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 2017  maggio 13 Sabato calendario

Intervista a Roger Waters: «La mia ragione di vita è avere un problema da risolvere»

Intervistare Dio non è facile. E Roger Waters, un po’, Dio si è sempre sentito. A venticinque anni dal precedente album di inediti, il creatore di The Wall torna con Is This The Life We Really Want?, in uscita il 2 giugno (in Italia primo giugno) per Sony. Un disco d’altri tempi, di bellezza dolorosa e vertiginosa. È nato con Nigel Godrich, storico produttore dei Radiohead. Il Fatto Quotidiano è l’unica testata italiana ammessa al suo cospetto, addirittura col permesso di riprendere venti minuti (dei circa trenta complessivi) con due telecamere: verrà postata oggi sul sito del Fatto. Cronaca di un incontro ravvicinato a New York con un genio inaudito.
Nel nuovo disco, così come in Animals, l’amore non è evasione ma salvezza. Nelle sue opere c’è un’alternanza brutale tra “l’amore che giorno dopo giorno invecchia come la pelle di un moribondo” e l’amore che assurge a unico “rifugio dai porci volanti”.
Non ho dubbi su questo: se abbiamo la fortuna di vivere l’amore, ha un effetto trascendentale su tutti gli aspetti dalla nostra vita. Apriamo delle parti di noi, nell’ambito di una relazione, che aumentano le nostre possibilità di essere empatici verso tutti gli esseri umani. A quel punto li comprendiamo e li aiutiamo, anziché entrare in conflitto con loro. Dobbiamo usare le nostre energie per capire come rendere sostenibile la vita per tutti e non solo per quei pochi come Trump, che sono potenti e ricchi, ma anche pazzi e disturbati in modo preoccupante.
Ha detto che, in origine, Is This The Life We Really Want? nasce come radiogramma.
Il primo brano l’ho scritto durante l’ultimo tour di The Wall (2010-2013). Si intitola Déjà vu, ma all’inizio si chiamava If I Had Been God (“Se fossi stato Dio”). Poi ho scritto un radiodramma, in cui un vecchio irlandese portava il nipote in un giro del mondo immaginario per trovare risposta ad alcune domande fondamentali che il nipote si faceva. Ad esempio: ‘Perché vengono uccisi i bambini?’. L’ho proposto a Nigel Godrich e da lì siamo partiti.
A quel punto il disco, come ha raccontato a Jon Pareles, è divenuto un viaggio.
Un viaggio che parla della natura trascendentale dell’amore. Di come l’amore ci può aiutare a passare dalle nostre attuali difficoltà a un mondo in cui tutti possiamo vivere un po’ meglio.
C’è l’amore, ma c’è anche una ricognizione impietosa dell’umanità. Che sembra essere persino più incarognita di quanto già non lo fosse in The Final Cut e Amused to death.
Lei dice che siamo messi peggio di prima? Ha avuto questa impressione?
L’ho avuta ascoltando il disco.
Forse per certi aspetti sì, non abbiamo fatto grandi passi avanti per migliorare le cose. Siamo ancora legati all’idea che possiamo raggiungere lo scopo solo con la guerra. È stato evidente negli ultimi 25 anni, e forse già alla fine della Seconda guerra mondiale, che nessuna guerra ha mai portato risultati. Eppure, per noi, è difficile accettare questa idea. Quando dico ‘noi’, in verità non intendo noi, perché la gente l’ha capito. Per esempio: il 14 febbraio 2003, 20 milioni di persone in tutto il mondo sono scese in piazza a manifestare per cercare di convincere i nostri governi, in particolare il governo britannico e statunitense, a non invadere l’Iraq. Ma a quanto pare la lezione non è stata imparata.
Definisce Trump “nincompoop”: “citrullo”.
Lo chiamo nincompoop a ragion veduta, perché il termine deriva dal latino non compos mentis, cioè incapace di intendere e di volere. Una definizione che gli si addice.
Si chiede mai se ci sarà posto per Roger Waters nella storia?
Non me ne frega niente.

Amused to death
era un capolavoro, ma non ha avuto il successo che meritava. Le pesa il fatto di essere anzitutto un “ex Pink Floyd” e poi Roger Waters?

Mi pesa? Aver fatto parte di un gruppo pop chiamato Pink Floyd non ha importanza, anche se mi dà una certa possibilità di esprimermi. Se non avessi fatto parte di una band così famosa, forse ci sarebbe meno interesse per ciò che faccio ora. Ma non mi importa delle etichette o del passato. Quello che faccio arriva alla gente oppure no. Nigel ha fatto un ottimo lavoro come produttore, penso che sia proprio un bel disco. Dice molte delle cose in cui credo.
