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 2017  maggio 15 Lunedì calendario

Dalle Rolls all’utilitaria, il declino del Casinò

Non c’è James Bond. Non ci sono smoking, né cravatte. C’è un vecchio con la maglietta arancione e il borsello a tracolla, che mentre la pallina gira si passa le mani tra i capelli lunghi e opachi. “Dai, dai, dai!”, gli leggi sulle labbra mentre la piccola sfera bianca corre, rallenta, indugia, carambola. E infine si ferma: “25, rosso”. Perso. Il croupier con un gesto lento, quasi pietoso, raccoglie tutte le fiches.
“Il casinò è uno strano posto, quasi… sacro”, Federico, un croupier in pensione della casa da gioco di Sanremo, accompagna questa parola con un sorriso come volesse metterla tra virgolette. “Sacro, perché sai che qui dentro si consumano sogni e speranze. Perché qui si bruciano esistenze”. Federico la vede così, anche perché sui pavimenti di parquet lucido, sotto i tetti affrescati, ci ha passato la vita. Ma c’è qualcosa di vero: il silenzio quasi religioso delle sale e quei riti con una liturgia precisa: il croupier con i capelli impomatati, lo smoking e il farfallino nero, che conta le fiches ad alta voce come un sacerdote. Che ripete quella frase – “Rien ne va plus” – che pare un ammonimento. Non solo per la roulette.
Ma intorno tutto è cambiato. Vale per Sanremo come per gli altri tre casinò italiani (Saint Vincent, Campione d’Italia e Venezia) e perfino per la scintillante Montecarlo. Non c’è più Sean Connery con le sue Bond girl, ma nemmeno Vittorio De Sica, re Farouk o, in tempi più recenti, Calisto Tanzi che sui tavoli riversavano montagne di denaro. “Guardi le auto nel parcheggio del casino”, scrolla le spalle Federico. Niente Rolls Royce o Ferrari come ai bei tempi, soltanto qualche Audi e perfino utilitarie, una Lancia con la vernice scrostata e il paraurti sbilenco. Basterebbe questo per leggere la crisi dei casinò italiani.
In fondo Sanremo è quello che se la passa meno peggio: “Quando le cose andavano a gonfie vele noi ci siamo preparati per la crisi. Abbiamo respinto piani di espansione, cercato di mettere a posto i conti e incentivato l’esodo del personale. Eravamo 600 oggi siamo meno della metà”, racconta Francesco Prevosto che lavora al casinò dagli Anni 80. A Saint Vincent la crisi alla fine ha portato alla caduta della giunta regionale. Come ha ricordato Sergio Rizzo sul Corriere della Sera, i 128 mila valdostani hanno dovuto tirar fuori 390 euro a testa per tappare i buchi della casa da gioco che ha accumulato 38 milioni di debiti. Dopo che sono stati spesi 120 milioni di finanziamenti pubblici per cambiare la faccia del casinò con un resort. Non va meglio a Campione: altri investimenti pubblici, altri ampliamenti mentre la nave faceva acqua. E adesso tocca a Venezia, che si dice sia il casinò più antico del mondo (1638): Comune e sindacati cercano di salvare la storica casa da gioco dove gli incassi sono passati dai 214 milioni del 2006 ai 102,6 del 2016.
Sono finiti i tempi in cui – come accadeva a Sanremo – il casinò portava fino al 30-40% delle entrate del Comune. Anni d’oro e soldi facili che giravano. Così intorno alle roulette ritrovavi protagonisti della vita italiana: la politica, tanto per cominciare. Perché a Sanremo, come per gli altri, i 600 voti dei dipendenti del casinò e delle loro famiglie decidevano sindaci e segretari di partito. Agli appuntamenti culturali vedevi sfilare ras politici, monsignori e cardinali. E poi c’era il convitato di pietra, la criminalità. Per mafiosi o amici della mazzetta non c’era posto migliore per riciclare. E oggi? “C’è il limite di 3 mila euro. Certo, c’è qualcuno che viene, cambia 2.900 euro, ne gioca cinquanta e poi fa lo stesso con altri 2.900… ma noi lo segnaliamo all’autorità”, giurano.
