Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2017  maggio 13 Sabato calendario

Schettino in prigione Governo a piede libero

Negli ultimi 30 anni abbiamo assistito all’impoverimento dell’Italia, all’esplosione del debito pubblico e all’addio alla lira in favore dell’euro, che è bene precisarlo non è la moneta uscita dal trattato di Maastricht del 1992.
No, è un altra divisa, estranea ai trattati, frutto di azioni prepotenti attribuibili ad Helmuth Kohl, cancelliere della Germania riunificata, e spalleggiate dai sempre più potenti burocrati di Bruxelles che hanno tradito le decisioni dei capi di governo per varare un sistema fiscale e monetario sganciato dalla sovranità. Un crescendo di mini-golpe culminati con l’introduzione, in Costituzione, del fiscal compact, che non dovrebbe esistere, perché come ricorda sempre il professor Giuseppe Guarino nessun trattato l’ha ratificato: è figlio di forzature, riscontrabili nei regolamenti del 1997 (che introduce parametri e sanzioni su deficit e debito) e del 2011: occhio, due regolamenti, non due trattati. L’Italia però non ha fatto niente per far rispettare i patti. Peggio: nel 2012 il Parlamento, a stragrande maggioranza, ha inserito nella Carta il pareggio di bilancio e il fiscal compact, condannandoci a manovre da decine di miliardi ogni anno per riportare il debito al 60% del Pil. Ma com’è possibile che il Belpaese si sia ridotto così, svendendo il futuro di 60 milioni di cittadini a degli euroburocrati che non rispondono a nessuno? Chi sono i colpevoli da mettere sul banco degli imputati? 
Bisogna fare un passo indietro. Precisamente al 1979, quando l’Italia entra nello Sme, il serpentone monetario delle principali divise europee, pur essendo impreparata. Ma il grosso guaio è datato 1981, quando la Banca d’Italia (governatore Carlo Azeglio Ciampi) e il Tesoro (ministro Beniamino Andretta) decidono per farsi belli nei confronti dei partner continentali che Via Nazionale non avrebbe più partecipato alle aste di via XX settembre sui Bot. Lo Stato sarà così costretto ad alzare i rendimenti già alti per via di un’inflazione a doppia cifra per piazzare le sue obbligazioni. Un’operazione che ha un unico risultato: far aumentare il debito pubblico e mettere in difficoltà i conti pubblici. Negli anni ’80 cresceva sì il Pil nominale, ma anche l’inflazione. E la spesa pubblica. Fino alla crisi di inizio anni ’90. I governi poi ci hanno messo del loro. Ecco l’elenco dei danni combinati ai danni degli italiani, premier per premier, al grido di «ce lo chiede l’Europa». 
AMATO I 
Giuliano Amato, attuale giudice costituzionale famoso per le sue laute pensioni, è passato alla storia per aver prelevato il sei per mille, nella notte fra il 9 e il 10 luglio 1992, dai conti correnti degli italiani, all’interno della manovra da 93mila miliardi di lire. Parallelamente, in quell’estate calda sotto i colpi di Tangentopoli e dei suicidi eccellenti, Carlo Azeglio Ciampi, all’epoca governatore della Banca d’Italia, butta decine di miliardi di lire per difendersi, senza esito, dagli attacchi alla lira di Soros, ricevuto pochi giorni fa da Gentiloni. Una manovra che non impedisce comunque l’uscita della lira dallo Sme. 
Prima di queste scosse c’era però stato l’appuntamento di Maastricht, dove solo grazie a Guido Carli, ministro del governo Andreotti (predecessore di Amato), si riesce a evitare la cessione di sovranità: si definisce il tema della flessibilità nella gestione dei conti pubblici e soprattutto non si demonizza l’uso dell’indebitamento per favorire investimenti e crescita. Due punti fermi che saranno invece traditi appena 6 anni dopo. 
