Corriere della Sera, 13 maggio 2017
L’attesa in macchina davanti a Rebibbia. «Mi vado a costituire Io credo nella giustizia»
META DI SORRENTO (NAPOLI) Fino all’altro giorno Francesco Schettino era a Meta di Sorrento, frequentava il bar in piazza, portava il cane a passeggio. Nelle ore precedenti la sentenza, invece, è sparito. Ai suoi avvocati e agli amici ripeteva di non essere del tutto pessimista, di confidare, o almeno di sperare in una sentenza favorevole, ma probabilmente era un modo per convincersi che ci fosse ancora una possibilità. In fondo, però, sapeva come sarebbe andata a finire. E infatti mentre da un lato coltivava l’illusione di poter restare un uomo libero, dall’altro individuava il carcere nel quale sarebbe andato a costituirsi se la Cassazione avesse reso definitiva la sua condanna. E alla fine si è praticamente avviato verso la casa circondariale romana ancora prima di avere la certezza di dover bussare al portone blindato e presentarsi.
Schettino ha passato la giornata a Roma, in compagnia di un familiare e di alcuni amici, e ieri, quando i suoi legali lo hanno avvertito che entro mezzora sarebbe stata pronunciata la sentenza, si è messo in macchina e si è fatto accompagnare davanti al carcere di Rebibbia. Fermo in auto ha tenuto gli occhi fissi sul cellulare fin quando sul display non ha visto comparire il numero dell’avvocato Saverio Senese che lo ha chiamato – in tempo pressoché reale – per comunicargli la decisione dei giudici.
«Io credo nella giustizia, quindi vado a farmi arrestare», ha detto al legale. A quel punto ha salutato i suoi accompagnatori, è sceso e con una borsa in mano si è avviato verso l’ingresso. «Sono Francesco Schettino. Sono qui per costituirmi spontaneamente, fatevi mandare l’ordine di carcerazione», ha detto quando gli hanno aperto. Poi il portone si è chiuso alle sue spalle e Francesco Schettino ha iniziato la sua nuova vita di detenuto con sentenza definitiva.
Tutti i discorsi degli ultimi anni e degli ultimi giorni sono rimasti fuori. Schettino che si sente vittima di un complotto, che si sente un capro espiatorio, che si sente la vittima sacrificale costretta a pagare per tutti. Queste cose le ha ripetute sempre con maggiore insistenza, negli ultimi giorni, a chi gli stava accanto. Raccontano, però, che ormai ne parlava quasi con una sorta di rassegnazione, senza più la grinta – o l’arroganza – di un tempo. Gliela si leggeva in faccia la consapevolezza che per lui si sarebbero aperte presto le porta del carcere.
In paese ne parlano con un pizzico di tristezza, anche se nessuno difende il suo comportamento nel giorno del naufragio. Il sindaco Giuseppe Tito esprime bene il sentimento comune: «Le sentenze vanno rispettate. Questo lo penso io come uomo delle istituzioni e lo pensiamo tutti, qui a Meta. Ma pensiamo anche che non possiamo non essere dispiaciuti per il destino di un nostro amico».
Un amico che nelle ultime settimane era visibilmente dimagrito, da tempo aveva smesso di radersi e si era lasciato crescere un po’ i capelli.
Non che fosse trasandato, anzi, però era chiaramente vittima di una forte tensione. E una delle sue preoccupazioni, oltre a quella ovvia della condanna, era l’esposizione mediatica. Non voleva finire un’altra volta sotto le telecamere, non voleva che sua figlia lo vedesse in tv mentre i carabinieri andavano ad arrestarlo e magari lo portavano via in manette. Per questo ha anticipato tutti e si è andato a costituire. E per questo lo ha fatto lontano da Meta di Sorrento, lasciando che le telecamere pronte a inquadrarlo ancora una volta dovessero accontentarsi di una zoomata sul mare della costiera.