la Repubblica, 14 maggio 2017
I racconti di una vita
La nuova edizione di una raccolta di Raymond Carver è lo spunto per ripercorrere la storia del maestro americano. Solitudine, whisky cattivo e grande talento nel disegnare fallimenti e rimpianti Carver. Molto prima di diventare il famoso scrittore di racconti, con le sue coppie, le tavole calde, i discorsi d’amore nei motel da quattro soldi, quell’America profonda e alcolizzata che è entrata nel nostro immaginario grazie a lui, era figlio di un bracciante agricolo emigrato sulla costa pacifica durante la Depressione. Nel 1934 suo padre lasciò i campi di grano dell’Arkansas, si mise in viaggio “a piedi, a forza di passaggi e carri merci”, raggiunse il nord-ovest e tentò il salto sociale da contadino a operaio. Trovò una terra spopolata, misera striscia di cittadine perse tra le montagne e l’oceano, in cui gli emigranti lavoravano alla costruzione delle grandi dighe, a tagliar legna nei boschi o in segheria. “Affilatore di lame”, recitano le biografie: Raymond Carver senior, “il mio dolce papà”, non si adattò mai a quella vita. Era un uomo fragile, una metà del quale compare nei ricordi del figlio mentre pesca sulla riva di un fiume, legge romanzi western in camera sua, racconta storie ai bambini. L’altra metà soffriva di un male misterioso e lo curava con la medicina meno indicata, il “whisky cattivo” che teneva sotto il lavello della cucina, e che sua moglie di nascosto gli annacquava. Ebbe un incidente in segheria, non riuscì più a lavorare, qualche medico gli prescrisse una cura di elettroshock, e a cinquant’anni il suo aspetto era già quello di un vecchio, “dimagrito, pallido, dall’aria sconcertata”. Raymond Carver junior nacque nel 1938. Conobbe la fabbrica da ragazzino e lui stesso ci lavorò per qualche tempo, odiandola tanto che non ne scrisse mai.
Nelle foto degli anni Cinquanta è un Brando di provincia seduto sul cofano della macchina con una sigaretta dietro l’orecchio. Presto cominciò a girare per i bar con gli amici, si innamorò di una commessa, la mise incinta che lei non era nemmeno maggiorenne, la sposò e finì che a vent’anni lui e Maryann avevano già due figli.
Una storia dal destino segnato se non che Carver era deciso a cambiarlo, studiare, diventare uno scrittore: così nel 1958, “in cerca di una vita diversa e della nostra fetta della torta americana”, i due lasciarono lo stato di Washington e partirono per la California. Si fecero prestare dei soldi, affittarono una casetta, lei trovò lavoro in un ristorante e lui un corso in un college e allora cominciò il suo lungo apprendistato da scrittore, da marito e da padre. Disse poi che fu l’ultimo di questi ruoli a influenzare gli altri due. “I miei feroci anni di paternità”, li chiamava. Gli anni delle scelte avventate, degli errori commessi per ingenuità o paura, delle fughe che seguivano.
Ecco i loro indirizzi in giro per la California: Paradise, Eureka, Arcata, Sacramento, Palo Alto, San José, Cupertino. I lavori che Carver fece in quegli anni, tra un corso universitario e l’altro: operaio, fattorino, magazziniere, addetto a una stazione di servizio. “Ditene un altro: l’ho fatto”. E intanto leggere Hemingway, ?echov, Flaubert, e cercare di imparare a scrivere; a “essere sottile come la corrente di un fiume, quando pochissimo altro nella mia vita era altrettanto sottile”.
Scriveva, in quel periodo, racconti sul matrimonio. Non i matrimoni esausti dei suoi racconti più celebri, ma matrimoni che ancora assomigliano a rifugi dalla durezza del mondo.
