Il Sole 24 Ore, 13 maggio 2017
Scalate sì, ma con prudenza. Il fondo sovrano del Qatar investe all’estero, ma i ministeri tagliano i costi
«Gli analisti cercavano una logica, noi avevamo una visione», spiegava il ministro del Petrolio Mohammed al Sada per raccontare l’epica del gas liquefatto. Perché il Gnl è narrativa fondante del Qatar, come la rivoluzione industriale per gli inglesi e la conquista del West per gli americani. Negli anni ’80 fu il giovane ministro dell’Energia di allora, Hamad al Thani, a capire che per svegliare il sonnolento emirato bisognava estrarre il gas e liquefarlo per venderlo al mondo intero.
Quel giovane ministro che non trovava creditori interessati al suo progetto, sarebbe diventato emiro, avrebbe cambiato il volto del Qatar e creando il suo fondo sovrano, alcune di quelle banche così avare se le sarebbe anche comprate. Senza l’epica del Gnl non ci sarebbe stato la Qatar Investment Authority, o Qia, il fondo sovrano che ora sta tentando la scalata della Deutsche Bank dopo aver già acquisito in Germania il 17% di Volkswagen. L’anno scorso il nono nel mondo ma il primo “procapite” (i qatarini sono poco più di 300mila, 2,3 milioni con gli espatriati), il fondo sovrano possiede asset per 330 miliardi di dollari. In attesa di vedere di quanto potrà aumentare la sua presenza nella banca tedesca, nei primi mesi di quest’anno ha già comprato quote nella principale azienda produttrice di pollame della Turchia, in Rosneft e nella compagnia britannica del gas National Grid.
Pensando ai tentativi di sopravvivenza di Alitalia, fa tristezza arrivare nel nuovo aeroporto internazionale Hamad – costato 17 miliardi – gestito da Qatar Airways che appartiene a Qia la quale investe ai quattro angoli della Terra, patria compresa: ha anche il controllo di Qatar National Bank. Qatar Airways che fra le tante compagnie delle quali possiede quote c’è anche Meridiana, l’anno prossimo aprirà la destinazione per San Francisco: la quindicesima solo negli Stati Uniti.
Di un fondo sovrano che ha “diversificare” come mantra, è difficile fare la mappa in poche righe. Valentino, Tiffany, Agricoltural bank of China, Barclays, Glencore, investimenti immobiliari a Chelsea Barracks e Canary Wharf a Londra e al Garibaldi a Milano. All’inizio del 2016 Qia aveva anche iniziato un impegno quinquennale da 35 miliardi di dollari per entrare nell’immobiliare americano: la decisione era stata presa prima che un developer di New York diventasse presidente degli Stati Uniti. L’emiro Hamad al Thani, che nel 2013 ha abdicato in favore del figlio Tamim, era anche un tifoso del Milan. Su sua indicazione, una decina d’anni fa Qatar Sport Investments, la branca sportiva di Qia, si era fatto avanti per verificare le opportunità d’acquisto della squadra. Silvio Berlusconi allora non vendeva. Alcuni anni dopo, quando il presidente rossonero ha cambiato idea, al Thani aveva già comprato il Paris Saint-Germain.
Come già detto, tutto ha origine nel gas naturale liquido, il brodo di coltura dell’emirato che ne garantisce il 70% del reddito nazionale. Il Qatar è il terzo produttore mondiale di gas, ma il primo esportatore di Gnl: 77 milioni di tonnellate, due volte i consumi italiani di un anno, il 30% della produzione mondiale. Dopo averlo tenuto chiuso per 12 anni, come fosse un rigoglioso terreno agricolo custodito per il futuro, Qatar petroleum ha deciso di sfruttare la parte meridionale quasi vergine di North Field, il grande giacimento offshore. Una volta sviluppato garantirà due miliardi di piedi cubi al giorno, l’equivalente di 400mila barili di petrolio, e aumenterà del 10% la produzione totale del Qatar.
Per quanto possa sembrare a questo punto impossibile, anche nel Paese della bonanza non è tutto oro ciò che luccica. Nonostante una crescita economica del 13% l’anno per dieci anni consecutivi fino al 2016; sebbene l’oro del Qatar, il gas, ai livelli attuali di produzione non si esaurirà prima di 135 anni, anche qui esiste il “deficit di bilancio”. Non accadeva da 15 anni: è stato di 12 miliardi di dollari. Il crollo del prezzo degli idrocarburi è una causa. Ma l’impatto principale della crisi si chiama Mundial. Cioè i campionati mondiali di calcio del 2022 per i quali il Qatar ha deciso d’investire la monumentale cifra di 220 miliardi di dollari. Per stadi e infrastrutture il governo sta spendendo 500 milioni la settimana.
