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 2017  maggio 15 Lunedì calendario

Venditti, Morandi e la sfida sui giovani che copiano le canzoni

Nel mondo della canzone italiana, il fenomeno dell’anno si chiama Thegiornalisti, tre romani poco più che trentenni guidati da Tommaso Paradiso, che scrive e canta tutte le canzoni del gruppo. La scorsa settimana Thegiornalisti hanno riempito i palazzetti di Roma e Milano, più di ventimila spettatori per due concerti celebrativi della loro stagione d’oro. Tutti a cantare testi che non si vergognano di essere leggeri, a volte anche romantici, su melodie distese, orgogliosamente all’italiana.
La novità c’è, e non è piccola. Per la prima volta chi rappresenta il nuovo, in ambito pop, cita come maestri altri italiani, e ancora vivi e attivi. Paradiso ama Vasco Rossi e Lucio Dalla e adora senza riserve Antonello Venditti. Dice di essere cresciuto con le sue canzoni, che il suo sogno sarebbe scrivere per lui, o con lui.
Non era mai successo prima. Da quando Adriano Celentano traduceva in italiano il rock’n’roll degli americani, è sempre stato più semplice – e soprattutto naturale – guardare lontano per trovare i propri modelli. Da 24000 baci al rap italiano che importa nelle nostre periferie lo stile di vita hip hop, è sempre stato così.
Nel mondo della canzone italiana oggi non si parla d’altro. Poco, però, di come l’hanno presa i presunti maestri. Non tutti ne sono entusiasti. Anzi, l’arco delle reazioni è stato piuttosto ampio. Si va da Luca Carboni, che dei vecchi è il più giovane, che con Paradiso ha scritto addirittura Luca lo stesso, la canzone che l’ha riportato dopo decenni in vetta alle classifiche, a Antonello Venditti, che considera le tante canzoni «alla Venditti» che si sentono oggi alla radio poco più che scopiazzature. «Fanno quello che facevamo noi negli Anni Settanta e Ottanta senza originalità, né idee nuove».
Nel mezzo ci sono Gianni Morandi, che apprezza i nuovi e che potrebbe addirittura decidere di interpretare le loro canzoni nel prossimo album (e si chiede: «Ma io ho settant’anni e Tommaso Paradiso trenta, troveremmo qualcosa da dire insieme?») e Francesco De Gregori, che ironizza sul ruolo di maestri («Siamo i vecchietti, è naturale che si guardi a noi») e precisa: «Mi sento contemporaneo, ho ancora dischi da fare e concerti da tenere. Non voglio sedere su “Rimmel” o “La donna cannone” come fossi Manitù ed essere adorato per ciò che ho fatto prima».
La questione è interessante: fino a che punto l’omaggio è lecito, l’ispirazione sana, e dove inizia il plagio? Qual è il giusto rapporto con i propri modelli? Ancora una volta: che peccato che Lucio Dalla non sia più tra noi. Lui sì che avrebbe risolto il problema, con la generosità sua tipica e l’egoismo del vero artista.