Matrimoni allegri, qualche volta, perché questi furono gli anni Sessanta dei Carver: in California soffiava un vento nuovo, Ray e Maryann erano giovani e avevano amici artisti e scrittori, la liberazione sessuale raggiunse anche loro. Ray era apprezzato per le sue storie e famoso per bere più di tutti: da ubriaco si scatenava. La festa però durò poco, disse di averlo capito dentro una lavanderia a gettoni, verso la metà degli anni Sessanta, in un momento di rivelazione: con i panni dei figli in mano, facendo la fila per un’asciugatrice, la sua vita sognata di scrittore gli apparve talmente lontana dalla vita reale da sembrargli per la prima volta irraggiungibile. Lì nella lavanderia vide di colpo davanti a sé il fallimento. “Da qualche parte, a Iowa City o poco dopo, a Sacramento, i sogni cominciarono a infrangersi”. Alle aule universitarie si sostituirono i corridoi di un ospedale, dove andava di notte a fare le pulizie. E ora non c’era più una giovane moglie, a letto, a scacciare i cattivi pensieri: ormai da un po’ di tempo al suo posto c’era il bar. Ray usciva dall’ospedale, andava a bere, non prendeva la strada di casa fino al mattino. Cominciò per lui il tempo degli alcolisti, “lunghi periodi dei quali semplicemente non riesco a darmi conto, a far riemergere i paesi e le città in cui ho vissuto, i nomi delle persone, le persone stesse”. Anni persi in quella nebbia perenne, mentre nei suoi racconti prende forma un senso di angoscia e di minaccia che diventerà il più tipico dei sentimenti carveriani. I personaggi sono adulti in confusione, uomini e donne il cui senso morale è smarrito, resi ancora più incerti e maldestri dal bere, invischiati nell’ansia, nella frustrazione, nel senso di fallimento, nel rimpianto, i mali di cui il padre di Carver soffriva e che il figlio stava curando con la stessa medicina. Il destino da cui era fuggito l’aveva raggiunto fin lì, in qualche casa californiana nei primi anni Settanta, dove si rinchiudeva sentendosi accerchiato dal pericolo.
Eppure intanto scriveva i suoi racconti più belli, Grasso, Vicini, Loro non sono mica tuo marito.
Precipitava, e intanto diventava Carver. Ray e Maryann dichiararono fallimento due volte in pochi anni. Erano entrambi alcolisti, si tradivano apertamente e il loro matrimonio era ormai avvelenato dal rancore, e quando lui da ubriaco diventò violento qualcuno cominciò a consigliare a lei di allontanarsi. Da solo, in compagnia del suo whisky cattivo, Ray scriveva sempre meno, lavorava sempre più a fatica, viveva per lunghi periodi del sussidio di disoccupazione, beveva e basta. Era il ’73, ’74. A trentacinque anni Carver si sentiva un uomo “con il cuore freddo e vuoto”. Si sentiva “un uomo morto”. Aveva un amico, Gordon Lish, che poi sarebbe diventato il suo famigerato editor. Si erano conosciuti tempo prima, quando uno dirigeva una piccola rivista e l’altro gli mandava racconti da pubblicare, ma adesso Lish aveva fatto strada, era sbarcato a New York e lavorava in una grande casa editrice. Lui non era un autodistruttivo, era anzi un abile costruttore del successo suo e degli altri, e Carver fu il primo che chiamò quando gli affidarono una collana di narrativa, proponendogli di raccogliere i suoi migliori racconti in un libro. La raccolta si intitolò Vuoi star zitta, per favore?, uscì nel 1976 e avrebbe fatto rapidamente fortuna. Con molti anni di ritardo sulla vita di Ray, ma in anticipo sulla sua morte annunciata. Portava una dedica: “Questo libro è per Maryann”. Era un grazie e un addio: inevitabile, sofferto, incompiuto, perché quella prima vita l’avrebbe comunque inseguito fino alla tomba, ma Carver adesso era pronto a cominciarne una nuova, “stupito dagli impossibili mutamenti da cui si sentiva travolto”.