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 2017  maggio 15 Lunedì calendario

Così Dayan cambiò rotta

Al momento della guerra dei Sei Giorni (5-10 giugno 1967) Ahron Bregman aveva nove anni e ha ancora viva nella memoria l’impressione positiva che gli fece la prima visita, con i suoi familiari, a Gerusalemme Est. Così come ricorda quando, dieci anni dopo, cambiò idea sull’occupazione israeliana dei territori palestinesi e quando – trascorsi altri dieci anni – decise di scrivere una lettera al quotidiano «Haaretz» in cui accusava i suoi connazionali di «commettere contro i palestinesi le stesse brutalità criminali che un tempo tanti altri popoli del mondo avevano inflitto agli ebrei». Lettera che, pur senza proporre il consueto paragone con i nazisti, sollevò vivaci polemiche. Poi Bregman si trasferì in Inghilterra e adesso torna sui fatti di cinquant’anni fa per proporre un libro di storia che offre spunti interessanti anche a lettori che non condividono il suo cambiamento di giudizio: s’intitola La vittoria maledetta. Storia di Israele e dei Territori occupati; esce domani, pubblicato da Einaudi.
Il libro di Ahron Bregman non è una storia di quel brevissimo conflitto al termine del quale lo Stato ebraico (al suo diciannovesimo anno di vita) sconfisse gli arabi e occupò la Striscia di Gaza, il Sinai, le Alture del Golan, la Cisgiordania e Gerusalemme Est. È piuttosto una storia dei cinquant’anni successivi nel corso dei quali, scrive Bregman, «la simpatia del mondo cominciò a lasciare gli israeliani per spostarsi verso i nuovi derelitti».
La resistenza dei palestinesi non fu immediata. Anzi ci fu un periodo iniziale in cui – a dispetto del regime di occupazione – sembrava che i due popoli potessero convivere. Le cose cambiarono per gradi. Basti pensare al fatto che, all’epoca della guerra del Kippur (1973) – quando già da tempo erano venute allo scoperto l’organizzazione che faceva capo a Yasser Arafat e quelle più radicali impegnate quasi esclusivamente in un’attività terroristica – nonostante Israele fosse stata presa alla sprovvista, non ci fu nessuna rivolta nei territori occupati. Poi la lotta si fece più intensa. La media annuale dei palestinesi uccisi tra il giugno 1967 e il dicembre 1987 (oltre vent’anni), fu di 32. Tra il dicembre 1987 e il settembre del 2000 (meno di tredici anni) salì a 106. Nei sei anni successivi arrivò a 674.
Quale fu il momento preciso in cui le cose cominciarono a cambiare? Moshe Dayan, il generale con la benda sull’occhio che divenne il personaggio simbolo della guerra dei Sei Giorni, aveva idee molto particolari su come dovesse essere un regime di occupazione militare. Dopo la guerra del 1956, Dayan fu responsabile di Gaza che già allora Israele aveva sottratto all’Egitto e di cui tenne il controllo per un anno. Qui, fa notare Bregman, il generale si segnalò per la «riluttanza a intervenire nella vita quotidiana degli abitanti».
Nel 1966, poi, Dayan andò a studiare il comportamento dell’esercito americano in Vietnam e ne trasse un libro, Vietnam Diary, nel quale, ricorda lo storico, si mostrò «estremamente critico nei confronti della condotta degli Stati Uniti e di quello che considerava il loro tentativo di imporre ai vietnamiti la cultura, i valori e i modi di vivere americani». Non riusciva a capire, scrisse, «perché fosse importante per gli americani che i bambini vietnamiti giocassero a baseball». Invece di occuparsi della vita vietnamita, osservava Dayan, le forze Usa «avrebbero avuto molto più successo se avessero semplicemente lasciato che gli abitanti locali facessero a modo loro».
