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 2017  maggio 15 Lunedì calendario

«Vi dico perché ho indagato mezza Italia». Intervista a Raffaele Guarianello

È amato e odiato. C’è chi lo vede come un Robin Hood che rende giustizia ai deboli e chi come un Don Chisciotte che insegue anzi crea delle cause perse. Da poco più di un anno non fa più il magistrato. Ha lasciato la Procura di Torino ma, come dice, lui «la mia è una missione». Ha indagato sulla Fiat e sulla Juve ma anche sull’amianto nelle aziende e sul rogo alla Tyssenkrupp, sulle mozzarelle blu, sulla farina di castagna, sulle caraffe filtranti... Non ha mai chiuso il codice penale («non lo farò mai», assicura lui) e ora pensa alle vitttime dell’amianto come consulente della Camera dei Deputati per i militari morti. 
Dottor Guariniello, salga sul banco degli imputati. I suoi detrattori la accusano di essere nell’ordine: un rompiballe, un esibizionista, uno che insegue chimere, un perditempo. Provi a difendersi. Cominciamo dall’inizio: è un rompiballe? 
«Sì. Ma per me è un complimento». 
Ama finire sui giornali? 
«Un magistrato che fa delle cose e finisce sui giornali è meglio di quello che non fa. E poi essere conosciuto qualche volta mi ha aiutato. Come quando ho chiesto all’allora ministro del Lavoro, Roberto Maroni, più ispettori per fare controlli». 
Sulle cause perse cosa dice? 
«Se cominci un’indagine hai già ottenuto dei risultati». 
Detta così sembra uno slogan, faccia degli esempi. 
«L’indagine sulla pericolosità dei cellulari per la salute ha sensibilizzato le aziende che li producono. L’indagine sull’amianto nei vagoni ferroviari ha spinto le Ferrovie, prima ancora di arrivare alla fine del processo, a bonificare le carrozze. Quella sul cinema Statuto di Torino (dove nel 1983 si sviluppò un incendio che uccise 64 persone, ndr) ha sollevato il problema della sicurezza nei luoghi publici...». 
È vero che c’è lei anche dietro l’annuncio delle hostess che ci ricordano di spegnere il cellulare in aereo? 
«Sì, dopo che nel 1996 si verificarono alcuni strani episodi di apparecchiature elettroniche degli aerei che impovvisamente andavano in tilt». 
Ora che è in pensione e non può più indagare ha, tra le altre cose, scritto un libro: “La giustizia non è un sogno” (Rizzoli). Quali sono i problemi della giustizia? 
«I processi che ho fatto hanno toccato gli interessi delle persone più deboli, non erano mai stati fatti prima, le leggi c’erano ma non venivano applicate, erano quindi processi molto complessi, che spesso finivano in prescrizione. Ma questo non deve scoraggiarci e farci smettere di credere nella giustizia che resta uno strumento di tutela dei deboli». 
Per evitare la prescrizione bisognerebbe allungarne i tempi come dicono molti? 
«Il familiare di una vittima del lavoro non può aspettare vent’anni per avere giustizia. Servono risorse organiche e strutturali. Il rischio è che se la giustizia non funziona i magistrati perdono l’entusiasmo». 
Dopo 48 anni lei non ha perso l’entusiamo, ha aperto oltre 30mila fascicoli... 
«Non ho tenuto la contabilità. Da giovane pretore facevo 2500 sentenze all’anno, ovviamente molte di queste erano molto semplici». 
È vero che aveva la chiavi di Palazzo di giustizia e che di notte lavorava? 
«Sì... Ma, vede, per me fare il magistrato non un è mestiere ma una missione. E non l’ho mai fatto per la carriera, ma 
per tutelare i più deboli. Forse perché vengo da una famiglia modesta, contadini, panettieri, calzolai, camionisti che mi hanno insegnato, senza volerlo, la dignità del vivere e del lavorare. Non sopporto l’umiliazione e quando so che qualcuno si è ammalato o è morto per lavorare, credo sia un’ingiustizia enorme, un colpo alla sua dignità». 
Alcuni suoi colleghi la deridevano, dicevano che i veri processi erano quelli che riguardano la criminalità organizzata e che lei si occupava di argomenti minori... 
«La salute dei cittadini, la dignità dei lavoratori, la sicurezza sul posto del lavoro per me vengono prima di tutto. E poi, una volta ho un omicidio in pochi giorni». 
Quando disse ai suoi colleghi: “Vedete che lo so fare anch’io!”? 
«Vedo che è preparata...». 
Ha indagato un paio di volte sulla Fiat. Anzi la sua prima inchiesta, è stata sulla schedatura degli operai... Un esordio col botto: tornò dalle ferie estive per fare una perquisizione a sopresa. 
