La Lettura, 14 maggio 2017
Amori, famiglie e altri guai. Faccia a faccia tra Philip Roth e Foster Wallace
Amore e sessoFRANCESCO PICCOLO SU PHILIP ROTH – «Per quante cose tu sappia, per quante cose tu pensi, per quanto tu ordisca e trami e architetti, non sei mai al di sopra del sesso. E per questo è un gioco assai rischioso. Un uomo non avrebbe i due terzi dei problemi che ha se non continuasse a cercare una donna da scopare. È il sesso a sconvolgere le nostre vite, solitamente ordinate. Lo so io e lo sanno tutti». Queste sono le parole di Roth ne L’animale morente. E tutto era cominciato prima, quando si era messo a scrivere Il lamento di Portnoy, dove diceva: «Mi rifiuto categoricamente di firmare un contratto che mi obblighi a dormire con un’unica donna per il resto della vita».
Ma il grande errore di Philip Roth, l’errore che costituisce la grandezza della sua opera letteraria attraverso l’imbuto del sesso, è credere che questo possa salvare (o salvarlo, se giochiamo con l’opera autobiografica) dal dolore dell’amore. E invece il dolore si moltiplica o si frantuma, ma non c’è salvezza né aggrappandosi alla solitudine né al cinismo né alla poligamia.
Ecco che cosa ha fatto Roth: si è messo nella posizione di chi non lo sapeva, non aveva capito (o faceva finta di non sapere e faceva finta di non aver capito); e così dal sesso è esploso l’amore, e dall’amore è esploso il dolore.
Questo, se si potesse sintetizzare, potrebbe essere uno dei possibili riassunti dell’intera opera di Philip Roth.
SANDRO VERONESI SU DFW – David Foster Wallace concede poco all’amore, individuato più che altro come scivolo per l’ingresso nel toboga delle dinamiche psicotiche. Niente Amore, dunque, ma solo meccanismi per lo più insani e autolesionistici di attrazione, come per esempio l’adorazione. Personaggi amati ce ne sono pochi; adorati, tantissimi. Una delle cause principali di adorazione, in Wallace, è la bellezza, ma una bellezza però smodata, letteralmente insostenibile, tale da ridurre a brandelli il sistema nervoso di tutti quelli che investe, e soprattutto dei suoi portatori.
La galleria di ragazze che impazziscono per conseguenza della propria bellezza (non per narcisismo, attenzione, ma per la pressione causata e subita), è ricca di ritratti leggendari: da Joelle Van Dyne, alias la Ragazza Più Bella Di Tutti I Tempi, alias Madame Psychosis, protagonista del samizdat che porta lo spettatore a morire di piacere ( Infinite Jest ), alle disturbatissime Lenore Beadsman II, Mindy Matelman ( La scopa del sistema ) e Meredith Rand ( Il Re pallido ) – solo per restare sulle eroine dei suoi romanzi —, la loro bellezza attiva sempre un senso di violenta adorazione che finisce per divorare anche loro.
Quanto al sesso, credo che l’attitudine di DFW, così come quella dei suoi personaggi, sia piuttosto semplice, in linea con il motto coniato da Swami X, geniale street performer attivo a Venice Beach negli anni Settanta e Ottanta: «Sex is not the answer. Sex is the question. Yes is the answer».
FamigliaFRANCESCO PICCOLO SU PHILIP ROTH – Questa parola per Roth può essere la chiave per farci entrare nel mondo ebraico, nodo fondamentale. Aveva già scritto alcuni libri ed era in un periodo di crisi quando cominciò a buttare giù pagine e pagine del Lamento di Portnoy. Bastarono un paio di capitoli anticipati da riviste a far capire che stava per succedere qualcosa: nella letteratura americana e di tutto il mondo, nella famiglia di Roth, nella sua vita e nella sua carriera. Qualcosa da cui lo scrittore non sarebbe più tornato indietro, e ci sono episodi violenti e comici delle reazioni della comunità ebraica.
Come al solito, i più vivi capirono e amarono, e i più timorosi condannarono e insultarono. In un libro successivo, Nathan Zuckerman, il suo personaggio-ombra, racconta di aver scritto in passato un libro scandaloso e dice con testardaggine che sapeva cosa avrebbe provato suo padre leggendo quel romanzo, ma di averlo scritto lo stesso (che è tutto ciò che compete a uno scrittore che voglia essere tale). Però c’è un’altra cosa che Philip Roth continua a raccontare per chiarire le conseguenze: che suo padre ha sempre mostrato con orgoglio a chiunque tutti i suoi libri.
