il Giornale, 14 maggio 2017
In morte di Beha
Giovanna Cavalli per il Corriere della SeraROMA «Sono stato troppo occupato con la vita, le battaglie, le batoste, soprattutto le angosce, per angosciarmi con il pensiero della morte», scriveva tempo fa sul suo blog. Oliviero Beha, giornalista, scrittore, conduttore in televisione e in radio, polemista feroce, è scomparso ieri a Roma. Era nato a Firenze il 14 gennaio del 1949. Aveva 68 anni, lascia la moglie Rosalia e i figli Saveria, Germana e Manfredi. «È stato un male molto veloce», ha annunciato Germana. «Papà se n’è andato abbracciato da tutta la sua grande famiglia allargata di parenti e amici».
Laureato in Storia medievale e in Filosofia, dopo gli inizi come cronista a Tuttosport e Paese Sera, diventa inviato di Repubblica, occupandosi di sport e società. Nel 1987 approda in Rai con Andrea Barbato con cui conduce Va’ pensiero, contenitore culturale domenicale su Raitre. Nel 1992 arriva il successo radiofonico su Radiouno con Radio Zorro che poi si fonderà con lo storico 3131 : Beha diventa una sorta di difensore civico degli italiani. Su Raitre passa poi a Brontolo , trasmissione che rispecchia il suo spirito scorbutico da bastian contrario.
Autore di poesie, testi per il teatro e libri ( Italiopoli , con prefazione di Beppe Grillo, Il culo e lo stivale e Un cuore in fuga, Il calcio alla sbarra con Andrea Di Caro), dal 2009 collaborava con il Fatto Quotidiano. Da sempre critico con il mondo del calcio, che conosceva bene (in una famosa inchiesta del 1984 condotta con Roberto Chiodi sostenne che la partita Italia-Camerun dei Mondiali ’82 fosse combinata, ipotesi mai provata), tifosissimo viola (il direttore sportivo della Fiorentina Pantaleo Corvino lo ha ricordato in diretta su Sky subito dopo la partita), il suo ultimo post su Facebook è dedicato a Francesco Totti: «Se hanno fatto questo macello con Totti, presumibilmente in grado di difendersi, figuratevi con gli altri».
Due mesi fa aveva partecipato a Nemo su Raidue con la figlia Saveria, nata con la sindrome di Down, per battere luoghi comuni e pregiudizi. «Era molto amato e lo sapeva», racconta ancora Germana. «Amato e odiato, lui era così, come quando ripeteva che la libertà è un lusso di pochi. Buon viaggio papà».
Il premier Paolo Gentiloni lo commemora su Twitter: «Un giornalista impegnato, indipendente e mai banale». Il sindaco di Firenze Dario Nardella lo piange: «Ci mancherai amico mio!». Il deputato del Pd Michele Anzaldi lo descrive come «un giornalista fuori dal coro e dal sistema, apprezzato tra la gente, ma incompreso nella Rai di oggi». I funerali si terranno domani a Roma, alle 11, nella chiesa degli Angeli Custodi in piazza Sempione.
Daniele Abbiati per il GiornaleL’ultima notizia che lo riguardava prima di questa, la peggiore, quella della sua morte, era relativa all’uscita di un suo libro del genere non incazzato. Una bella notizia. Lì, in Mio nipote nella giungla (Chiarelettere), indirizzato al piccolo Michele, di due anni, Oliviero Beha non scrive da giornalista fustigatore, sfruculiatore, indagatore. Scrive da nonno. Un nonno saggio come sono, come devono essere per definizione i nonni, almeno quelli ancora combattivi, desiderosi di passare il testimone a chi di dovere, di dire ai giovani «Ti spiego qualche cosa della vita per come l’ho vista e la vedo io, poi... vai avanti tu». E se in questo libro nonno Oliviero, a 68 anni, si mostra in grado di dettare la linea delle scelte individuali ben ragionate, ma da declinare all’interno della collettività, significa che questa stessa è stata la nota dominante della sua esperienza.
Si dice che quelli che hanno un brutto carattere, in fondo, sono quelli che hanno davvero carattere. E molti sottoscriveranno, anche fra chi lo conosceva bene. L’«io» può diventare ego dominante, certo. La forza della ragione può essere ragione della forza dialettica, espositiva, spiazzante, certo. E il sottile ma irresistibile piacere di sparigliare, di mettere un po’ di sabbia negli ingranaggi delle altrui macchine può aver mandato Beha, in qualche occasione, fuori giri.
