la Repubblica, 14 maggio 2017
Il grande business che l’Italia non sfrutta vola l’export dei rifiuti
MILANO La moda? L’alimentare? La Ferrari? Sbagliato. Le esportazioni Made in Italy festeggiano a suon di record il loro nuovo originalissimo prodotto di punta: l’immondizia. Ne produciamo tanta, 487 kg a testa l’anno, ne ricicliamo poca – meno del 30% in tante aree della penisola – ne inceneriamo meno e abbiamo riempito fino all’orlo le discariche (comprese quelle in odore di malavita organizzata). Risultato: un pezzo del Belpaese – Roma in testa – si è lanciato nel più surreale dei business: l’export dei rifiuti urbani. L’unica branca dell’industria dove il produttore paga l’acquirente per girargli la merce.
I numeri del rapporto dell’Ispra sono la fotografia del boom: nel 2015 (ultimo dato disponibile) l’Italia ha inviato oltre frontiera 361mila tonnellate di pregiatissimo pattume, il 16,5% in più dell’anno precedente. I tre treni che partono ogni settimana dal Lazio verso l’Austria carichi di 700 tonnellate provenienti dai cassonetti della capitale sono solo la punta dell’iceberg. Molte altre zone dello Stivale – Campania e Sicilia in primis – travolte dall’emergenza rifiuti hanno alzato bandiera bianca avviando i saldi all’estero. I carichi viaggiano via nave, a bordo di treni speciali o su convogli di Tir. Direzione Portogallo, Bulgaria, Albania, Africa e Germania. Aggiungendo al danno (almeno 100 milioni di multe che l’Italia versa ogni anno alla Ue per il mancato smaltimento) la doppia beffa: il conto salatissimo – si parla di 170 milioni – pagato dagli enti locali ai trasportatori e il mancato incasso visto che gli scarti esportati a pagamento diventano d’oro oltre- confine, dove vengono utilizzati per produrre energia.
Il caso di Roma e del Lazio, fresco di cronaca, è forse il più emblematico. La capitale produce 5mila tonnellate di immondizia al giorno e non riesce a smaltirla tutta. E l’Ama, la municipalizzata capitolina, è costretta da tempo a spedirne una parte all’estero. Costo – ha calcolato il sindaco Virginia Raggi – 250 milioni di euro l’anno. Qualche carico viaggia sui camion verso Ungheria e Slovacchia. Il grosso però espatria su rotaia: mille tonnellate la settimana che la Giunta vuole raddoppiare a 2mila. Il servizio è stato appaltato alla tedesca Erkin (prezzo 95 milioni per quattro anni, 139 euro a tonnellata). Il pattume viaggia per 1.200 km attraverso le Alpi e arriva a Zwentendorf, in Austria. Dove da costo diventa fonte di reddito, producendo nell’inceneritore energia sufficiente per scaldare 170mila case.
Una seconda vita oltre frontiera è toccata pure alle storiche ecoballe campane. Sette milioni di tonnellate parcheggiati da anni nel territorio, punta di diamante di quell’emergenza regionale costata una maxi multa – 120mila euro al giorno li paghiamo ancor oggi – all’Italia. In passato sono state spedite verso i cementifici del Marocco (con tanto di contestazione degli ambientalisti locali) e in Albania. Il neo governatore Vincenzo De Luca ha deciso di accelerare il trasferimento all’estero investendo circa 100 milioni. Portogallo, Romania, Spagna e Bulgaria si sono candidate allo smaltimento. Ma l’operazione viaggia per ora a scartamento ridotto: Bucarest è stata bloccata dalla Ue, Sofia da problemi burocratici, Madrid cincischia perché la qualità dell’immondizia conferita dall’Italia è scarsa. A oggi sono state spedite a singhiozzo poche decine di migliaia di tonnellate in Portogallo. Piazzate in buona parte in discarica, pare, perché difficili da bruciare.
L’Italia dei rifiuti, per fortuna, non è tutta in queste condizioni. Ci sono regioni virtuose come Lombardia, Veneto, Friuli e Trentino dove il ciclo dell’immondizia funziona a meraviglia e molti comuni – grazie agli incentivi fiscali per chi ricicla – sono riusciti ad abbassare la Tari ai loro cittadini. A ingrossare il fiume in piena del pattume tricolore in viaggio verso l’estero potrebbe arrivare però presto la Sicilia. Qualcosa dall’isola già si è mosso. L’immondizia dell’impianto di Lentini viaggia da tempo via nave da Augusta alla Bulgaria. Quattro giorni di navigazione per finire nei forni dei cementifici di Plodviv. Costo – garantiscono a Palermo – solo 30 euro in più dello smaltimento normale. Ma non basta. La situazione delle discariche nella regione, dove la differenziata è ferma al 12,8%, è esplosiva. Il governo ha garantito un centinaio di milioni per evitare il collasso. Smaltire in Italia è difficile: Lombardia, Emilia e Veneto hanno chiuso la porta ai conferimenti di pattume siciliano (tema delicato in periodo pre-elettorale). Bulgaria, Portogallo e Romania si sono rese disponibili. Peccato che i trasportatori, fiutata l’emergenza, abbiano alzato l’asticella, chiedendo alla Sicilia 200 euro a tonnellata. Il made in Italy dei rifiuti, quotazioni alla mano, vale oro. Peccato che a guadagnare siano i privati. E a mettere mano al portafoglio, tanto per cambiare, i contribuenti tricolori.