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 2017  maggio 13 Sabato calendario

Il mistero di un delitto nell’Italia di piombo

Il 12 Maggio 1977, Giorgiana Masi, 19 anni, studentessa romana, veniva colpita a morte durante una manifestazione nei pressi del Ministero della Giustizia. Nessuno ha mai chiarito chi avesse sparato, e naturalmente ognuno si appassionò alla propria tesi: fu la polizia, furono gli autonomi, fu il caso. Ora Concetto Vecchio pubblica un interessante resoconto dei fatti (Giorgiana Masi. Indagine su un mistero italiano ed. Feltrinelli), cercando di svincolare il lettore da pregiudizi e da presunte verità rivelate. Quantunque le simpatie dell’Autore siano abbastanza evidenti, ne va infatti riconosciuto lo sforzo di riferire i fatti come furono visti nelle varie prospettive: dagli amici della ragazza, dagli organizzatori del corteo, dai poliziotti, dall’allora Ministro degli interni Cossiga, e infine dai magistrati, che dichiararono ignoti gli autori del reato. Il lettore ne trarrà le conclusioni che crede.
Ècomunque gran pregio del libro aver colto il sitz im leben, il contesto cioè in cui si verificarono la tragedia e la sua successiva ricostruzione: un’epoca maledetta, per la quale non a caso fu coniata l’espressione di anni di piombo. In essa si incrociarono terroristi rossi e neri, agitatori violenti e predicatori ambigui, idealisti velleitari e fanatici spregiudicati, caduti con le stellette dello Stato e con l’eskimo del contestatore. Giorgiana Masi, pacifica militante di estrema sinistra, ebbe la sventura di trovarsi in un corteo, non autorizzato dal Governo, che Marco Pannella aveva organizzato nell’ingenuo tentativo di riportare il garantismo in un Paese dove si stava prospettando l’introduzione di leggi speciali. Tutti sapevano, o comunque temevano, che quel giorno qualcosa sarebbe degenerato. Dagli estremisti partirono sassi, bombe molotov e anche colpi di arma da fuoco. Polizia e carabinieri, che pochi giorni prima avevano avuto una vittima in circostanze analoghe, erano privi dell’adeguato addestramento, e reagirono con la fatale combinazione della rabbia e della paura. Giorgiana fu colpita alla schiena, e mori quasi subito. 
L’inchiesta, lunga e laboriosa, escluse che il colpo fosse partito dalle armi dei militari. Ma poiché si dimostrò la presenza, anche tra i manifestanti, di poliziotti in borghese, la circostanza non parve conclusiva. Le polemiche continuarono per un po’; poi furono soffocate da avvenimenti ancora più tragici. 
DEMOCRAZIAUn anno dopo la morte di Giorgiana Masi, fu infatti rapito e ucciso Aldo Moro. Fu il momento si disse più buio della Repubblica. Certo, fu il più allarmante per la nostra democrazia; tuttavia, visto retrospettivamente, fu anche il momento della riscossa. Lo Stato non cedette al ricatto di liberare i terroristi detenuti in cambio del presidente della DC. Una decisione saggia, e soprattutto obbligata, perché altrimenti chiunque avrebbe potuto sequestrare chiunque e chiedere la liberazione di chiunque: un uomo politico, per quanto importante, non poteva ottenere un trattamento di favore. La Dc e il Pci lo capirono benissimo, e resistettero alle pressioni umanitarie, provenienti da varie e autorevoli personalità. Con tutte le loro colpe, dobbiamo esser grati a questi due partiti per aver dimostrato, almeno in quel momento, un elevato senso delle Istituzioni. I Brigatisti alzarono il tiro, e gli attentati si succedettero con un ritmo quasi giornaliero, colpendo giornalisti, magistrati, militari, avvocati, politici e altri. Ma ormai la loro battaglia era perduta. Se ne accorsero per primi i magistrati, che proposero una legge premiale nei confronti dei dissociati. Il primo a pentirsi fu Patrizio Peci, e fu l’inizio della fine. Quando, nel febbraio del 1982, fu liberato il generale Dozier, nell’arco di due mesi l’intero sistema terroristico collassò. Ci furono dolorosi colpi di coda, fino all’omicidio di Marco Biagi. Ma ormai la guerra era finita, e il Paese respirò. 
Nella sua generosa e utopistica battaglia legalitaria, Pannella aveva trascurato il principio che, nell’ordine logico e in quello empirico, la sicurezza prevale anche sulla giustizia: uno Stato sicuro ma ingiusto può sopravvivere a lungo come accadde con Hitler, Stalin e Mussolini. Ma uno stato in preda al disordine si dissolve, perché la paura, come la fame, elimina ogni atteggiamento razionale: primum edere, deinde philosophari. Per questo gli italiani ignorarono i suoi appelli garantisti, accettarono alcune limitazioni della libertà, e nel caso della Masi, si schierarono dalla parte del Governo. Lo farebbero anche in futuro, se la minaccia del terrorismo religioso assumesse aspetti troppo allarmanti.
Quando però l’emergenza finì, anche le leggi si adeguarono al nuovo clima. Furono introdotti maggiori limiti alla carcerazione preventiva, si istituirono i tribunali del riesame, e nel 1988 fu approvato il nuovo codice di procedura penale, modellato, si disse, sull’impianto accusatorio anglosassone. Fu un fallimento, perché non vi si adeguarono né la Costituzione, né il codice penale, né la cultura degli avvocati e dei magistrati. Ma fu uno sforzo significativo per modernizzare, sia pure in modo velleitario, il nostro traballante e vetusto sistema repressivo.
CORTEOGiorgiana Masi fu dimenticata. La sua memoria, oltretutto, era scomoda. Chi volle il corteo e chi lo vietò, chi ignorò il pericolo e chi ne corse il rischio, chi predicò la rivoluzione e chi reagì in modo esagerato, molti furono coloro che, quantomeno per imprudenza, contribuirono alla sua tragica fine. In realtà erano gli italiani a voler dimenticare tutto di quel famigerato decennio. Troppi morti, troppe violenze, troppo odio instillato soprattutto dai giovani e tra i giovani in nome di un’ideologia stupida e crudele, che pochi anni dopo, con il crollo del muro di Berlino, avrebbe ricevuto il suggello definitivo del fallimento e della vergogna. I padri nobili, e soprattutto quelli ignobili, di questo infantilismo barricadiero scomparirono dalle librerie e dalla tane della predicazione apocalittica. Gli italiani si ribellarono alla cupa atmosfera degli anni di piombo godendosi la ripresa economica trainata dal neoliberismo reaganiano; tuttavia, ripudiando il fanatismo violento, perdettero l’energia morale che li aveva uniti davanti al pericolo. La fine del comunismo accelerò questo impulso edonistico, forse giustificato, ma certamente insidioso: quando una società pensa essenzialmente a godersi la vita, in realtà si scava la fossa. Milano, la capitale economica del Paese, divenne un elisir da bere. E in fondo al calice si vide la feccia di tangentopoli. Ma questa è un’altra storia.