Un caso eclatante, e molto pop, anzi nazionalpopolare che lo espose molto, troppo al pubblico ludibrio del popolo tifoso (il popolo è spesso pericoloso, quando è tifoso a prescindere...) fu quello consumatosi a margine del Mundial spagnolo del 1982, quello di «Pablito» Rossi, di Sandro Pertini in tribuna con il re Juan Carlos e del vecio Bearzot portato in trionfo come un Cesare. Ricordate il pareggino alla camomilla fra Italia e Camerun? Beha avvertì un vago odorino di combine, lo sussurrò, lo disse, lo scrisse, con Roberto Chiodi, nel libro Mundialgate. «L’affare Camerun – disse poi – mi è costato la carriera. Sono stato mandato via da la Repubblica, dov’ero inviato speciale e anche dopo non ho avuto spazi per svolgere il mio lavoro. Ma sono stato fortunato. Ho ricevuto minacce di morte da parte della camorra, che era coinvolta nella cosa. Sono stato messo davanti a un bivio. Potevano farmi pagare con la carriera o con la pelle. Mi hanno portato via solo la carriera». Non fu proprio così, visto che la sua carriera proseguì. Sempre «alla Beha», fra l’altro. Ma il triplo «campioni del mondo!!!» di Nando Martellini attirò a posteriori l’attenzione degli italiani anche su di lui. Del resto con il calcio aveva iniziato, collaborando, fin dal 1973, con Tuttosport: proprio lui, fiorentino, sul giornale sabaudo. Chi ci ha lavorato, in quel giornale, e con Beha, ricorda che lo sport preferito di Oliviero era però l’atletica, mezzofondo per la precisione. Già allora, ventiquattrenne, evidentemente voleva correre da solo.
«Considero questo mio scaffale personale, il luogo dove possa navigare volentieri, chi per avventura sia interessato a quello che ho fatto/scritto fino ad ora», è scritto nel suo blog. E di cose fatte/scritte ce ne sono tante. Su molte testate. Oltre a Tuttosport e a Paese Sera, in tandem, negli anni Settanta, La Repubblica, appunto, come inviato, poi come commentatore politico La Rinascita, Il Messaggero, e Il Mattino, L’Indipendente, l’Unità, Il Fatto Quotidiano di cui è stato cofondatore.
Un amico e collega (suo e nostro) che ci parla di lui ne sottolinea la cultura, non soltanto quella ufficializzata dalle lauree, due, una in Lettere, e l’altra in Filosofia, conseguita in Spagna. Si vedeva, si sentiva, quella cultura, anche in televisione, nei molti programmi creati, curati, tirati all’estremo com’era nel suo stile: insieme ad Andrea Barbato a Va’ pensiero. Poi Fluff, e soprattutto Video Zorro, dove lasciò un segno forte, una zeta che voleva essere l’ultima lettera, l’ultima parola su temi scottanti, bollenti. Spada affilata, senza dubbio, che però non sopportava il giustizialismo un tanto al chilo. Un esempio. Per tornare al calcio, quando scoppiò lo scandalo di Calciopoli, o Moggiopoli e dintorni, non si unì al coro giacobino, non invocò la ghigliottina pallonara. Alla presa della Bastiglia, non soltanto juventina, preferiva la potenza del ragionamento, da argomentare senza magliette addosso, a mente libera, possibilmente, per andare più in profondità. In profondità l’ha colpito il male, che lo ha stroncato a 68 anni.
«È stato un male molto veloce – ha detto la figlia Germana – papà se n’è andato abbracciato da tutta la sua grande famiglia allargata di parenti e amici». Ora i suoi libri, i suoi saggi, parlano per lui, come la moglie Rosalia, gli altri figli Saveria e Manfredi. Ma forse oggi la testimonianza più forte, più sentita, dal profondo di una «solenne incazzatura» come quella di cui parlava un altro toscano scomodissimo, Luciano Bianciardi, è in quell’ultimo libro dal titolo e dal contenuto amorevole anche se fermo: Mio nipote nella giungla. Sì, tutta la vita, non soltanto il giornalismo, è una giungla. Quelli che lottano, alla fine ci muoiono.