CIAMPI 
Tangentopoli e le bombe incombono. Il Parlamento pieno di indagati sostituisce Amato con Ciampi. Il quale, dopo la mazzata, avvia solo le grandi privatizzazioni, con Draghi in manovra al Tesoro, e pone le basi della sterilizzazione dei salari, con l’accordo sulla concertazione, che fa felici sindacati e Confindustria ma non i lavoratori. 
BERLUSCONI I 
Dura troppo poco per fare danni. 
Prova una riforma delle pensioni, ma l’asse Bossi-Scalfaro lo manda a casa. 
DINI 
Il Cav è sostituito a Palazzo Chigi da Lamberto Dini, che tanti italiani conoscono. O meglio sanno cos’è la Dini, cioè la più grande riforma pensioni del dopoguerra. Spariscono tanti privilegi, via definitivamente i baby assegni. Tutto per preparare l’Italia all’ingresso nella moneta unica. 
PRODI I 
Un disastro. Per entrare nell’euro subito (Maastricht lasciava invece più libertà d’ingresso) il premier Romano Prodi e il super ministro Ciampi, forse per aspirazioni personali, strozzano il Paese per entrare immediatamente nella moneta unica. Centomila miliardi o giù di lì di manovra. Più l’eurotassa, che doveva essere restituita, ma in realtà rimase nelle casse pubbliche. Anno 1997. La Lega spinge per la secessione, a Roma spingono per l’europeizzazione dell’Italia. Ovviamente vince l’Ulivo che è abile in una cosa sola: spremere gli italiani. Nel 1998 il viceministro Vincenzo Visco ha una bella pensata: perché non inventiamo una nuova imposta? Che ideona, d’altronde «è bello pagare le tasse», riferirà dieci anni più tardi il compianto Tomaso Padoa Schioppa. E allora nasce l’Irap, imposta sulle attività produttive, che ha una prerogativa: si paga anche se l’azienda è in perdita. Non male, vero? Negli anni a seguire, tanti professionisti fecero ricorsi contro questo balzello, considerato un doppione dell’Iva. Alla fine la Corte Ue, nei primi anni 2000 diede ragione agli imprenditori italiani, ma l’Irap rimase, perché altrimenti si sarebbe creato un buco di 30-35 miliardi l’anno per lo Stato, in particolare per le Regioni. 
Visco, che le malelingue hanno ribattezzato Dracula, vuole anche sfruttare il mini-boom in Borsa, legato alla bolla della new economy. Così aumenta al 12,5% l’imposta sui guadagni di Borsa. Una mazzata per il cosiddetto parco buoi, ovvero i milioni di risparmiatori che rischiavano i propri risparmi. 
Il centro-sinistra, come da tradizione, si scanna. Cade il governo Prodi, ma il Professore trova subito un’altra poltrona: presidente della Commissione Ue. Mentre nel 1999 Ciampi è eletto quasi all’unanimità presidente della Repubblica. Ecco, gli autori del disastro Italia ottengono un premio alla carriera. E dire che l’ex governatore della Banca D’Italia e super ministro del Tesoro, Ciampi appunto, era laureato in filosofia e aveva sempre ammesso di non essere un tecnico dell’economia... 
D’ALEMA E AMATO II 
Arriva D’Alema a Palazzo Chigi e Telecom passa dallo Stato ai capitani coraggiosi, la razza Padana. È l’epoca delle grandi privatizzazioni che, col senno di poi, non hanno fatto bene allo Stato, né alle società stesse, finite poi col perdere valore in Borsa e quote di mercato. Torna Amato, ma solo per appesantire la burocrazia introducendo un federalismo farlocco. 