A partire dalla canzone che dà il titolo al disco.
La poesia Is This The Life We Really Want? l’ho composta nove anni fa. Erano versi destinati a rimanere un lungo sfogo scritto. Dentro c’è anche un monologo: è quasi rap. È poesia, non è nata come testo di una canzone. È una dissertazione. Ed è bello che sia finita sul disco.
La mano di Godrich, lì, si sente moltissimo.
Sì. È interessante che per quel brano sia nata prima la musica del testo. Ci ho messo tanto tempo, perché è molto difficile per me legare un testo a una musica preesistente. Su insistenza di Nigel, mi sono seduto in una stanza con gli altri musicisti, mi hanno dato un basso e poi: ‘Ok, registriamo’. Joey ci ha dato il tempo e quella è l’unica take di noi quattro che suoniamo insieme. Inizialmente ero poco convinto, ma Nigel ha molto insistito e ne sono felice: è proprio bella! Poi ho dovuto decidere il tema della canzone ed è stato lì che ho pensato: ‘Aspetta! C’è una vecchia poesia che forse potrei usare’. E così è nato il brano.
Ha detto al New York Times che la cosa più difficile è stato tenere la bocca chiusa quando Godrich dava indicazioni su cosa fare.
Quando ero in studio e Nigel lavorava con gli altri musicisti, facevo fatica a trattenermi. Non perché dicesse cose sbagliate, ma la tentazione di intromettermi era fortissima. Ho cercato di non farlo. Nigel ha tolto anche una canzone, e mi è spiaciuto molto.
Prima parlava del suo essere bassista. È vero che fu Eric Clapton, dopo l’uscita dai Pink Floyd, a convincerla di essere un buon musicista?
(stupito) Sì. Durante la realizzazione di The Pros and Cons of Hitch Hiking (1984) ero lì che dicevo: ‘Oh, non so suonare’. Eric mi disse: ‘Sciocchezze! Sei un grande musicista’. La cosa mi sorprese e fu anche di incoraggiamento, perché non mi ero mai visto come un musicista. Ma ora sì. So che ho il mio stile come bassista, uno stile a tratti stravagante, ma so che me la cavo. So suonare.
Bob Ezrin ha detto: “Roger è un grande artista, un ossessivo totale e il sogno di ogni psichiatra”. Oggi i suoi dischi non sono certo più sereni. Lei lo è?
Se si parla di quando abbiamo fatto insieme The Wall, sono decisamente più sereno rispetto ad allora. Ora comprendo molte più cose. Sono diventato meno narcisistico, meno concentrato su me stesso e meno autobiografico. E mi interesso di più ai muri in generale, al modo in cui trattiamo gli altri. Comunque non vedo Bob (Ezrin) da 20 anni, è passato tanto tempo.
Una volta un veterano le ha detto: “Tuo padre sarebbe fiero di te”.
(commosso) Era verso la metà dell’ultimo tour di The Wall. Venne da me un signore anziano, mi tese la mano, mi guardò negli occhi e mi disse: ‘Tuo padre sarebbe fiero di te’. Fu un momento molto toccante. Mi fece capire che, a distanza di anni, riuscivo ancora a emozionarmi per il mio rapporto con lui.
Suo padre Eric Fletcher Waters, caduto il 18 febbraio 1944 a pochi chilometri da Anzio, c’è in ogni sua opera. Quando è morto, lei aveva cinque mesi.
Ho sempre pensato di dover essere alla sua altezza. Era un uomo coraggioso, non solo perché era obiettore di coscienza nel 1939 e si rifiutò di arruolarsi nell’esercito. Poi cambiò idea quando capì che il suo credo politico prevaleva sulla sua fede cristiana e decise che doveva combattere contro i nazisti durante la Seconda guerra mondiale. È stata una figura eroica del mio passato e significa ancora tantissimo per me.
Syd Barrett e Richard Wright. Di uno hai sempre parlato con affetto e rimpianto, con Wright ci sono stati anche molti scontri. Che ricordo ha di loro?
Ovviamente ricordo molto bene tutti e due. C’erano delle tensioni, ma non con Syd. Non ce ne sono mai state: lui è andato fuori di testa, tutto qui. Rick e io avevamo delle divergenze, però abbiamo anche fatto della gran bella musica insieme. L’ho sempre rispettato come musicista. Abbiamo vissuto un periodo brevissimo.
Mica tanto. Con Wright ha lavorato quasi vent’anni.