«Era il 1971, feci un blitz artigianale. Andai a cavallo di una bici, ma dimenticai di avvisare i superiori. Il procuratore capo non la prese bene. Ma intanto scoprii 354mila schede segrete su altrettanti operai. Descrivevano la vita privata, i costumi, gli orientamenti politici e perfino le inclinazioni sessuali». 
Com’è finita? 
«Il processo fu trasferito a Napoli, non si poteva fare a Torino. Il Tribunale condannò la Fiat in primo grado poi arrivò la prescrizione. Ma, ecco, questo è uno di quei casi in cui eliminare la patologia è più importante di arrivare a una condanna». 
Perché? 
«Perché da allora non l’hanno più fatto. Nessuno l’ha più fatto. Più dello Statuto dei Lavoratori quest’inchiesta ha fatto capire che cosa si rischia ad adottare certi sistemi». 
E con la Juve come è andata? Lei, che non ha mai negato la fe
de bianconera, è stato il primo a indagare sulla Juve e su tutto il calcio. 
«La fede legale è più forte di quella sportiva! Quell’inchiesta è rimasta nella memoria di tutti, tanto che quando vado in giro non mi associano all’amianto ma al doping». 
Come mai aprì il fascicolo? 
«Dopo aver letto un’intervista dell’Espresso a Zdenek Zeman in cui lui parlava delle farmacie nel calcio. Lo convocai, ma il colloquio con lui non fu facile. Non aggiunse altro a quanto già detto pubblicamente. Raccontò dei dépliants delle case farmaceutiche ricevuti in ritiro che garantivano aumenti vertiginosi delle prestazioni dei giocatori sulla base dei loro prodotti». 
Quel processo è finito con una prescrizione dell’accusa di doping e frode sportiva. 
«Sì, ma ha portato all’approvazione di una legge». 
Che cosa l’ha colpita del mondo dello sport? 
«Che non ci sono i pentiti come nei processi di mafia. Gli atleti si trovano spesso nelle stesse condizioni dei lavoratori che temono di perdere il posto». 
Cosa è cambiato nello sport dopo la sua inchiesta, oltre all’approvazione della legge? 
«La nostra legge è bellissima, ma bisogna applicarla». 
Anche l’inchiesta Stamina nasce da un articolo di giornale, il famoso “metodo Guariniello”. Ce lo spiega? 
«È il metodo previsto dal nostro codice: il pm non può limitarsi a ricevere le notizie di reato dalla polizia e dai cittadini 
ma deve, dovrebbe, anche cercarle. Dai giornali, dalle conferenze, parlando con la gente ma anche leggendo sentenze della Cassazione. Dal 1988 leggo tutte le sentenze della sezione penale via via che vengono depositate». 
Il suo metodo è stato molto criticato. 
«Lo so, ma questo è sempre stato il mio modo di intendere e fare il pm». 
Negli ultimi anni lei era arrabbiato perché il suo “pool” era stato smantellato. 
«Colpa della regola della decennalità che impone ai magistrati una permanenza massima di dieci anni nel loro gruppo. Così si buttano via anni di studio, di esperienza. Io credo nella specializzazione. Vorrei la creazione di una Procura nazionale che si occupi dei delitti ambientali e sul posto di lavoro. Mi sono battuto per questo, senza avere grandi riscontri». 
Ma qualche soddisfazione l’avrà avuta... 
«Tante. La più importante è sicuramente la condanna della Cassazione per i manager e i dirigenti della ThyssenKrupp. Per altri Paesi questa sentenza è un punto di riferimento». 
Il rimpianto maggiore? 
«I processi che non sono riuscito a finire: quello Eternit per gli omicidi, quello per il giovane morto dopo un Tso. Sono figli che ho abbandonato». 
La famosa inchiesta sulla mozzarella blu come è finita? 
«Con un rinvio a giudizio a Torino. In altre città con un’archiviazione. È singolare che in uno stesso Stato di diritto si sia arrivati a soluzioni diverse dello stesso problema». 
Lei è stato corteggiato dai grillini: la Raggi le ha chiesto di fare il capo di gabinetto. 
«Credo nelle competenze. Sono un magistrato, un tecnico, quel lavoro non avrei saputo farlo». 
È tentato dalla politica? 
«No, finora ho rifiutato tutte le proposte che mi sono arrivate». 
Cosa pensa dei magistrati che fanno politica? 
«Che non dovrebbero tornare indietro». 
Si è fatto un’idea dell’inchiesta sulle Ong? 
«Non conosco le carte». 
E della sentenza della Cassazione sul mantenimento della ex moglie? 
«Non ho letto le motivazioni». 
Da grande cosa farà? 
«Adesso faccio il consulente della Camera dei Deputati per i militari morti d’amianto». 
C’è un’inchiesta che aprirebbe oggi? 
«Sì, sulla tutela del consumatore dalle industrie alimentari e farmaceutiche». 
C’è un nuovo Guariniello? 
Risata. «No, basto io».