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 2017  maggio 13 Sabato calendario

Ecco perché gli arbitri non possono non sbagliare

I dati del calcio vengono sempre più utilizzati per analizzare e migliorare le prestazioni, ma anche all’interno delle scienze sociali per investigare questioni che hanno una rilevanza fuori dal terreno di gioco. Una figura emblematica in tal senso è quella dell’arbitro, da sempre al centro focale del dibattito tra tifosi ed esperti, ma anche soggetto sperimentale ideale per capire come le decisioni di una persona possano essere il frutto di motivazioni complesse. L’arbitro subisce la pressione del pubblico? Favorisce la squadra di casa? Risponde agli incentivi economici o ad altri fattori?
Sono domande che i tifosi si pongono, ma che sono di interesse anche per uno scienziato sociale che voglia capire, per esempio, il ruolo esercitato dalla pressione sociale sulle scelte individuali, quello degli incentivi monetari e, per esempio, dell’identità nel determinare le azioni di una persona. L’arbitro rappresenta il soggetto perfetto di un esperimento: prende decisioni personali davanti a migliaia di tifosi che sono lì per osservarne le conseguenze, in un gioco i cui risultati possono essere misurati in modo preciso attraverso indicatori e statistiche oggettive (goal, cartellini gialli e rossi, falli fischiati). Ebbene, in uno studio che si concentrava su più di 700 partite della Primera Division spagnola, l’obiettivo di Luis Garricano e colleghi era trovare evidenza della cosiddetta referee bias, la distorsione in base alla quale l’arbitro tenderebbe a favorire la squadra di casa. Tale effetto esiste ed è piuttosto marcato, e si manifesta per esempio durante il tempo di recupero: se la squadra di casa è in svantaggio di un goal, infatti, l’arbitro tende a concedere oltre 100 secondi di recupero in più rispetto al caso standard, a parità di sostituzioni e altri elementi che incidono sul recupero stesso. Il direttore di gara, insomma, subisce eccome la pressione esercitata dal pubblico, concedendo alla squadra ospitante più tempo per pareggiare.
L’arbitro, però, non è completamente in balia dei tifosi, e un altro studio mostra il ruolo degli incentivi monetari, fornendo probabilmente un argomento definitivo a favore della professionalizzazione delle giacchette nere (anche se non lo sono più). L’evidenza empirica arriva dal Regno Unito, questa volta, dove gli arbitri venivano pagati a partita fino alla stagione 2001-2002, mentre da allora in poi furono retribuiti attraverso un contratto biennale rinnovabile. Il cambio di regolazione favoriva l’individuazione di evidenze empiriche robuste, perché costituiva una sorta di esperimento naturale in cui fosse possibile verificare l’effetto della modifica (in questo caso la remunerazione a contratto) sulla prestazione. E i dati dicono che la cosiddetta referee bias si riduce in modo significativo.
Infine, il premio Nobel in economia, George Akerlof, spiega le decisioni individuali come frutto non solo dello stimolo economico e del riconoscimento sociale, ma anche di una precisa identità. Tesi dimostrasta in un articolo pubblicato su Economic Inquiry da due ricercatori nel 2014, che si sono valsi dei dati della Champions League dal 2001 al 2013, osservando come gli arbitri tendano a fischiare fallo a favore di giocatori della loro stessa nazionalità in modo statisticamente significativo. I falli fischiati a favore aumentano di circa il 10%. Cosa mostrano questi studi e perché sono così importanti?
Innanzitutto, essi offrono alle scienze sociali nuovi dati per la verifica di importanti teorie e per lo studio di problemi che impattano non solo lo sport, ma più in generale riguardano il modo in cui gli esseri umani prendono le loro decisioni. Secondariamente, ma si tratta di una motivazione altrettanto importante, vestono con una patina di scienza un mondo che, tradizionalmente, è portato alla polemica a volte anche piuttosto sterile. Nel caso dell’arbitro, dimostrare anche empiricamente il fatto che sia un essere umano sottoposto, come tutti gli altri, a pressioni psicologiche e sociali, nonché a distorsioni cognitive cui non è possibile sottrarsi, è un risultato non scontato.
L’arbitro fa errori e non può non farne. L’affermazione può apparire banale ma è la precondizione per una visione più corretta, e anche serena, dello sport.