Libero, 13 maggio 2017
Liquore, spinte, salotti: l’inutilità dello «Strega»
Il premio letterario Strega incombe su di noi anno dopo anno come una maledizione ciclica. Intitolato a un liquore che uno non offrirebbe al suo peggior nemico (avete mai visto qualcuno berlo, se non il disgraziato vincitore del premio, a cui tocca come un amaro calice, una suprema ordalia?), frantuma a ogni primavera le palle degli addetti ai lavori che se ne devono occupare per forza.
Come se non bastasse, adesso è uscito un libro, intitolato Strega, di Solimine, De Mauro, Manica, Pedullà, Antonelli, Della Valle, Morselli, più fotografie di Musacchio & Ianniello, Rizzoli, pp. 162, euro 19).
Sì, ci si sono messi in nove a scriverlo e illustrarlo, compreso lo scomparso Tullio De Mauro, un grande linguista che non si sa come negli ultimi anni di vita era andato a imbrancarsi al seguito di un tale carrozzone.
Il sottotitolo del volume è Un premio che nessuno ha ancora immaginato, il che suona abbastanza oscuro, e prelude a una serie di interventi ampiamente basati su una Supercazzola intellettuale paludata di titoli accademici.
Intanto, perché è stato fatto questo libro? È evidente: per autocelebrare una manifestazione (e i suoi organizzatori) che deve continuare a darsi un sapore da crême de la crême. I giurati, i Quattrocento cosiddetti Amici della Domenica, che amici non sono, perlopiù detestandosi gli uni con gli altri, divisi per bande, dovrebbero costituire uno spaccato del gusto letterario, in base a un «canone» estetico che però non si sa quale sia. Lo rivelano gli stessi testi del volume, tutto un arrampicarsi sugli specchi per giustificare l’elargizione dei premi, dal 1947 a oggi, sulla base di criteri stilistici che, a farci caso, semplicemente non ci sono.
Qual è la lingua dei romanzi premiati dallo Strega? Tutto e il contrario di tutto: la lingua media, la lingua letteraria, la lingua del parlato, la lingua dialettale, la lingua elaborata e barocca.
Perché Gadda non ha mai vinto? E Pasolini? Perché Paolo Volponi ha vinto due volte? Perché Dino Buzzati ha vinto con i Sessanta racconti e non con un romanzo? Questo si chiedono gli estensori di questo saggio surreale, in cui si fanno le domande e si danno le risposte da soli, nella ricerca grovigliosa e bizantina di giustificare la propria esistenza. Ora, può darsi che Giovanni Solimine e Stefano Petrocchi, rispettivamente presidente e direttore della Fondazione Bellonci, ce la stiano mettendo tutta per dar vita e vitalità a una manifestazione cimiteriale, ma ce la faranno? Andate a vedere l’elenco dei giurati, tra ex e odierni: sembra una lapide ai Caduti, dove anche la maggior parte dei viventi è già morta. Con quale razza di criterio sono stati scelti? Mistero, ma non si può fare a meno di notare uno spostamento dell’asse in senso sempre più capitolino, da camarilla da salotto, da volemose bene, una fettina di torta a me e un pasticcino a te, il liquorino nauseabondo al posto del vino de li castelli. Ma i giurati una volta erano Oreste Del Buono, Dino Buzzati, Leo Longanesi, Mario Pannunzio, oggi si sono infiltrati Francesco Rutelli, Walter Veltroni, Gianni Alemanno, cioè il grado zero della cultura. Cantandosela e suonandosela, i compilatori del volume (utilizzabile a seconda dei gusti come lapide o come feretro), fanno di tutto per allontanare l’idea generalmente consolidata che questa competizione, messa in piedi nel 1944 dalla scrittrice Maria Bellonci, una donna che alcuni definivano di carattere forte e altri una gran scassamaroni, sia quello che è: una giostra commerciale, con le sue flebili lucine mediatiche e i suoi lustrini stantii, per spingere le vendite di qualche romanzo che altrimenti affonderebbe nella più nera indifferenza del già magro pubblico italiano dei subleggenti.
Ai milanesi, di tali giri romani di baci & abbracci importa una cippa, a Milano in compenso c’è l’Editoria, che a Roma praticamente non esiste. A Roma esistono non gli addetti ai lavori, ma gli addetti ai favori, come si evince dal pruneto di reciproche cortesie nel quale i membri della giuria risultano volenti o nolenti, intrappolati. E com’è possibile che ci siano giurati che fanno anche i concorrenti? O fai l’arbitro o fai il giocatore.
Tutto l’inutile libro Strega trasuda la preoccupazione di darsi una legittimità, un’autorevolezza che paiono perdute. Ma nella seconda parte, quella dei “ritratti d’artista”, fotografie di premiati (a parte l’omaggio a Tullio De Mauro), la velleità di tracciare un affresco che richiami per esplicità volontà nientemeno che il Parnaso di Raffaello, fa abbastanza ridere i volatili da cortile. Walter Siti come Orazio? Scherziamo?
E allora via a compulsare per diletto il monumento funebre degli Amici. Tra i sopravvissuti anche una tale Alessandra Lavagnino, “scrittrice e parassitologa”. E il cerchio si chiude.