Corriere della Sera, 13 maggio 2017
«Senilità» , un libro dal nulla
Non c’è romanzo più tormentato di Senilità. Ciò vale anche se non esistono carte autografe né materiali preparatori che ne testimonino la genesi, le fasi e i modi di elaborazione. In realtà, come ha scritto Nunzia Palmieri, il secondo romanzo di Italo Svevo «sembra nato dal nulla». Senilità esce sul quotidiano irredentista triestino «L’Indipendente» tra il 15 giugno e il 16 settembre 1898, in 79 puntate collocate su quattro colonne nel taglio basso di prima pagina. Pubblicazione piena di refusi solo parzialmente corretti nella prima edizione in volume (mille copie), apparsa verso la fine dello stesso anno, a spese dell’autore, presso l’editore-libraio Ettore Vram di Trieste, che già aveva accolto, nel 1892, il romanzo d’esordio, Una vita. Le poche notizie indirette su Senilità costringono a una ricostruzione indiziaria, cui si è dedicato Renzo Rabboni nell’allestire l’edizione critica del romanzo, curata per le Edizioni di Storia e Letteratura, in due tomi contenenti le due redazioni: la princeps del 1898 e la seconda che uscirà nel 1927 a Milano per i tipi di Giuseppe Morreale. L’esile intreccio rimane invariato, e cioè la storia dell’inetto Emilio Brentani, indagatore di vite altrui e incapace di vivere la propria, spacciatore di sogni gabellati per verità, mentitore geloso (nei confronti dell’amata Angiolina) e violento (soprattutto verso la mite sorella Amalia).
A proposito della cronologia delle opere sveviane, gli studiosi dispongono delle notizie contenute in un Profilo autobiografico edito postumo nel 1929, ma si tratta di un documento poco affidabile, in quanto rivisto e completato, dopo la scomparsa di Svevo, dalla moglie Livia e dalla figlia Letizia, cui si devono non pochi depistaggi tesi a dare una lettura «addomesticata» delle intenzioni del congiunto. Rabboni esclude, per esempio, che si possa intravedere un legame «osmotico» tra vita e arte, particolarmente tra la figura di Angiolina e la Giuseppina Zergol, «fiorente ragazza del popolo» conosciuta da Italo (in realtà Ettore Schmitz) nel 1892: il libro, nella sua idea generativa, non sarebbe ispirato, come insinua il Profilo, a quell’incontro, all’educazione della giovane e al suo riscatto. E non è mai eccessivo l’invito alla cautela nel sovrapporre ai personaggi letterari i «modelli reali», che di certo ispirarono Svevo (la gelosia di Brentani non è dissimile dalle ossessioni con cui Ettore tormentava Livia).
Secondo Rabboni, risulterebbe arbitrario fissare la prima elaborazione al 1892, anno dell’incontro con la Zergol. Semmai, si potrebbe pensare a una prima stesura organica collocabile tra l’estate del 1896 e il maggio 1897, data di una lettera alla moglie in cui Svevo adombra un primo titolo ( Il carnevale di Emilio ).
Alla prima uscita in volume, il romanzo cade nell’indifferenza dei lettori e della critica (pochissime recensioni e qualche stroncatura), al punto che dopo quel «fiasco» Svevo medita di abbandonare la scrittura: o meglio è ciò che dichiara nelle lettere agli amici, benché a posteriori sappiamo benissimo che quel «proposito ferreo» sarebbe stato ben poco ferreo, in quanto segretamente avrebbe continuato a lavorare. Comunque, nel 1899 Svevo entra nell’industria di vernici sottomarine Veneziani, proprietà del suocero: in quella famiglia, scriverà escludendo dal giudizio la moglie Livia, «per credere nella letteratura dovrebbero vedere dei denari».
Per tre decenni, nelle lettere agli amici, esibirà (anche con toni eccessivi) la sua delusione di scrittore incompreso. E per vedere qualche denaro proveniente dai libri, Svevo dovrà superare i sessant’anni, quando, nel 1923, esce, presso l’editore Cappelli di Bologna, il terzo romanzo, La coscienza di Zeno, le cui prove preliminari vengono datate al febbraio-marzo 1919 (la prima stesura, poi distrutta dall’autore, aveva richiesto, secondo Svevo, soltanto 15 giorni). Ciò che non è in dubbio sono i riconoscimenti che Zeno ottenne subito, dapprima in Francia, nell’ambiente cosmopolita di Valéry Larbaud e di Benjamin Crémieux, e di riflesso in Italia, dove Montale, suo primo estimatore, scrive un Omaggio a Italo Svevo destinato a rimanere famoso. Tra le certezze va ricordato il fatto che quel successo, insperato, suscita nello scrittore il desiderio di recuperare i due, meno fortunati, romanzi precedenti, e in particolare Senilità.