E nel giugno del 1967, da ministro della Difesa fu coerente a queste premesse. Impartì al governatore militare di Gerusalemme, Chaim Herzog, l’ordine di «astenersi dall’intervenire nella vita quotidiana dei palestinesi». «Non cerchi di governare gli arabi – consigliò al generale – lasci che si governino da sé… Voglio una politica che permetta a un arabo di nascere, vivere e morire senza mai vedere un ufficiale israeliano». Quando incontrò i comandanti dell’esercito, cinque giorni dopo la fine della guerra, diede ordini dello stesso tenore: «Non prevaricate la popolazione araba. Lasciateli in pace. Non cercate di educarli e di istruirli. Per quanto riguarda la sicurezza, procedete con mano ferma. Ma poi lasciateli stare». Si lamentò che alcuni soldati fossero rimasti a Nablus: «Uscite dalla città, schieratevi fuori dalla città, non dovete essere visti; la città non deve avere né dare l’impressione di essere stata occupata. Date loro la sensazione che la guerra sia finita e che niente sia cambiato». Dispose anche la rimozione delle bandiere israeliane dal quartier generale e dalle basi dell’esercito in Cisgiordania perché, disse, erano «un simbolo odiato dagli arabi, e non vogliamo peggiorare le cose con una provocazione non necessaria».
Molti, scrive Bregman, hanno sostenuto che le politiche di Dayan durante i primi giorni dell’occupazione fossero dovute a «magnanimità». Ma l’autore, invece, ritiene che «la sua politica non fosse magnanima, bensì machiavellica». Quella a cui pensava Dayan doveva essere un’«occupazione invisibile» durante la quale le truppe israeliane non avrebbero dovuto essere in vista né dovevano comparire simboli evidenti di occupazione come le bandiere con la stella di David; bisognava «favorire il diffondersi tra i palestinesi di una certa apatia, smorzando il loro desiderio di cambiamento, permettendo così a Israele di mantenere in via permanente la presa sulle terre occupate».
Dayan consentì poi a che continuasse a circolare il denaro giordano. Re Hussein continuava a pagare gli stipendi ai lavoratori statali – insegnanti, personale sanitario, giudici, funzionari della burocrazia – che non erano fuggiti dai territori occupati. E Israele fu d’accordo. Hussein voleva fare in modo che «i cisgiordani sotto occupazione se la passassero bene dal punto di vista finanziario, il che li avrebbe incentivati a rimanere in Cisgiordania, a non attraversare il Giordano per emigrare nella Giordania vera e propria, già sovrappopolata di rifugiati palestinesi». Contro i quali, nel settembre del 1970, Hussein si sarebbe sentito in dovere di aprire il fuoco ad impedire che facessero vacillare il suo regno.
Nel corso della guerra dei Sei Giorni, Dayan aveva fatto saltare un buon numero di ponti sul Giordano. A conflitto concluso, volle che questi ponti venissero (almeno in parte) ricostruiti e riaperti. La politica dei «ponti aperti» la si deve al colonnello Yisrael Eytan, governatore militare della Samaria (la Cisgiordania del Nord) che, alle prese con un’eccedenza di produzione agricola, consentì a un possidente di Nablus, Abu Hashem, di andare a vendere i propri prodotti in Giordania (con l’autorizzazione, ovviamente, a poter poi tornare indietro). La concessione fu poi estesa ad altri agricoltori palestinesi, che con i loro camion attraversarono il Giordano in alcuni punti dove l’acqua era poco profonda. Quando le acque del fiume ripresero a scorrere copiose, Dayan inviò il sindaco di Nablus, Hamdi Canaan, ad Amman da re Hussein per sondare la sua disponibilità alla ricostruzione dei ponti fatti saltare nel corso della guerra. Hussein disse di sì e i ponti, a poco a poco, furono ricostruiti.
Politica questa che, osserva Bregman, «è spesso celebrata come liberale». In realtà, sostiene lo storico, rappresentava un altro aspetto della già citata «occupazione invisibile»; Dayan pensava, e con buone ragioni, che permettere ai palestinesi di attraversare liberamente il confine con la Giordania e ritornare poi alle proprie case nei territori occupati potesse far sì che non avvertissero la presenza delle truppe israeliane come un ostacolo alla loro vita quotidiana. E che la situazione, per quanto li riguardava, non apparisse loro molto diversa da com’era prima della guerra, cosicché non sarebbero stati indotti a giudicare necessario opporre resistenza a Israele.
