il Giornale, 14 maggio 2017
Ecco l’antropologia mistica di Buttafuoco, flaneur osservatore della nuova umanità
«Chi cammina lungo le strade senza meta viene colto dall’ebbrezza. Ad ogni passo l’andatura acquista una forza crescente: la seduzione dei negozi, dei bistrot, delle donne sorridenti, diminuisce sempre di più e sempre più irresistibile si fa il magnetismo del prossimo angolo di strada, di un lontano gruppo di foglie, del nome di una strada». Così scrisse Walter Benjamin a proposito del flâneur. Il flâneur, figlio dell’industrializzazione, della città che diventa luogo di osservazione e riflessione, inventato da Charles Baudelaire, secondo cui: «Godere della folla è un’arte; può concedersi un’orgia di vitalità a spese del genere umano soltanto quello a cui una fata abbia insufflato fin dalla culla il gusto del travestimento e della maschera, l’odio del domicilio e la passione per il viaggio».
Così il flâneur sembrava sparito di scena, prima di Pietrangelo Buttafuoco. Che ci regala, per poco più di una decina di euro, I baci sono definitivi (edito da La nave di Teseo), un libro di suggestioni fugaci, incontri, emozioni, figure che sembrano emergere da un passato remoto eppure modernissime, un mondo sospeso tra Blade Runner e l’antica leggendaria Babilonia, tutto ambientato nella metropolitana di Roma, o sostando in una sala d’attesa, o aspettando il treno tra una stazione ferroviaria e l’altra, insomma quelli che sono chiamati dal filosofo Marc Augé i «nonluoghi», che a un occhio normale o distratto di poetico hanno ben poco. Ma, insegna il guru Buttafuoco, «ci sono, oltre agli esterni, cinque sensi interni – ossia immaginazione, riflessione, pensiero, associazione e dissociazione – e hanno dimora nel cervello».
Eppure è proprio lì che Buttafuoco trova ispirazione per la sua antropologia mistica, da lì emergono visioni mitologiche dell’uomo e delle cose. In stazione, «a osservare chi parte e chi resta, un esperimento», e immaginare storie, creare piccoli appunti che diventano leggende portatili, siccome «il sentimentalismo è fuori luogo, l’amore no». E così perdersi nelle relazioni amorose spiate tra la folla, scandagliando sguardi e gesti, «i grandi amori, costretti da sempre a non avere destinazione». Le banchine degli autobus, dove è «un divertimento spiarne i grovigli sentimentali». Storie allegre, storie tristi, storie malinconiche, scampoli di vite altrui, come le donne «dai volti accesi dalle emozioni amano, baciano e si stringono ai corteggiatori ma col pensiero di correre di lì a poco – qualche ora ancora – a scuola, a prendere bambini avuti da altri uomini che non sanno più cantare».
Davanti a un mendicante a volte si resta indifferenti, per quanto bardato sia al fine di cogliere la nostra attenzione, ma non Buttafuoco, e allora «l’atamano, già mendicante, rinnova le proprie mutazioni in quella di uno sciamano. È lo stregone le cui arti evocano rinuncia alla pienezza e dunque, ecco – lungo la Neva – ergersi Shiva, il distruttore, dio rigeneratore, avido di ombra e di luce».
Non sfuggono all’immaginazione (anzi, «imaginazione», con una sola emme, come piacerebbe all’autore, dannunziano a tal punto da chiamare i suoi percorsi mentali «vite imaginali»), neppure i caselli dell’autostrada, subito trasformati in luoghi di magia, nei quali osservare quanto «non si usa più firmare il contratto col sangue per vendere l’anima e Plutone se sta ai caselli della Napoli-Roma col lettore ottico. Prova a prendersi la vita di tutti ma Persefone, benevola, gli sabota il saccheggio: con la gomma cancella ogni riga e sparge polline sul lettore ottico». Tutto succede dove meno ce lo si aspetta, tutto succede ovunque e da nessuna parte, nei tempi morti, negli spazi insignificanti, resuscitati dal poeta, perché questo più che un libro di racconti è un poema in prosa, che va letto poeticamente. Franco Battiato, conterraneo dell’autore e non meno mistico, volendo può trarne una decina di album. Insomma, lode a Buttafuoco, uomo d’altri tempi, l’ultimo flâneur.