Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2017  maggio 13 Sabato calendario

Un galantuomo molto indipendente (con troppi errori)

NEW YORK Prima apprezzato e addirittura baciato in pubblico da Trump, poi licenziato in tronco e insultato dal presidente che gli ha dato dell’esibizionista presuntuoso. James Comey paga per aver indagato su possibili collusioni col Cremlino e per aver declinato un impegno di «lealtà personale» richiesto dal leader repubblicano quando si insediò alla Casa Bianca. Ma l’ex capo dell’Fbi, oggi visto dai progressiti come un martire che ha cercato di difendere l’indipendenza delle istituzioni, fino a ieri era la bestia nera dei democratici. Anche Hillary Clinton, convinta di essere stata battuta da Trump per come Comey ha gestito il caso delle sue email detenute illegalmente in un server privato, forse l’avrebbe messo alla porta, se fosse stata eletta.
Chi è veramente Comey? Un eroe o un sepolcro imbiancato? La sua storia è quella di un uomo di legge – prima avvocato, poi magistrato – che a un certo punto va in politica col partito repubblicano ed entra nel governo di George Bush come viceministro della Giustizia. Per poi passare al settore privato (consigliere generale della Lockheeed, poi in finanza con Bridgewater e nel board della banca inglese Hsbc) fino a quando, nel settembre 2013, Barack Obama lo sceglie, con spirito bipartisan, per guidare i «federali».
La stima di cui gode è confermata dal voto di ratifica del Senato: 93 a 1. Un momento felice ormai dimenticato da Comey che, licenziamento a parte, all’Fbi ha vissuto anni difficili, con molte contestazioni. Per la gestione del caso Clinton, ma anche per la sua difesa dei poliziotti negli scontri razziali come l’uccisione di un diciottenne nero a Ferguson.
Eppure nella sua carriera il giurista conservatore ha sempre difeso la sua indipendenza: alto due metri e con un fisico atletico, si rifiutava di giocare a basket con Obama per non mostrare un’eccessiva contiguità col presidente che lo aveva nominato. Ma da vice «attorney general» Comey ebbe anche la forza di dire «no» a Bush che lo aveva portato al governo: quando gli chiesero di firmare al posto del suo ministro (John Ashcroft, ricoverato in ospedale) un atto che autorizzava l’Nsa a continuare le attività di spionaggio telefonico, rifiutò. I funzionari della Casa Bianca provarono direttamente col debolissimo Ashcroft, ma lui li precedette e lo convinse a non firmare. Alla fine, per avere il nulla osta, Bush dovette promettere a Comey una serie di modifiche della sorveglianza telefonica.
Coraggioso e indipendente ma anche con una certa tendenza a barcamenarsi quando le acque si fanno tempestose: negli anni del ricorso alla tortura contro i terroristi di al Qaeda, Comey autorizzò l’uso di 18 tecniche di interrogatorio «non convenzionali», compreso il waterboarding e la privazione del sonno. Ma poi ne vietò l’uso combinato. Si è barcamenato di nuovo durante la campagna elettorale: a luglio ha giudicato con toni aspri la Clinton ma poi non l’ha incriminata, facendo infuriare i repubblicani. Poi, il 28 ottobre ha reso nota la riapertura dell’indagine sulla base di un indizio rivelatosi poi inconsistente: una «October surprise» che ha pesato sul voto.
Comey ha commesso molti errori: ad esempio ha denunciato Hillary senza, però, rivelare che stava indagando anche su Trump e Russia. Ma John McCain, un repubblicano non tenero col suo presidente, difende l’ex capo Fbi: «È un galantuomo. Ha avuto la sfortuna di dirigere il “Bureau” in un momento complicatissimo per l’America».