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 2017  maggio 13 Sabato calendario

La Brexit di Veneto e Lombardia. Referendum per tenersi le tasse

La Lega Nord ci prova almeno dal 2014, da quando cerca di infilare il referendum sull’autonomia tutta speciale delle regioni Veneto e Lombardia in abbinata a qualche consultazione elettorale. Prima il referendum sulle trivelle, poi le Amministrative di giugno e infine la riforma costituzionale bocciata il 4 dicembre, che in quanto ad autonomia delle Regioni andava esattamente nel senso contrario all’ispirazione secessionista. E il momento è venuto, i cittadini del lombardo-veneto saranno chiamati alle urne il prossimo 22 ottobre ma non è ancora chiaro per cosa: coronare il sogno della secessione o un’autonomia che ci assomiglia a tal punto da non pagare più le tasse a Roma? Quella che è certa è la campagna che i governatori leghisti stanno montando intorno alla consultazione con l’intento di arruolare al seguito del Carroccio l’intero elettorato che si dovesse pronunciare per il Sì.
La data prescelta è carica di significati: “Si voterà proprio 151 anni dopo il plebiscito con cui la nostra regione fu annessa al Regno d’Italia” segnala con orgoglio il presidente del Veneto Luca Zaia. Nella conferenza stampa di fine anno il governatore leghista aveva volato poco più basso: “I veneti dovranno pronunciarsi entro 60 giorni dalla proclamazione del referendum su un modello di autonomia come quello altoatesino”.
“Sarà l’inizio di una fase nuova che porta la Lombardia e il Veneto nelle condizioni di poter amministrare maggiori risorse e io dico anche verso la ‘specialità’: la Lombardia merita di essere una Regione a statuto speciale, meritiamo di tenerci tutte le tasse pagate che oggi vanno disperse in mille rivoli” ha spiegato ai cronisti l’altro promotore dell’iniziativa referendaria, il presidente della regione Lombardia, Roberto Maroni.
Diventare una regione a statuto speciale sognando la secessione e intanto trattenere il 90% per cento e più delle entrate tributarie nella regione sarebbe quindi la finalità dell’iniziativa referendaria anche se, nonostante i tanti riferimenti alla Costituzione contenuti nel quesito che verrà sottoposto ai lettori, non si tiene conto che la Carta costituzionale suggerisce di evitare di chiedere ai cittadini se vogliono pagare o no le tasse, vietando i referendum abrogativi su materie fiscali. E infatti quello del 22 ottobre sarà un voto consultivo, fanno osservare i promotori. Basterà per spingere il Parlamento ad aggirare l’impianto generale della nostra legislazione sui rapporti erariali tra Stato e regioni? Tra il 1946 e il 1963 fu riconosciuto a cinque territori uno statuto speciale soprattutto per ragioni di bilinguismo (Trentino Alto Adige, Friuli-Venezia Giulia e Valle d’Aosta) e di isolamento geografico (Sicilia e Sardegna). Allora erano aree che per dimensione e arretratezza economica davano uno scarso apporto al Pil nazionale e per questo venivano “agevolate” concentrando le risorse nelle loro casse.
Un’altra epoca. Tanto che si è aperta da tempo una discussione se abbia ancora un senso mantenere i loro privilegi fiscali e normativi basati su motivazioni ampiamente superate. A rianimare il dibattito arriva oggi la richiesta controcorrente di due regioni che non hanno svantaggi geografici da compensare ne minoranze etniche da tutelare. Anzi sono le più ricche del paese. Le aliquote fiscali applicate nelle due regioni del nord sono ovviamente uguali o inferiori (nelle compartecipazioni alle imposte nazionali) a quanto pagano i cittadini italiani che risiedono nelle altre regioni a Statuto ordinario. La differenza tra entrate erariali e spese dello Stato destinate alla Lombardia e al Veneto ammonta a circa 70 miliardi. Ed è questo il tesoretto su cui vogliono mettere le mani i due governatori leghisti.
Ma come? “Volete voi che la Regione Lombardia, nel quadro dell’unità nazionale, intraprenda le iniziative istituzionali necessarie per richiedere allo Stato l’attribuzione di ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia, con le relative risorse, ai sensi e per gli effetti di cui all’articolo 116, terzo comma della Costituzione?” recita il quesito referendario. L’articolo della Carta citato rimanda a un altro, il terzo comma del 117 dove sono elencate le materie di legislazione “concorrente” su cui le regioni possono chiedere un’ulteriore cessione di sovranità dallo Stato. La potestà legislativa è già in mano alle Regioni. Lo Stato detta solo i principi fondamentali. Anche messe insieme non varrebbero i famosi 70 miliardi di surplus. E infatti Maroni in un’intervista al Corriere ha ridotto la pretesa del 50%. Nonostante la fumosità delle argomentazioni e la debolezza dei riferimenti legislativi la gran parte dei partiti locali, compresi i 5Stelle e il Pd, si sono gettati all’inseguimento della lepre leghista. Il governo è perfino in affanno. “Torno a chiedere a Maroni di proporre subito al governo l’apertura formale del confronto sul federalismo differenziato, secondo le procedure dell’articolo 116 della Costituzione, per concordare quali nuove materie aggiuntive eventualmente passare alla Regione”, si appella accorato il ministro delle Politiche agricole Maurizio Martina. Chissà se riuscirà a ottenere una modifica della Costituzione o almeno un altro sconticino.