Sulla roulette giravano miliardi (oggi il limite delle giocate è 300 euro) e il casinò era la cerniera tra lecito e illecito. “Vede quel bar”, Federico indica un locale oggi ripulito dalla parte opposta della strada, “una volta c’erano ragazze che magari potevi pagarti se vincevi. Poi c’erano tizi pronti a comprare pellicce, orologi, anelli, tutto quello che i giocatori disperati vendevano pur di puntare”. Perché i casinò si reggono su questo: alla fine a vincere è il banco.
Federico guarda le sale di un sonnecchioso giovedì sera, ma pare veda un’altra scena: “Qui arrivavano i magnati delle grandi industrie lombarde, si mettevano al tavolo alle undici di sera e si alzavano la mattina dopo. Non era solo azzardo, era una prova di forza e di potere”.
Oggi in sala incontri un vecchio tramviere che puntata dopo puntata sta giocandosi l’eredità che gli ha lasciato lo zio. Poi Enrico, Maria, Giulio, pensionati con la felpa, il maglione sdrucito che potresti vedere in una qualsiasi sala biliardo. Puntate da 10 euro, poca roba, ma il croupier ripete la sua liturgia, i gesti solenni e precisi. Anche se in questi anziani pensionati stenti a riconoscere figure maledette come Il giocatore di Fedor Dostoevskij. Piuttosto ti viene in mente la moglie de L’attore di Mario Soldati (ambientato proprio a Sanremo).
Il casinò è rimasto immutato, come un museo, una chiesa con quelle scritte dorate – “Privé”, “Direzione” – che risalgono al 1905, come l’edificio. Poi i lampadari liberty di ferro battuto e decorato a mano. C’è anche l’infermeria.
Negli ultimi anni gli incassi sono leggermente aumentati. Ma certo non basta: tra giugno 2015 e giugno 2016 nelle casse di Saint Vincent sono entrati 64,1 milioni (+7,46%). A Campione si registrano 95 milioni (+3,3), mentre Venezia ne hanno contati 95 (+2,86). Solo Sanremo ha avuto un leggero calo: 45 milioni (-0,35).
Sembra finita un’epoca. Troppo facile puntare il dito contro la crisi: “Nei periodi bui la gente tenta ancor di più la fortuna”, ricorda Prevosto. La risposta più facile viene guardando gli stessi casinò: slot ovunque. Vale anche per Montecarlo, dove sotto gli stucchi di un lusso un po’ pacchiano magari non incontri pensionati, ma turisti cinesi e russi con le camicie a fiori. E non bastano le giocate dei rari nababbi o le Rolls parcheggiate per cancellare la patina decadente.
Ormai le slot valgono il 70-80% delle entrate. Guardate Luisa, una ragazzina di 23 anni che passa il pomeriggio con l’indice premuto sul pulsante del videopoker. Carina, con gli occhi verdi, che si spengono ora dopo ora mentre il fidanzato le sta accanto e manda sms.
Alle macchinette di fianco ci sono badanti, casalinghe con il sacchetto della spesa appoggiato in terra. Qui è tutto più controllato: due inservienti verificano l’età dei giocatori e con discrezione si avvicinano a chi perde troppo. Ma per le slot il bar è più comodo. E troppo semplice sarebbe ricordare la concorrenza dei casinò di Svizzera e Slovenia. “È cambiata l’immagine”, spiega Federico ricordando che oggi non c’è più dress code, niente cravatta, basta non venire in bermuda e sandali. Aggiunge: “Una volta il casinò era il luogo dei magnati, dei vincenti. Chi veniva si sentiva come loro. Oggi non è più così”. Ma i ricchi dove vanno? “Un tempo da Milano venivano qui o a Montecarlo. Adesso in aereo arrivano nelle isole greche. E poi c’è la finanza, che per molti somiglia tanto all’azzardo”.
Eppure qualcosa resta nei grandi saloni. Non solo il fascino dei marmi e delle passatoie rosse. È invisibile: il destino. Quello che da decenni porta migliaia di giocatori a sfregare i genitali della statua del fauno – fino a consumare la vernice scura – all’ingresso di Sanremo. Tutti con la stessa speranza: il drappo nero. Quello che si stende sul banco quando perde. Come a un funerale. L’ultima volta, però, è successo tredici mesi fa.