Cosa sono vent’anni? La vita scorre via veloce e a volte, se potessi tornare indietro, agiresti diversamente rispetto a come hai fatto. Ma non si può chiedere a chi è morto se avrebbe preferito agire diversamente. Il mondo delle relazioni umane è così complesso e difficile. Ci sono tantissime scelte che facciamo ogni giorno: siamo destinati a sbagliare. Non saprei davvero cos’altro dire su Syd o Rick.
Con i Pink Floyd avete dilatato l’idea di canzone. Sempre al New York Times ha dato una risposta bizzarra, in merito.
Noi iniziavamo, io guardavo Rick (Wright), lui guardava Dave (Gilmour): ‘Qualcuno sa un altro accordo?’. ‘No!’. Così suonavamo un do minore per mezz’ora… Scherzavo, ovviamente.
Il suo rapporto coi live è mutato radicalmente. Nel ’77 sputò in faccia a un cretino che voleva arrampicarsi sul palco durante un concerto a Montreal e da quell’episodio nacque The Wall. Durante i primi concerti solisti negli Anni Ottanta, i Pink Floyd riempivano gli stadi e lei no. Così, fino alla fine dei Novanta, si è fermato. Ora invece non fa che suonare dal vivo.
Non avevo più fatto nulla dopo Radio K.A.O.S. (1987). Qualche anno dopo, Don Henley mi chiese di partecipare a un concerto di beneficenza per il suo progetto Walden Woods a Los Angeles. Accettai. Così feci 2-3 canzoni con la sua band. Quando salii sul palco e partii con la prima canzone, sentii una grande ondata di calore proveniente dal pubblico che applaudiva. Avvertii che le persone provavano una specie di amore per me. Dopo l’esibizione, Chris Wright della Chrysalis Records mi disse: ‘Non mi ero mai reso conto che fossi un performer!’. Io gli risposi: ‘Certo che lo sono!’. Poi scesi dal palco e pensai: ‘Mi è proprio piaciuto!’. Ero molto rilassato. Tutto questo mi fece pensare che un giorno sarei tornato on the road. Lo feci con In The Flesh, nel 1999. Pensai che era andata bene e che da quel giorno avrei provato a fare qualcosa di diverso ogni volta. Ed eccoci qui.
Le leggo una recensione che ha fatto di lei una persona che la conosce bene: “Un uomo come lui si arrende solo quando muore”. Sa chi l’ha detto?
No.
David Gilmour.
(allibito) Che cosa ha detto Dave?
Che un uomo come lei si arrende solo quando muore.
(poco convinto). Ha detto così?
Sì. Non ne sembra molto felice.
Ah, beh. Okay. Perché no?
È una bella recensione, no?
(sorridendo) Non mi interessa, non è una cosa che mi appassiona. Io e Dave siamo stati in un gruppo per 20 anni, e ora non ne facciamo più parte. Non lo vedo mai e non abbiamo rapporti (Pare che Waters e Godrich avessero ipotizzato di chiedere a Gilmour due assoli per il nuovo disco, ma poi non se ne sia fatto nulla, nda). Se ha detto così, va bene. Non so perché abbia detto così, non so perché la cosa dovrebbe risultare interessante.
Forse perché siete due dei musicisti più amati nel mondo.
Okay, va bene! Ma ci sono così tante cose che mi appassionano adesso, che quella frase suona un po’ irrilevante per me. Questo è un bel disco, non vedo l’ora di fare questi concerti. Il lavoro necessario per allestire il tour Us + Them (partenza il 26 maggio da Kansas City. La scaletta proporrà 4 brani dal nuovo disco e poi pezzi tratti da Dark Side Of The Moon, Animals e The Wall. Probabili date italiane nel 2018 e 2019, nda) è enorme. È impossibile farlo nel tempo a disposizione. Ma lo stiamo facendo. Questo mi piace: essere sotto pressione. È sempre stato così. Era impossibile mettere in piedi gli show di The Wall quando ero nei Pink Floyd. Non si poteva fare, ma ce l’abbiamo fatta. Mi piacciono le sfide e forse Dave si riferiva a questo: ‘Si arrende solo quando muore’. Mi piace avere qualcosa da fare, non mi piace stare con le mani in mano. Inoltre mi piace esprimere sentimenti. La mia ragione di vita è avere un problema da risolvere. È questo che mi fa venire voglia di alzarmi ogni mattina, bere due caffè e dire: ‘Forza! Dai, alla carica!’. Mi piace lavorare e sono felicissimo di essere ancora in forma, forte e in salute per continuare con il mio lavoro. Se Dave intendeva dire che continuerò a farlo finché muoio, probabilmente ha ragione. Sì, probabilmente andrà così.