la Repubblica, 14 maggio 2017
Spal, bentornata i A, ora non cambiare maglia
Repubblica di ieri, titolo a pagina 21: “Così i cattivi pensieri fanno invecchiare prima”. Non chi li legge, tranquilli. Chi li scrive, forse. Ma oggi quelli veramente cattivi latitano, prevalgono i buoni. Bentornata Spal, in quattro anni dalla seconda divisione di Lega Pro alla serie A è un bel salto, di quelli che non si fanno per caso. Spero che mantenga la maglia a righe sottili, che indossava ieri e quando lasciò la serie A 49 anni fa. Lo dico perché molte squadre con la maglia a righe verticali (incluse le tre più famose) le hanno praticamente cancellate sul retro, diventato di un nero totale, e un po’ di rispetto per la memoria servirebbe. Anche ai quattro ragazzini (13/14 anni) che, annoiandosi, hanno pensato bene di sfasciare una settantina di tombe nel cimitero del Verano, a Roma. Nessuna preferenza né movente ideologico: croci, stelle di David, fotografie, urne, vasi, contava solo rompere. Ma chi rompe paga? Non lo so. In un Paese normale sì. Viviamo noi in un Paese normale? Non credo.
Credo sia una settimana positiva per gli acronimi. Spal: Società Polisportiva Ars et Labor. Agil: Amicizia, Gioia, Impegno, Lealtà. Dopo 5 finali perse negli ultimi 15 anni le ragazze del volley di Novara hanno vinto il loro primo scudetto. Di scudetti, tutti nell’hockey pista, la città poteva vantarne 32. Molti ricordano, della Spal del commendator Paolo Mazza, Pavlòn per i ferraresi, Massei, Reja, Capello, Bagnoli. Io ricordo anche Rozzoni, all’anagrafe Orlando e dunque l’Orlando furioso, Novelli, Dell’Omodarme, Micheli, Bozzao detto Tigre. Che chiude come Alemao e Falcao, veneziano e non brasiliano. Secondo Galeone, che di posti ne ha girati, Bozzao è l’italiano che più capisce di calcio. Dev’essere vero, perché in panchina non è arrivato nei quartieri alti. Negli anni 60 la Spal era una delle squadre che più sfornavano giovani talenti, con Atalanta, Brescia, Udinese. I dirigenti attuali sono gli stessi che avevano la Giacomense. L’allenatore, Semplici, ha un nome che suona come un programma. Non succede tutti i giorni di fare festa dopo una sconfitta, perché i risultati di Verona e Frosinone garantiscono comunque la A. Ci arriva una società gestita in modo serio, con molto buonsenso, e torna una città bellissima. Ferrara lo sarebbe anche in serie Z, ma la vetrina della A fa piacere. La passione non è calata: in marzo è uscito un libro di Paolo Negri (ed. Faust) dedicato a un solo giocatore: “E Cascella dribblava...”. Questo per dare l’idea: un fantasista di 40 anni fa. I tre puntini non sono miei.
L’Agil nasce nel 1983 per decisione di suor Giovanna Saporiti, che ne è presidente. Era entrata 5 anni prima nelle Sorelle ministre della carità di san Vincenzo. Lo sponsor è Igor, una marca di Gorgonzola, formaggio tra le specialità di Novara e provincia. Alle partite suor Giovanna si veste in abiti borghesi perché sarebbe troppo facile calamitare il tifo contrario. Sono ghiotto di queste storie, oltre che di Gorgonzola (ho già i miei spacciatori a Cameri). Per raccontare bene queste storie di gloria in provincia, di maniche rimboccate e piedi per terra, vorrei fosse vivo Giovannino Guareschi. Ci sguazzerebbe.
Non sguazzo io, anzi mi areno, nella domanda più frequente negli ultimi dieci giorni: allora, Conte arriva all’Inter o no? Non lo so, non m’interessa, nel senso che sono affari loro. Se da un lato Conte ha mostrato la tendenza ad accasarsi dove c’è molto da ricostruire, e l’Inter attuale in questo senso è il massimo, dall’altro tra Juve e Inter esiste una forte antipatia, o peggio, e tra le loro tifoserie pure. Per andarsene come se n’è andato, nemmeno tra Conte e la Juve doveva essere grande amore. I 15 milioni di euro che i cinesi sembrano disposti a sganciare non sono da trascurare, ma non credo peseranno più di tanto nella scelta.
Incredibile scelta del caso al Giro, ancora in attesa di una vittoria italiana. Fuga buona, a 5, con due italiani: Conti e Visconti. Più nobile non si può. Ma Conti cade in una delle ultime curve, la sua caduta rallenta Visconti e l’attesa si protrae. Sul Giro segnalo una canzone di Giovanni Succi, “Il Giro”, che dura 8 minuti ed è vagamente beckettiana perché il Giro, da una rotonda alle porte di Alessandria, non arriva mai, si condensa nell’attesa. Poi, due libri: “I figli di Bobet”, di Sergio Neri (ed. Compagnia Editoriale). Narratore finissimo, non solo di ciclismo, Neri con questi racconti brevi infila una collana di perline lucenti. Poi, “La corsa del secolo” (ed. Mondadori). Gli autori, Paolo Colombo e Gioachino Lanotte, insegnano alla Cattolica di Milano nella facoltà di Scienze politiche. Spazia da Binda e Mussolini a Coppi e De Gasperi fino a Pantani e Nibali, Berlusconi e Renzi. Sottotitolo: “Cent’anni di storia italiana attraverso il Giro”. In copertina Aldo Moser, maglia Maino, supera a piedi una slavina sulla salita dello Stelvio, 1965. Libro fondamentale, non destinato ai soli ciclofili. Dentro c’è davvero la nostra storia degli ultimi cent’anni.