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 2017  maggio 14 Domenica calendario

Cara poesia, quanto ti odio

La poesia e l’odio per la poesia per me – e forse per voi – sono inestricabili». Quando si sa che è stato per l’appunto un poeta a pronunciarla, e senza scherzi, l’affermazione si fa sensibilmente più interessante. Il poeta è lo statunitense Ben Lerner, poco meno che quarantenne, da noi noto già come romanziere ( Nel mondo a venire, Sellerio; Un uomo di passaggio, Neri Pozza). Prima delle sue raccolte di versi, che speriamo seguano, esce in Italia il pamphlet, sottile e incalzante, che si intitola proprio al disprezzo per la poesia: Odiare la poesia (Sellerio, traduzione di Martina Testa). Come ci si aspetta, finisce con la parola “amore” (per i saggi si spera non sia proibito lo “spoiler”, ovvero lo svelamento del finale).
A scuola Lerner doveva imparare una poesia a memoria e ne scelse una di Marianne Moore, perché era la più corta: «LA POESIA. Neanche a me piace /A leggerla, però, con totale disprezzo, vi si scopre, dopo tutto, uno spazio per l’autentico». Un titolo, un verso corto, uno esagerato: il tutto risultò per la memoria del liceale un ostacolo più impervio di un’ode a più strofe. Però “I, too, dislike it” restò impresso: oggi Lerner è professore (al Brooklyn College) e il verso ricorre nel suo pamphlet, come una rima.
Lerner nota che si hanno pareri fortemente variegati su cosa sia una “poesia ben riuscita” ( e ricorda che Tolstoj detestava i sonetti di Shakespeare), mentre chiunque si accorge che una certa poesia è “orrenda”. È uno dei punti che possono lasciare stranito il lettore italiano, che a volte vede celebrati versi non proprio lodevoli. Ma la decadenza poetica di cui parla Lerner per il mondo anglosassone non è paragonabile alla situazione italiana. Da noi di poesia si parla pochissimo, è considerata da chissà quanto tempo una sorta di ramo specialistico. Di norma sono i poeti (e neanche tutti) a leggere i poeti, ed è interessante registrare le eccezioni, come Alda Merini e Wis?awa Szymborska, o i “Poeti der Trullo” e Guido Catalano (tutti segnalati dall’indagine sulle vendite di poesia nelle librerie Feltrinelli). Nel mondo anglosassone, la poesia ha, o almeno ha avuto, una presenza più costante e vistosa: reading poetici, poesie esposte nelle metropolitane, premi prestigiosi. Nel Regno Unito esiste la figura, ufficialissima e di diretta designazione monarchica, del “Poet Laureate” (attualmente ricoperta da una donna, Carol Ann Duffy). Come prima di lui John Kennedy e Bill Clinton, nel 2009 Barack Obama commissionò una poesia per la cerimonia del suo insediamento alla presidenza. In Italia sarebbe impensabile. Tra l’altro non abbiamo mai avuto un autore come Walt Whitman – e forse lo rimpiangiamo se con le sue è anche da noi e tuttora fra i longseller più tenaci (a differenza di Carducci e D’Annunzio).
Nel mondo anglosassone si stabilisce che “il peggior poeta della storia” (Wikipedia) sia stato William Topaz McGonagall, uno scozzese dell’Ottocento. In particolare, sul fatto che la sua trilogia dedicata al ponte ferroviario sul fiume Tay, a Dundee, sia appunto “orrenda” non c’è discussione. Una prima poesia elogia la sua costruzione; la seconda ne piange il crollo (e soprattutto la morte di tutti i passeggeri del treno che lo stava percorrendo); la terza ne elogia la ricostruzione. La più tremenda è quella centrale: Lerner fa notare come la sua costruzione sia tecnicamente difettosa quanto quella del ponte stesso. McGonagall fallisce soprattutto nel tentativo di rendere quella singola tragedia parte di una tradizione, dolore tra i dolori che appartengono alla comunità umana.
Letterariamente ben più rilevante è però il fallimento di Walt Whitman, proprio lui: “poeta così potente e così potentemente imbarazzante”, “il quale desiderava che il suo libro, Foglie d’erba, fosse una sorta di bibbia laica della democrazia americana”. Voleva produrre una poesia abbastanza semplice, libera dalle convenzioni metriche tradizionali, capace di unificare un paese giovane, vastissimo, variegato e potenzialmente pieno di quelle contraddizioni che Whitman, notoriamente, riconosceva anche dentro di sé. “Sono vasto, contengo moltitudini” è affermazione che vale per il poeta e vale anche di più per lo Stato federale. Ma quest’unione spirituale di milioni di individui “in un autentico Popolo” è rimasta nel motto e pluribus unum”: non si è realizzata. Con prudente onestà, Whitman la collocava in un futuro indeterminato; i detrattori della poesia però sembrano presupporre, inconsapevolmente, che il progetto whitmaniano si sia realizzato “in qualche momento imprecisabile del passato”, quindi “disfatto con il declino di questa forma d’arte e/o del suo pubblico”. I ragionamenti di Lerner sono interessanti anche per noi, per quanto in questo oblio pubblico e sociale l’Italia pare essersi avvantaggiata di un paio di secoli. Persino le critiche che si possono, e si devono, muovere allo sgraziato McGonagall postulano che la poesia debba, e possa, “trascendere la rappresentazione e sconfiggere il tempo”. Ammette Lerner: “Ciò che pretendo da McGonagall è impossibile”, e lo è a chiunque.
Da Platone in poi, l’odio investe non la poesia ma le poesie, l’incarnazione terrestre (e fatalmente fallace) di un ideale che dovrebbe restare tale: utopia potenziale, aspirazione umana alla “creatività”, a un mondo migliore, a relazioni umane basate sulla comunità e non sul profitto. Ce l’abbiamo con la poesia perché ci ricorda quanto ognuno di noi reprime, ogni giorno; un mondo ideale “che le singole poesie non possono far esistere, ma che possono far percepire, sia pure come assenza, sia pure creando imbarazzo”.
A rileggerla, la poesia inaugurale di Marianne Moore rivela il suo segreto: nel detestare la poesia, vediamo schiudersi uno “spazio per l’autentico”, destinato certamente a rimanere vuoto. “Odiare le poesie reali, quindi, è spesso un modo paradossale, ancorché a volte inconsapevole, di testimoniare la persistenza dell’ideale utopico della Poesia”. Giunti in fondo, è a questo che Lerner chiama: a rendere perfetto questo disprezzo, al punto che spinga addirittura a scrivere nuove poesie, aprire nuovi spazi che, pur deserti, rinviino a ciò che non è mai stato detto. Diventa difficile stabilire se questo sia odio o non invece amore. Forse, una poetica mancanza, un desiderio di poesia. Ma poi forse no: sappiamo che lo stesso Lerner “dislikes it”.