BERLUSCONI II 
Primo gennaio 2002. L’inizio della fine. L’euro, che dal 1999 era solo una moneta virtuale usata per gli scambi finanziari (vedi Borsa), diventa una moneta fisica a tutti gli effetti. Il cambio è fissato a 1936,27 lire per un euro. Troppo alto per noi. Ma Prodi e Ciampi avevano chiuso la trattativa a questa soglia, pur di restare dentro l’eurozona. Il prezzo in realtà l’avevano deciso tedeschi e francesi con un unico obiettivo: trasformarci in loro vassalli. Berlino e Parigi modificano i trattati e la Commissione Ue impone sempre più stringenti regole di bilancio. I nostri governi, compresi quelli di centrodestra, non battono ciglio. Ci inchiniamo di fronte a ogni invito di Bruxelles, che inizia ad allargarsi. Interviene ormai su tutto, dalla giustizia al lavoro (direttiva Bolkenstein), dall’immigrazione (sempre Prodi apre le porte della Ue a Romania e Bulgaria, con un occhio alla Turchia). 
Intanto i prezzi volano. Nel giro di pochi mesi la pizza margherita passa dalle vecchie cinquemila lire a 5 euro. Chi controlla? Nessuno. Il governo Berlusconi-Tremonti non riesce a fermare la speculazione. Il governo Berlusconi, con Maroni, ha il merito di attutire la Dini sulle pensioni, introducendo il mitico scalone. 
PRODI II 
Il trio Prodi, Visco e Padoa Schioppa vara una manovra da 100 tasse. Anno 2006. Che botta. Il bello è che il debito non accenna a scendere. Bersani tenta le liberalizzazioni, ma finisce travolto dai tassisti. Meno male che dura poco il governo. Mastella lo fa cadere nel 2008 e torna il Cav. 
BERLUSCONI III 
Eh, per due anni tutto bene, o quasi. A parte la crisi dei subprime e il crac di Lehman Brothers che tarpano i sogni di gloria del Cav. Ma proprio quando la crisi sembra passata, arriva il peggio. 2011. La Bce scrive una lettera a Tremonti e Silvio, mentre lo spread fra Btp e Bund teutonici schizza alle stelle. Iniziano le manovre pluriennali, quelle che per non ammazzarci subito introducono le clausole di salguardia. Ma i sacrifici imposti dal Cav, già sotto pressione per colpa di Fini e delle inchieste sulle olgettine, non bastano. Il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, decide che è ora di metterci in riga. D’altronde, «ce lo chiede l’Europa».
MONTI 
La botta finale. Mario Monti ed Elsa Fornero, in lacrime, distruggono a colpi di tasse la fiducia degli italiani. Dicembre 2011: la benzina aumenta di 10 centesimi, arriva l’Imu e le pensioni diventano una chimera. Poi il Fiscal compact. Tutto per «non fare la fine della Grecia». Sarà, ma il debito prende il volo, il Pil cala e la disoccupazione cresce. La ricetta era sbagliata. Anche perché la sola riforma previdenziale crea un buco da decine di miliardi, visto che si era dimenticata di considerare i quasi 200mila esodati. L’ex rettore della Bocconi ha soffocato gli italiani sotto il loden senza nemmeno migliorare i conti pubblici. Siamo morti per niente. 
LETTA 
In teoria Enrico Letta non avrebbe fatto danni (toglie l’Imu prima casa), in realtà ha avallato e votato in Commissione Ue il bail-in: se salta una banca tocca ai risparmiatori pagare il conto. La fine di un’era. 
RENZI 
Prova a far ripartire la fiducia, cambia le regole sul lavoro, annuncia un taglio delle tasse ma non mantiene le promesse. Non paga i debiti con la Pa, ma soprattutto applica il bail-in su Etruria. Scatta la sfiducia sui correntisti, che porta al ko Mps e le popolari venete. Intanto il suo ministro Padoan non ne azzecca una e il debito pubblico vola a 2.200 miliardi. 
GENTILONI 
È lì da poco, ma ha già stanziato 20 miliardi per le banche e quasi 5 per i profughi. Il taglio delle tasse non è in agenda. Anzi, aumenterà l’Iva.