Insomma, mentre si accinge a dedicarsi al quarto romanzo, Svevo si mette d’impegno per cercare di spolverare quella sua creatura rimasta sepolta. E qui comincia il nuovo tormento di Senilità. Perché quanto il «prima» è vuoto, tanto il dopo è intrecciato di testimonianze di fallimento. Nell’Introduzione, Rabboni ricostruisce il fervore promozionale di Senilità, a partire dal 1925 e ancor più dal 1926, e il percorso accidentato, pieno di titubanze, promesse vane, lungaggini e rifiuti. Manco si trattasse di un esordiente: era l’autore di un paio di capolavori!
Dunque, vediamo. Nel marzo 1926, grazie alla mediazione di Prezzolini, Svevo avvia una trattativa con Treves, il principe degli editori che gli aveva già bocciato Una vita. Si reca a Milano e consegna al segretario editoriale Onorato Dall’Oro una copia del vecchio volume. Non dimentica però le stroncature e le osservazioni critiche sulle sue «insufficienze» stilistiche, e matura la necessità di una revisione. A tale scopo individua un collaboratore (un «editor» si direbbe oggi) in Marino de Szombathely, poeta, traduttore, professore di italiano e latino al Liceo Dante Alighieri di Trieste. A lui, «con intera fiducia», affida il lavoro l’11 marzo. «Ha un certo odore di muffa che induce a mettersi i guanti per toccarlo», scriverà il 27 al «signor Montale», aggiungendo: «Bisogna lasciarlo così o gettarlo nel fuoco». L’amico Eugenio consiglia di non eccedere nei ritocchi «per non guastare con appiccicature letterarie la schiettezza del testo»: togliere qualche esclamativo ed eliminare un paio di anacoluti, niente di più. La decisione dell’editore si fa attendere, ma intanto i volumi postillati sono due: il primo (FI) è quello provvisorio dell’autore a uso privato; il secondo (TS) contiene la revisione a lapis di Szombathely che verrà passata al vaglio con Svevo e in cui confluiranno in parte gli interventi di FI.
Quest’ultimo lavoro, lautamente ripagato a Szombathely, è concluso il 12 aprile, in vista della risposta di Treves. Svevo torna a Milano a fine aprile con la copia corretta: Dall’Oro chiede un’altra copia del libro con le correzioni in pulito, promettendo una risposta entro un mese. Così, c’è un terzo volume postillato (siglato MI) e destinato a Treves, dove viene trasferita in maniera più ordinata la revisione di TS. Il plico, con l’aggiunta di una nuova Prefazione (terza redazione dattiloscritta), arriverà a Montale, che il 22 giugno viene incaricato di consegnarlo all’editore. Pur «riconoscendo il singolare valore» dell’opera, Treves comunica il 6 luglio di non poter procedere alla pubblicazione entro tre anni, alludendo alla crisi della casa editrice, alla necessità di smaltire gli impegni già assunti e alla crisi del mercato librario. Scuse non diverse da quelle in uso ancora oggi. Ma la storia della letteratura dirà che questa volta l’errore dei «trogloditi Fratelli Treves» è clamoroso. Altri errori seguiranno facendo crescere l’angoscia dell’anziano scrittore: mentre si avvia l’edizione francese della Coscienza, verranno le dilazioni di Enrico Somarè, che dopo aver previsto l’uscita per fine novembre, rinvia scontrandosi con il risentimento di Svevo, che ritira il libro; del gennaio 1927 è il rifiuto di Mondadori, che tardivamente si accorge che si tratta di una seconda edizione; non fa eccezione il no di Cappelli (l’editore di Zeno ) benché Svevo si dica disposto a pagare le spese di pubblicazione; e verranno altre bocciature da editori che chiedono troppo, comprese la Treves-Zanichelli di Trieste e la Bemporad (consigliata da Montale). Svevo approda infine all’editore milanese Morreale, che accoglie la proposta incoraggiato dal cospicuo contributo garantito dall’autore (tremila lire) e dalla sua rinuncia a pretendere, oltre alle dieci copie per gli amici parigini, ogni diritto economico. Non sarà una trattativa facile, ma l’editore si impegna personalmente in un’ultima revisione del libro, che verso metà luglio è disponibile in tremila copie. Il risultato è un romanzo che risente dei successivi e tormentati interventi, con le sue oscillazioni tra usi linguistici comuni ed eccessi di pedanteria toscaneggiante, l’eliminazione degli effetti enfatici nella punteggiatura (gli esclamativi vengono ridotti) e la frequente condensazione delle perifrasi. Il pregiudizio che Svevo scriveva male, diffuso in quegli anni nella critica, lo aveva costretto a strafare, forse un po’ pasticciando. L’apparato genetico dell’edizione critica dà conto di questo tormentoso lavorio.