Benché laico, «Dayan considerava comunque la Cisgiordania – Giudea e Samaria – come la culla della storia e desiderava che Israele la conservasse, ma sapeva anche che una forma di occupazione più visibile avrebbe soltanto fomentato la resistenza». E nel caso che i palestinesi più giovani avessero comunque prodotto qualche forma di resistenza, voleva che fossero i loro genitori a «gestirla», non i «suoi soldati». In questo fu addirittura esplicito. Quando alcuni ragazzi, in maggioranza donne, iniziarono a fare dimostrazioni contro l’esercito occupante, riunì un gruppo di leader palestinesi e disse loro: «Non ci scontreremo con queste ragazze; queste ragazze hanno una casa e dei genitori… Esistono molte differenze tra noi, ma una cosa abbiamo in comune… voi avete figlie e io ho una figlia». Fate con loro quello che io farei con la mia, fu il suo messaggio.
Ma se queste furono le premesse, che cosa accadde poi che modificò la situazione? Il clima cambiò con la cosiddetta «battaglia dei libri». Lo Stato ebraico istituì uno speciale comitato governativo che avrebbe dovuto rivedere i corsi di studio nei territori occupati e censurare i libri di testo che contenevano «animosità nei confronti di Israele e degli ebrei». Nel mese di agosto di quello stesso 1967, il comitato stabilì che su centoventi di questi libri adottati da anni e anni, una cinquantina fossero banditi del tutto e che altri dieci avrebbero dovuto essere emendati. Duecento insegnanti palestinesi di Jenin firmarono allora una petizione di protesta, i negozianti di Gerusalemme Est proclamarono uno sciopero, a Tulkarm, Qalqilya e Nablus furono diffusi volantini che invitavano gli studenti a disertare le aule e il 1° settembre, alla riapertura delle scuole, il responsabile del Dipartimento istruzione dell’area di Nablus, Rashid Maree, comunicò all’autorità israeliana che gli istituti sarebbero rimasti serrati causa l’eccesso di libri messi al bando. I militari arrestarono all’istante Maree e lo tennero in prigione per tre mesi. Senza processo. Nablus a quel punto entrò in sciopero e, dopo una ventina di giorni, l’esercito israeliano passò alle maniere forti, mettendosi in urto anche con quel sindaco Canaan che avevamo incontrato come protagonista dell’operazione «ponti aperti». Questi chiese udienza a Dayan che gliela concesse l’11 ottobre quando ormai Nablus era allo stremo. «Il pugno di ferro cancella qualunque buona volontà la gente potesse nutrire nei confronti delle forze occupanti», furono le parole di Canaan. «La scelta che avete», fu la brutale risposta di Dayan, «è tra vivere ordinatamente o ribellarvi; ma sappiate che, se scegliete la ribellione, non avremo altra opzione che spezzarvi». Di fronte a quella minaccia Nablus si piegò.
Qualche tempo dopo questo «nuovo Dayan» incontrò la poetessa palestinese Fadwa Tuqan e, a proposito dei rapporti tra israeliani e palestinesi, le fece una previsione: «È come nella relazione tra un uomo e una donna da lui rapita, la quale non lo ama e non vuole sposarlo. Quando nascono i figli, questi vedono lui come padre e lei come madre. Il rapimento non ha più alcun significato per loro. Anche voi come popolo oggi non ci volete, ma ci stiamo imponendo su di voi». Il 12 aprile 1968 circa cinquanta ebrei osservanti decisero di celebrare la pasqua a Hebron e l’indomani comunicarono che sarebbero rimasti a vivere lì. Stavolta Dayan era contrario ma il presidente del Consiglio israeliano Yigal Allon (anche per rivalità con Dayan) acconsentì. Anni dopo il ministro della Difesa avrebbe riconosciuto l’errore: «Non ho compiuto il mio dovere quando non ho impedito questo insediamento pirata a Hebron; ne conoscevo il significato, sapevo che sarebbe stata una catastrofe e avrei dovuto minacciare le dimissioni». Ma non lo fece.