Con i suoi fondamentali economici, per il Qatar non è difficile ottenere credito dalle istituzioni finanziarie internazionali. Ma per la prima volta dal 1995, quando Hamad diventò emiro e iniziò la cavalcata del Qatar verso ricchezza e popolarità globale, l’ordine al Qia e nei ministeri è risparmiare. Gli stadi non saranno più 12 ma otto, Qatar Petroleum e RasGas sono arrivati al terzo anno di riduzione del personale; Qatar Museum Autority ha licenziato 250 dipendenti e cancellato i progetti di due nuovi musei. Al Jazeera è stata massacrata: mille licenziati in tutto il mondo. Perfino la Qatar Foundation, l’intoccabile gioiello di Sheikha Moza, la madre dell’emiro Tamim, sta tagliando posti di lavoro.
Anche Qia si è ristrutturato. Qatar Holding, il braccio operativo del fondo sovrano, non esiste più. I suoi poteri e soprattutto la sua cassaforte da 100 miliardi di dollari sono passati a una nuova divisione, Qatar Investments che fa capo al ministero delle Finanze. Ali Shareef al Emadi, il ministro, è diventato uno dei qatarini più potenti, eccetto il gruppo più ristretto della famiglia dell’emiro. Oltre alla gestione degli investimenti della fu Qatar Holding, al Emadi è il presidente di Qatar Airways, controlla la Banca nazionale, le spese per i mondiali ed è nel board di Qia. Nessuna decisione su dove, come e quanto spendere delle ricchezze del fondo, sarà presa senza la sua approvazione.
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L’emirato più dinamico tradito dalla geopolitica
«Se mi chiede perché impegno così tanto il mio piccolo Paese, è perché il Qatar che stiamo creando non può svilupparsi in una regione di dittature e depressione economica. La via d’uscita è riformare il nostro mondo». Al ristorante Damasceno – il suo preferito – nel vecchio suk di Doha che lui aveva ricostruito, Hamad bin Khalifa al Thani cercava di spiegare la sua angst. Le volute di fumo non venivano da un narghilè ma dal suo sigaro preferito, un Cohiba Lancero, lo stesso che amava Fidel.
«Stiamo lavorando bene. I miei a palazzo mi dicono che se oggi smettessimo di produrre gas e chiudessimo il fondo sovrano, il Qatar resterebbe ricco per altri 70 anni». Se non avesse fatto qualcosa, dunque, per lui sarebbe stato come buttare al vento l’immensa ricchezza creata in pochi anni, da quando era diventato emiro, shakespearianamente esautorando il padre nel 1995. Sua moglie, Sheikha Mozah, la prima e per ora unica first lady del Golfo, ascoltava perplessa, seduta accanto a lui. Era la primavera del 2013 e fu l’ultimo dei nostri incontri nell’arco di molti anni. Tre mesi dopo la nostra cena, inaspettatamente abdicò in favore del figlio Tamim. L’emiro Hamad aveva fatto molto, probabilmente troppo, commettendo alcuni errori fatali. Voleva essere il grande riformatore del Medio Oriente, invece sarebbe diventato uno dei responsabili del grande caos: non il solo, uno dei meno colpevoli ma comunque corresponsabile.
Furono i sauditi, i cugini wahabiti (quello del Qatar è un wahabismo molto più tollerante) a premere per il ricambio. Con il generale al Sisi, stavano organizzando al Cairo il golpe per abbattere il governo dei Fratelli musulmani che il Qatar appoggiava entusiasticamente. Dissero ad al-Thani che sarebbe stato meglio abdicare prima del golpe che essere costretto a farlo dopo, sull’onda di un fallimento che avrebbe destabilizzato il Qatar.
Hamad al Thani aveva puntato sui Fratelli musulmani, capaci secondo lui, di rappresentare quell’Islam politico moderato che avrebbe cambiato la regione, sostituendosi alla minaccia estremista. Il golpe laico in Egitto ha impedito di verificare le sue convinzioni: in Tunisia la fratellanza è promotrice di democrazia, in Turchia no. Ma l’emiro del Qatar aveva fatto un’altra scelta in Siria, quella provatamente sbagliata: «deluso e tradito» da Bashar Assad, al Thani aveva finanziato e armato i qaidisti di Jabat al Nusra. Si era convinto che fossero necessari per abbattere il regime di Damasco e che poi si sarebbero fatti da parte a beneficio delle opposizioni più moderate. Anche i sauditi fecero gli stessi errori con l’Isis – i turchi anche peggio – ma la grande Arabia Saudita non era il piccolo Qatar e alla fine la gravitas conta.
Questo fu il vero errore dell’emiro che in un quindicennio aveva trasformato una penisola desertica nell’emirato più dinamico della regione: arrivando a Doha era facile cogliere il dinamismo che mancava al resto del Medio Oriente. Fino allo scoppio delle primavere arabe il Qatar era stato capace di diventare il negoziatore di tutti i conflitti: sciiti e sunniti, israeliani e palestinesi, Hamas e Fatah, libanesi e siriani, talebani e governo di Kabul. Poi, improvvisamente l’emirato si buttò nella lotta impegnandosi in una geopolitica che non poteva sostenere. Le primavere e le guerre civili che per l’emiro al Thani dovevano essere l’occasione del grande cambiamento, lo avevano invece messo nell’elenco delle vittime. Suo figlio Tamim ora sta governando con lo stesso orgoglio ma con molta, molta più cautela.