la Repubblica, 14 maggio 2017
Nives Meroi e Romano Benet: «Più forti della malattia così abbiamo scalato il nostro ultimo Ottomila»
Insieme è l’avverbio che torna più spesso, a parlare con Nives Meroi e Romano Benet. La coppia più alta del mondo, i soli ad aver completato la collana delle quattordici vette oltre gli ottomila metri sempre legati alla stessa corda. Insieme loro due. Insieme agli altri compagni che giovedì scorso alle nove del mattino hanno raggiunto la vetta dell’Annapurna. Insieme a chi ha ceduto il midollo a Romano, quando nel 2009, a poche centinaia di metri dalla vetta del Kangchenjunga, si è reso conto di essere malato: aplasia midollare. Insieme anche ai medici che negli anni seguenti hanno fatto l’impossibile per rimetterlo sui suoi ramponi. E ci sono riusciti. Dal 2012 Nives e Romano sono tornati a inanellare grandi montagne. Ieri mattina sono tornati, dopo la vetta, al campo base dell’Annapurna, hanno cambiato le batterie del satellitare e la loro voce arriva felice dalla tenda. Perfino Romano, che Nives spesso definisce «un po’ orso», ha voglia di parlare.
Avete raggiunto la vetta dell’Annapurna, eppure continuate a dire che i quattordici ottomila per voi non erano una priorità.
Nives: «Esatto. È stato un percorso che abbiamo fatto assieme, io e Romano, iniziato ormai il millennio passato (il primo loro ottomila è stato il Nanga Parbat nel 1998, ndr). Fino al 2009 recitare la parte di quelli che erano in corsa per farli tutti è servito anche a trovare il minimo di aiuto indispensabile per continuare ad andare in giro a fare quello che ci piaceva. Dopo la scoperta della malattia e il lungo iter sanitario gli ottomila per noi sono diventati altro. Anzi, questi ultimi dopo le cure sono stati i tre ottomila di Romano. E aver salito l’Annapurna così, in stile alpino, è stata la chiusura preziosa di questo percorso. Ci siamo ritrovati in sei persone ad affrontarlo, insieme abbiamo valutato e deciso di percorrere la via dei primi salitori francesi, niente campi fissi, né corde fisse. Noi senza di loro e loro senza di noi non ce l’avremmo fatta».
Romano: «Non abbiamo lasciato tracce del nostro passaggio sia in salita che in discesa. Ma è vero, non era nostra intenzione terminare la collezione degli ottomila. Se fossi stato un alpinista, diciamo, professionista, mi sarebbe piaciuto aprirci vie nuove. Però spero ci sia ancora la possibilità e il tempo di farlo».
Dopo tutto questo tempo continuate a definirvi alpinisti non professionisti?
Romano: «Assolutamente sì. Essere professionisti è una questione economica, vado in montagna con il mio stipendio. Non sono un professionista, piuttosto il contrario. Tutto ciò che guadagno, da ormai vent’anni, va sull’Himalaya».
E adesso che cosa farete?
Romano: «Mi piacerebbe fare qualcosa di tecnicamente più impegnativo ancora qui in Himalaya. Dipende dalla disponibilità economica. Per quanto riguarda l’alpinismo di casa, continueremo come abbiamo sempre fatto. Ci piace l’arrampicata sportiva, le grandi vie su roccia. Per noi non cambia nulla, non è che adesso ci mettiamo in pensione».Nives: «Adesso torniamo a casa, a Fusine. In futuro sicuramente ci piacerebbe andare a ficcare il naso in posti poco frequentati. Belle idee ce ne sono diverse, ma penso che decideremo quindici giorni prima. Compatibilmente con gli acciacchi e con l’età. Romano sale con due protesi alle anche e battere tutta quella neve sull’Annapurna non è stato proprio comodo per lui».
I suoi medici saranno soddisfatti, dovrebbe essere un testimonial perfetto.
Nives: «Beh, prima c’è stato tutto il percorso ematologico che gli è toccato fare, due trapianti di midollo. A un certo punto hanno dovuto mettere in gioco l’arte medica, erano finiti tutti i protocolli per quanto riguardava la sua malattia. Il suo esempio può servire a chi si trova nelle sue stesse condizioni di qualche anno fa per aiutarlo a vedere una luce in fondo al tunnel».
Quel periodo lei nel suo bel libro “Non ti farò aspettare” (Rizzoli) lo definisce il quindicesimo ottomila. È stato quello il più difficile?
«Certo, quelle sono le vere difficoltà della vita. Si è trattato di una vera cordata allargata, c’eravamo noi, c’erano i medici, c’erano tutti i donatori di sangue. Quando siamo tornati al Kangch, tre anni fa, non c’eravamo solo io e Romano, ma anche lo sconosciuto che gli aveva donato due volte il midollo».