia: nei suoi 14 anni al potere, il reddito medio è aumentato da 3 a 19 mila dollari l’anno. Ora, in realtà, tra la guerra con i curdi ricominciata nel 2015 e gli attentati dell’Isis, l’economia è in crisi: negli ultimi sei mesi la lira ha perso un quarto del suo valore, e gli investimenti dall’estero si sono dimezzati. Nel bazar di Istanbul hanno chiuso 600 negozi su 2 mila. Ma anche questo, per molti, è normale. “La Turchia ospita 3 milioni di rifugiati, più altre centinaia di migliaia di noi che vivono qui senza essere registrati”, dicono in un think tank di siriani. “La sola Istanbul ha accolto più rifugiati dell’intera Unione Europea. Con la Siria vicino, sarebbe stato strano, piuttosto, in sei anni, non subire ripercussioni. Su questo voi europei, con i vostri muri, dovreste solo tacere”.
Sono musulmani, e si sentono di seconda classe. E nel mirino. Il trauma è stato il colpo di stato che nel 2013, in Egitto, ha spodestato Mohamed Morsi, regolarmente eletto: è la prova, ti dicono, che la democrazia non esiste. Che è possibile eleggere solo gli amici degli Stati Uniti. Non a caso, vinto il referendum, Erdogan ha dichiarato che la Turchia non è più interessata a entrare nell’Unione Europea: proprio lui che aprì ufficialmente i negoziati. “Abbiamo presentato domanda di adesione nel 1987”, ha detto. “È ora di cambiare strada”.
“Non siamo noi a non volervi. Siete voi a non volerci”.
Perché è questa, ti dicono tutti, l’altra lezione imparata dalla primavera araba. Bisogna essere più radicali. Nel senso: più decisi. Più determinati. Meno disposti al compromesso. “Siamo ovunque la maggioranza. Il Medio Oriente, rassegnatevi: è abitato da musulmani. Musulmani che vogliono vivere da musulmani. Vinciamo le elezioni, vinciamo un referendum e ogni volta, secondo voi, ci sono stati brogli, o siamo stati votati solo perché qui sono tutti analfabeti. Tutti arretrati. Plagiati. Siete così profondamente razzisti – mi dice un iracheno – da non pensare neppure che forse ci votano perché condividono le nostre idee. Che c’è tutto un mondo che vuole vivere in modo diverso da voi. E non nel senso che voglia vivere oppresso, con le donne chiuse in casa. L’opposto: è un mondo che vuole vivere libero. In una società giusta”. Qualcuno di voi si è chiesto come mai a Mosul non si è avuta nessuna rivolta? Come mai la popolazione non si è unita alle vostre truppe? “Siete gli unici a definirla la liberazione di Mosul. Per noi – prosegue l’iracheno – è una battaglia e basta. Sono vent’anni che nessuno, in Iraq, usa più la parola liberazione. Chiunque governi, per noi non cambia niente: è sempre solo violenza e corruzione”. Ma soprattutto, dice: “C’è una cosa che proprio non capite. Siete solo 300 milioni: il 5 per cento della popolazione mondiale. Noi siamo molti di più. Il futuro è nostro”. Poi aggiunge: “È la democrazia, no?”.