SANDRO VERONESI SU DFW – La famiglia in DFW è la zona di guerra per antonomasia. Sì: la zona di guerra per antonomasia.
AmiciziaFRANCESCO PICCOLO SU PHILIP ROTH – La vita di uno scrittore è anche fatta di amicizia con scrittori. Un grande incontro è stato con Saul Bellow, di cui fa un ritratto mal nascosto in Lo scrittore fantasma. Oppure Milan Kundera, con il quale parlava ore e ore, con il contributo della moglie di Kundera, Vera, che traduceva l’uno all’altro: «Quando finivamo, lei aveva un’aria che sembrava avesse fatto sesso con tutti e due. Pallida, tutta scarmigliata ed eccitata». Ecco, questa è un’ipotesi su Roth: per quanto gli interessasse parlare ore e ore con una persona molto intelligente, alla fine ha pensato di fare sesso con la moglie di quella persona molto intelligente.
SANDRO VERONESI SU DFW – Macché amicizia. Sono tutti fratelli, in DFW. Sono tutti soli.
Politica e societàFRANCESCO PICCOLO SU PHILIP ROTH – Non voglio dire che sia addirittura un errore, ma non credo che bisogna andare a cercare soltanto i romanzi che parlano di politica o dove si fa un ritratto esplicito della società americana, che si occupano di questo tema. I libri di Roth, del resto, come quelli dei grandi scrittori, sono anche un unico libro, dal primo all’ultimo in ordine cronologico. E lì dentro questo unico grande libro ci sono momenti in cui si affronta la storia americana, ma sempre – sempre – anche quando ci si concentra sulla vita privata, c’è tutto il resto, non importa quanto in secondo piano. C’è la Seconda guerra mondiale in Nemesi e la guerra di Corea in Indignazione, per fare due esempi qualsiasi. Ma tutto è filtrato attraverso il romanzo che ridà respiro ai pericoli della militanza, che è colpita dalle parole del professore di Ho sposato un comunista : «La politica è la grande generalizzatrice, e la letteratura è la grande particolareggiatrice, e non soltanto esse sono tra loro in relazione inversa, ma hanno addirittura un rapporto antagonistico».
E poi però c’è Pastorale americana. Cioè: tutti i discorsi fatti valgono per tutti i libri di Roth. Ma poi c’è Pastorale. E cioè il romanzo gigantesco sulla società americana. E qualsiasi discorso possa essere fatto, perde significato davanti alla storia dello Svedese e della sua famiglia.
SANDRO VERONESI SU DFW – Allora: la politica è ovunque, in Wallace. Sorge da, cola su, spunta in, si sparge per, accalora, infiamma, copre, soffoca, illumina, ottenebra, sostiene, nobilita e compromette ogni azione e ogni decisione di chiunque passi per la sua penna. La Consapevolezza e l’Attenzione, protagoniste del Re pallido, sono politiche. L’Incompatibilità e la Manipolazione della Scopa del sistema sono politiche. La Dipendenza di Infinite Jest è politica. La Filosofia, disciplina molto amata da DFW, è sempre stata da lui intesa nella sua torsione politica. Perfino la Matematica è politica, per Wallace.
È lo scrittore più politico del suo tempo, forse addirittura di tutti i tempi. Non c’è un solo suo paragrafo in stato di quiete, mai nulla che faccia pensare anche solo per un attimo al riposo, ai remi in barca, al disimpegno. Tutto vibra, sempre, in Wallace – in modo patetico, perlopiù, paranoico, spesso addirittura comico, ma con risultati letterariamente sublimi, e quella vibrazione è politica.
Quanto alla Società, quando essa non è Famiglia è Sport, e quando è Sport è Tennis, e quando è Tennis è le parole di coach Gerhardt Schtitt – «il vero avversario, la frontiera che include, è il giocatore stesso», «il ragazzo dall’altra parte della rete, lui non è il nemico: è più il partner nella danza», «i limiti che ci animano sono dentro di noi, devono essere uccisi e compianti, all’infinito», «la guerra infinita della vita contro l’io senza il quale non si può vivere» – e quando è le parole di Schtitt è matematica, filosofia, implosione, caos, bellezza, paura, e quando la Società diventa tutto questo, tutto questo «è tragico e triste e caotico e delizioso».
IngannoFRANCESCO PICCOLO SU PHILIP ROTH – Quando iniziò Inganno, romanzo sull’adulterio, Roth era convinto che sarebbe stato più interessante per tutti se, anziché uno qualunque con un nome a caso, il protagonista principale fosse stato proprio lui: «Se dico che sono io a toccare la ragazza o a tradire… bè, la posta si alza, no?».
