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 2017  maggio 13 Sabato calendario

Dall’ex capo della Cia allo 007 italiano, ecco la rete di Bocchino

Oltre i “finti 007” e i “depistaggi” (per dirla con alcune espressioni usate dalla stampa in questi giorni quando raccontano le accuse della Procura di Roma nei confronti del capitano del Noe Giampaolo Scafarto), nelle carte dell’inchiesta Consip ci sono anche altri elementi – finora non smentiti – che raccontano come alcuni dei protagonisti dell’indagine abbiano avuto eccome rapporti con agenti dei servizi segreti. Al di là del capitolo 17, redatto da Scafarto, nel quale sono stati trovati dei “falsi” dalla Procura di Roma, nell’informativa del 9 gennaio vengono citati anche altri 007, del tutto estranei all’inchiesta Consip.
Si tratta di Robert Gorelik, ex capocentro della Cia a Roma durante l’amministrazione di George Bush junior e ora consulente; e Marco Mancini, ex responsabile dell’Antiterrorismo e ora al Dipartimento informazione e sicurezza. Entrambi incontrano Bocchino (indagato per traffico di influenze), che nei mesi scorsi al Fatto aveva spiegato che si trattava semplicemente di persone che conosceva (contattato ieri invece non ha voluto commentare). Per quanto riguarda Robert Golerik, la prova dei contatti non sta in un’intercettazione o in una deduzione della polizia giudiziaria, ma in una foto che li ritrae alla Galleria Colonna di Roma, il 14 ottobre del 2016. Dell’“Americano” (come lo chiama Bocchino), l’ex parlamentare parla con l’imprenditore Alfredo Romeo ora in carcere per corruzione.
“Bocchino – è scritto in un passaggio dell’informativa non contestato dai pm di Roma a Scafarto – ragguaglia Romeo sulle indicazioni che ha ricevuto da Gorelick riguardo la commessa bandita dalla Marina americana a cui l’imprenditore sta partecipando e dice che gli ha scritto l’americano che: ‘A sua volta o ieri o questa mattina ha parlato con gli americani’”. Un incontro tra due consulenti, spiegava Bocchino al Fatto tempo fa.
L’altro contatto è Marco Mancini, 007 finito a processo per il caso del rapimento di Abu Omar, mai condannato: è stato salvato dal segreto di Stato. Anche in questo caso, c’è un incontro: “Dal riscontro sull’utenza in uso a Bocchino è emerso che lo stesso ha effettivamente cenato con (…) Mancini a casa sua”.
E poi c’è la vicenda ormai nota di chi davanti alla Romeo Gestioni seguiva da lontano i lavori dei militari del Noe mentre raccoglievano la spazzatura di Romeo, dalla quale poi sono stati ricostruiti i “pizzini”. Nell’informativa del 9 gennaio, si fa riferimento a tre persone “sospette”. È questo uno dei falsi contestati dalla Procura di Roma a Scafarto, in quanto nell’informativa manca il dato che vi era anche una quarta persona, poi identificata (grazie a una jeep) e che risultava essere un dipendente dell’Opera Pia. Davanti ai pm, il capitano del Noe ha spiegato di averlo omesso perchè “irrilevante”: insomma le perplessità si concentravano sugli altri. Quando però i pm gli contestano una telefonata con alcuni suoi colleghi dove lui parla di “scelta investigativa” Scafarto spiega che intendeva dire la stessa cosa. Ma non persuade i magistrati, convinti che proprio in questo passaggio si costruisca il dolo.
in ogni modo oltre il dipendente dell’Opera Pia, ci sono comunque le altre tre persone di cui si parla nell’informativa, che non sono state identificate (nè dal Noe nè successivamente). E così resta ancora il dubbio che stessero seguendo proprio i militari nel loro lavoro.
Infine c’è la vicenda di quel telefonino del capitano Scafarto che una volta acceso, dopo la ricarica, diventava incandescente. Sono tutti elementi questi che raccontano l’impressione di chi faceva le indagini di essere seguito a vista, controllato. Sospetti, appunto, in una fase in cui l’inchiesta Consip era in corso e tutto era ancora in divenire.