Corriere della Sera, 13 maggio 2017
Gli errori e le mosse scontate nella gestione della crisi dei quattro istituti a rischio
A volte anche solo una data sul calendario basta a gettare un fascio di luce. Compare per esempio solo nella settimana del 16 novembre del 2015 in Gazzetta Ufficiale il decreto che applica in Italia la direttiva europea sulla gestione delle banche in dissesto: quella che prevede la loro «risoluzione» (fallimento ordinato) e impone perdite per azionisti, creditori e potenzialmente anche i depositanti prima che un istituto possa ricevere un aiuto di Stato per continuare a operare dopo la cesura.
La data è rivelatrice di una sottovalutazione del problema bancario nel governo di Matteo Renzi in quella fase. Quella scelta dell’esecutivo e del Parlamento di importare in Italia le norme europee arriva infatti solo all’ultimo momento utile. Perché nel weekend di quella stessa settimana accade l’inevitabile: Banca Etruria, Banca Marche, Carife e Carichieti sono da tempo al limite della tenuta finanziaria e in quel fine settimana della seconda metà di novembre diventano le prime quattro banche europee a finire in «risoluzione». Se l’Italia avesse atteso fino all’inizio del 2016 (ammesso che le banche fossero riuscite a arrivarci), le regole europee avrebbero imposto anche una sforbiciata sui depositi liquidi della clientela.
Senza la trasposizione della direttiva, Etruria e le sue sorelle avrebbero rischiato un fallimento caotico alla Lehman Brothers. La Commissione Ue avrebbe infatti vietato un’infusione di capitale da parte del Fondo interbancario di garanzia per far sì che le 4 banche riaprissero gli sportelli il lunedì dopo. E fornire nuove risorse senza permesso europeo non avrebbe generato capitale, perché quei fondi sarebbero stati da accantonare in quanto soggetti a una causa legale. Dall’altra parte, le banche erano colpite da striscianti fughe di depositi da tempo: rischiavano di saltare da un giorno all’altro. Aver aspettato l’ultimo istante a trasporre la direttiva europea in legge italiana è dunque il sintomo di una scarsa comprensione del rischio dei quattro dissesti ai vertici del governo. Lo è anche, da parte del ministero dell’Economia, non aver assunto uno studio legale specializzato per la trattativa con la Commissione Ue sull’intervento di salvataggio. Se il governo avesse avuto un consulente esperto, avrebbe scoperto che era possibile concordare e annunciare fin da subito i rimborsi ai piccoli obbligazionisti a cui erano stati venduti titoli rischiosi con la frode. Ciò avrebbe evitato lo choc delle prime settimane fra i risparmiatori coinvolti. Ma il ministero dell’Economia non si affidò a consulenze di avvocati specialisti esterni e – poco generosamente – la Commissione Ue all’inizio nascose l’opzione dei rimborsi.
Così il governo Renzi arrivò alla crisi delle quattro banche a fari spenti. E secondo molti banchieri privati, anche vicini a Unicredit, questo è stato un errore più serio dell’aver cercato un acquirente per Etruria o le altre banche in dissesto. È infatti una pratica comune per le autorità pubbliche cercare possibili acquirenti di banche che non stanno più in piedi da sole. Il Tesoro Usa lo ha fatto varie volte nel 2008, per esempio con Bank of America per salvare Merrill Lynch. A un certo punto in Italia si incoraggiò persino un interessamento di grandi investitori cinesi per il Monte dei Paschi (presto sfumato). Nessun banchiere privato trova appropriato che se ne occupi un membro del governo con un familiare coinvolto in una banca in dissesto, se davvero è ciò che ha fatto Maria Elena Boschi su Etruria. Ma incoraggiare una fusione per stabilizzare una crisi sarebbe stata una scelta logica. Se solo avesse funzionato.