È il romanzo sul tradimento, in cui Roth ha nascosto e mostrato la vita vera e come la letteratura possa nasconderla e spiegarla allo stesso tempo.
SANDRO VERONESI SU DFW – L’inganno è essere considerato uno scrittore geniale, farsi pagare per scrivere, lasciarsi adorare dai lettori, sentirsi rispondere «yes» alla domanda di sesso, essere scambiati per un autore politico quando si sta solo parlando di manipolazione, di attenzione, di dipendenza, di matematica, di filosofia o di tennis. E la liberazione da questo inganno, impossibile a sopportarsi oltre, per DFW è stata la Morte Propria.
MorteFRANCESCO PICCOLO SU PHILIP ROTH – La morte comincia quando il protagonista de L’animale morente invece di provare piacere per la relazione con Consuela, una ragazza bellissima di 24 anni, sente arrivare per la prima volta nella sua vita la gelosia. È l’inizio della fine. Oppure la morte è aver deciso di smettere di scrivere romanzi? Forse no; forse anzi solo adesso, se ne vale la pena, Philip Roth può cominciare a vivere: «Per quelli che non sono ancora vecchi, essere vecchio significa essere stato. Ma essere vecchio significa anche – a dispetto, in aggiunta e oltre “essere stato” – che sei ancora. Il tuo “essere stato” è molto vivo. Tu sei ancora, e uno è ossessionato tanto dall’essere ancora e dalla sua pienezza quanto dall’essere stato dal passato. Alla vecchiaia pensa così: il fatto che sia in gioco la propria vita è una semplice realtà quotidiana. Non possiamo fare a meno di sapere che cosa ci aspetta a breve scadenza. Il silenzio da cui saremo per sempre circondati. Per il resto, non è cambiato nulla. Per il resto, si è immortali per tutto il tempo che si è al mondo». ( L’animale morente ).
SANDRO VERONESI SU DFW – La morte in DFW si divide in Morte Propria e Morte Altrui. La Morte Propria è quasi esclusivamente autoinflitta: per via diretta, cioè suicidio, o indiretta, cioè errori di valutazione, smargiassate e actes manqués. La Morte Altrui è più che altro Morte del Padre, che però poi dal punto di vista del Padre stesso ridiventa Morte Propria, e dunque ricade nella casistica di cui sopra. Si vedano le morti di Lui in Persona ( Infinite Jest ), che si suicida infilando la testa nel forno a microonde, o del padre di Chris «Irrelevant» Fogle ( Il Re pallido ), che rimane intrappolato nella porta della metropolitana di Chicago mentre il treno riparte.
Riconciliazione filosofica tra queste due categorie la dà il concetto ricorrente di «Morte Tutti Insieme», il mito dei romantici, principalmente per via del crollo di un grattacielo, simbolo dell’America «innocente»: vedi i personaggi del racconto Il canale del dolore (2004), tutti destinati a morire di lì a un mese nel crollo delle Torri Gemelle, o quelli della Scopa del sistema (1987), tutti convenuti per motivi diversi e all’insaputa gli uni dagli altri all’interno del Bombardini Building proprio nel giorno e nel momento in cui esso di colpo viene giù.
E siccome a qualcuno potrebbe venir voglia di dire «facile, questa faccenda dei grattacieli che crollano, dopo l’11 settembre», occorre ripetere l’anno di pubblicazione della Scopa del sistema, 1987, quando il 2001 era ancora un futuro talmente remoto che quello nel quale è ambientato il romanzo è il 1990; e poi osservare che il giorno del futuro in cui questo grattacielo crolla, facendo rovinosamente finire il romanzo a metà di una battuta (e spingendo un mio ex-allievo, peraltro molto intelligente, a pensare di avere comprato una copia difettata, e a tornare nella libreria per protestare con il commesso, il quale si è scusato e gliene ha data un’altra, anch’essa però portatrice del medesimo difetto, come del resto tutte le altre presenti nella libreria, cosa che ha fatto pensare a un’intera partita di copie fallate, ingenerando una spirale molto wallaciana di scuse (dalla libreria al mio ex-allievo, dal distributore alla libreria, dalla casa editrice al distributore) e di rese (al distributore da parte della libreria, all’editore da parte del distributore), prima che qualcuno in casa editrice, nella fattispecie io stesso, facesse notare che non si trattava di un difetto di stampa ma per l’appunto di una sudden end dovuta a una sudden death collettiva, la data del crollo del grattacielo, dicevamo, è – indovinate un po’ – l’11 settembre.