Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2017  maggio 13 Sabato calendario

Flavio Caroli: «Vivo in mezzo ai quadri Ma non è collezionismo: cerco soprattutto storie»

Il divanetto rosso in ascensore è un chiaro avvertimento: qui non si entra in una casa qualunque. E sin dai primi passi, varcato il portoncino molto «vecchia Milano», quel sentore si consolida: ad accogliere i visitatori c’è una madonna a grandezza naturale, sguardo all’insù, in legno e espressione dolente, espressione cesellata da una mano esperta. «Puro Cinquecento bergamasco», sottolinea il padrone di casa che su madonne come questa ci ha passato la vita. Flavio Caroli, storico dell’arte, divulgatore brillante e, scopriamo, inquilino di un «museo adibito a casa».
Si fa per dire, ovviamente: «Viviamo qui da 43 anni e noi stiamo insieme da 47» dice abbracciando Anna, caschetto d’argento e un’affabilità rara (anche nella capacità di sottrarsi per lasciare spazio al marito). Il resto è un rosario di quadri, sculture, acquerelli, fotografie. Una piccola storia dell’arte appesa alle pareti, che comincia con una sequenza di foto in bianco e nero, dove è evidente lo sforzo artistico, incatenata accanto a una tela rettangolare, rossa, nella quale spicca una scritta in calligrafia cinese. «Cominciamo da qui – dice Caroli – perché questa è l’opera di un artista che ha cercato di fare belle foto, quindi ha dipinto questo quadro e poi ha smesso. Cioè io».
Ma come, una vita dedicata all’arte, numerosi saggi, la curatela di mostre complesse (come quella sul Cinquecento lombardo a Palazzo Reale, nel 2000) e ci si arrende così facilmente? «Ma io sono soprattutto un collezionista di storie, un onnivoro» precisa. Lo dimostra Storia di artisti e di bastardi, l’ultimo libro scritto per Utet nel quale apre la cassaforte dei ricordi e racconta gli incontri di un’esistenza cominciata nel 1945. «Per esempio, Mario Schifano una volta mi regalò quello – dice indicando un monocromo —. E allora io oggi come faccio a non ricordare i pomeriggi romani, quando lui arrivava, stropicciato, scarmigliato, sofferente eppure, puntualmente, ogni volta che si alzava c’era sempre la più bella del gruppo che gli andava dietro sbavando?».
Le pareti (strette) del corridoio che conducono al living sono una sfida alla fisica del tempo: i Fontana si alternano ai Derain in un gioco di rimandi che solo chi ha letto i suoi libri comprende. Non è confusione: è curiosità purissima per le persone, i fatti, gli aneddoti che ci sono dietro queste tele, tavole, fogli di carta. «Quello è un Vedova, quell’altro invece è un mobiletto fatto da Giò Pomodoro». Alt. Minuscolo, seminascosto da una gigantesca tela in chiaroscuro, c’è un pezzetto di carta con un motivetto inconfondibile, a zigzag e a colori. «L’amico Ottavio Missoni. Che risate insieme. E quante discussioni».
Se si pensa che la maggior parte delle opere dei contemporanei, qui dentro, sono un dono degli artisti stessi, si comprende come i ricordi del libro siano non lavoro, ma vita reale. «Affetto, in certi casi. Lucio Dalla per esempio. Oppure Alberto Burri, che aveva un caratteraccio con tutti tranne che con me», dice Caroli, che fa strada in salotto.
«Guardi quel piccolo dipinto, sì, proprio sotto al Joshua Reynolds. Ci avviciniamo. Rappresenta una donna distesa sul letto, una posa molto audace persino per la (evidente) fattura settecentesca del quadretto. «È un dipinto di Walter Sickert, quello che, secondo Patricia Cornwell, è stato il vero Jack lo Squartatore». Ecco, storie. Anche leggende, se vogliamo, ma ogni opera d’arte qui è un museo di racconti.
Tutta la casa sembra essere pensata in funzione delle opere: poca luce (a dispetto di una vista strepitosa che dà sulla stazione Centrale dal balcone), pareti alte. Caroli non smetterebbe mai: «Quel Constable è raro (è del periodo in cui si era messo a rifare le sue opere in bianco e nero, ndr ), quel Mattia Preti nessuno lo voleva perché crudo (una decollazione con dettagli bene in vista, ndr )». E così via. È una forma curiosa di casa d’arte, che non è quella di un collezionista e nemmeno quella di uno storico. È piuttosto quella di un segreto romanziere. «Ma dov’è Anna?» chiede. Poi prende il telefono e compone un numero. Anna risponde dalla stanza accanto. «Qui funziona così: ci chiamiamo al telefono. è per comodità». Sembra un teatro domestico che si ripete ogni volta con statica dolcezza.
Un’ultima cosa: che cosa recita quella scritta in cinese nell’unico suo quadro? Caroli conclude: «Dice: lunga vita al Presidente Mao. Ma io l’ho copiata da un testo, senza saperlo. L’ho scoperto solo qualche anno fa». Dell’arte ci si fida.