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 2017  maggio 15 Lunedì calendario

Ai Weiwei: vi racconto come funziona la censura nella mia Cina

Nel giro di un mese, nel 2014, in due mostre distinte che includevano opere mie, a Pechino e a Shanghai, il mio nome è stato cancellato, in un caso da funzionari pubblici e nell’altro caso dagli stessi organizzatori della mostra. Alcune persone forse prenderebbero una cosa del genere con calma, non la vedrebbero come una ragione per inquietarsi. Ma io sono un artista e considero le etichette sulle mie opere come una misura del valore che ho prodotto, come i marcatori del livello dell’acqua sulla riva di un fiume. Altre persone forse alzerebbero le spalle e non se ne curerebbero, ma io non ci riesco. Non mi illudo però che il fatto che io non sia disposto a passarci sopra possa influenzare la disponibilità di altri a passarci sopra. La vita in Cina è satura di finzione. La gente finge ignoranza e parla in modo ambiguo. Tutti sanno che esiste un sistema di censura, ma non si parla quasi mai del perché esiste. Censurare elimina la libertà di scegliere che cosa osservare ed esprimere agli altri, e questo inevitabilmente produce depressione nella gente. Dove la paura predomina, la vera felicità svanisce e la forza di volontà dei singoli si prosciuga. I giudizi divengono distorti e la razionalità stessa comincia a venir meno. Il comportamento di gruppo può diventare incontrollato, anormale e violento.
Per le persone che accettano questa posizione passiva nei confronti dell’autorità, “sbarcare il lunario” diventa il valore supremo. Sorridono, si inchinano e fanno di sì con la testa, e questo comportamento di regola consente loro di vivere comodamente, senza problemi e perfino piacevolmente. È un atteggiamento essenzialmente difensivo da parte loro. È ovvio che in qualsiasi disputa, se una parte viene ridotta al silenzio, le parole dell’altra parte non saranno messe in discussione. È la situazione che abbiamo oggi in Cina: la maggioranza che sceglie di essere silenziosa, sicofanti di un regime potente, astiosi verso le persone che fanno sentire la loro voce come me, è doppiamente amareggiata perché sa di essersi umiliata con le proprie mani. Il sistema della censura necessita della collaborazione e del tacito consenso dei censurati: per questo non concordo con l’idea comune che i censurati siano semplicemente vittime. L’autocensura volontaria procura benefici a una persona e il sistema non funzionerebbe se non ci fosse l’aspetto volontario. Chi è disposto a censurarsi da solo è vulnerabile a sfide morali di vario genere. Non è mai stato una vittima né mai lo sarà. Ogni volta che dà prova del suo servilismo riscalda il cuore degli autocrati e danneggia le persone che protestano. Il suo atteggiamento vile, quando si diffonde, diventa la ragione più profonda del collasso morale della nostra società. In questo tipo di sistema, dove le opere d’arte salgono o scendono sulla base di criteri corrotti, qualsiasi creatore artistico che possieda una reale vitalità deve fingere di non capire.
Com’è noto, non posso parlare in alcun consesso pubblico. Il mio nome viene cancellato da qualsiasi mezzo di informazione. Non sono autorizzato a spostarmi all’interno della Cina e sono messo al bando dai media pubblici, dove vengo regolarmente criticato. I commentatori nei media pubblici si fingono imparziali, ma è impossibile considerando la loro posizione, al riparo della cortina protettiva dello Stato. Non affrontano argomenti come il diritto alla libertà di parola o la qualità di vita per la stragrande maggioranza dei cinesi. Quello in cui sono più esperti è attaccare senza scrupoli voci che sono state già represse.
La mia esistenza virtuale, se così si può dire, esiste solo fra le persone che scelgono di accorgersi di me, e quelle persone ricadono chiaramente in due categorie: quelle che pensano che il mio comportamento dia maggior senso alle loro vite e quelle che pensano che io ostacoli la loro marcia verso il benessere, e non me lo perdonano. Solo quando la Cina offrirà piattaforme eque e imparziali per l’espressione delle pubbliche opinioni avremo modi per far incontrare le menti attraverso le nostre parole. Io sostengo la creazione di queste piattaforme. Dovrebbe essere il principio primo per rendere possibile la giustizia sociale. Ma in un posto dove tutto è finto, fino alla punta dei capelli, chiunque alzi la voce per sottilizzare sulla verità appare ingenuo, se non addirittura infantile. In definitiva, la strada dell’”ingenuità” mi sembra la sola che mi resta aperta.
Un artista è una persona importante, che prende parte alla vita politica. Specialmente in tempi di cambiamenti storici, i valori estetici avranno sempre un vantaggio. Una società che perseguita le persone che rimangono ostinatamente fedeli a valori individuali è una società incivile, che non ha futuro. Quando i valori di una persona vengono esposti pubblicamente, gli standard e l’etica di quella persona e della società nel suo insieme possono venire messi in discussione. La libera espressione di un individuo può stimolare un tipo di scambio più specifico, e condurre, a sua volta, a modi più specifici di scambiare opinioni. Questo principio è parte integrante della mia filosofia artistica.
La censura in Cina impone limiti al sapere e ai valori, e questo è fondamentale per imporre una schiavitù ideologica. Io faccio quel che posso per evidenziare le crudeltà, le cose sottili e meno sottili. Per come stanno le cose oggi, una resistenza razionale può fondarsi solo sulle piccole azioni di singole persone. Se fallisco, la responsabilità è soltanto mia, ma i diritti che cerco di difendere sono diritti che possono essere condivisi. Anche gli schiavi ideologici possono rivoltarsi. Alla fine, si rivoltano sempre.
(Traduzione di Fabio Galimberti)