Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2017  maggio 13 Sabato calendario

Intesa Usa-Cina sul commercio

L’amministrazione Trump ha annunciato una pace commerciale con la Cina in dieci punti. Un accordo, sul quale ha sollevato il sipario prima il Segretario al Commercio americano Wilbur Ross e poco dopo Pechino, imperniato sulla promessa di un miglior accesso ai reciproci mercati, dalla finanza alle carni, dall’energia alle biotecnologie. E che, nelle intenzioni della Casa Bianca, dovrebbe aiutare soprattutto l’export americano.
Le ambizioni non difettano: «Le relazioni bilaterali con la Cina hanno raggiunto un nuovo apice anzitutto nell’interscambio», ha assicurato Ross, grande investitore prestato al governo Trump. Da Pechino il comunicato ha rivendicato «progressi su questioni chiave». Se per Trump l’obiettivo di strappare migliori intese è stata una delle promesse cruciali della campagna elettorale, anche per la leadership cinese la posta in gioco è alta: l’annuncio è il benvenuto alla vigilia del suo summit economico globale “One Belt, One Road”, al quale Washington ha ora deciso di inviare una delegazione di più alto rango – guidata dal responsabile per l’Asia della Casa Bianca Matthew Pottinger – e del quale «riconosce l’importanza».
Ma il pericolo, ha avvertito la Corporate America, è che passi avanti concreti restino elusivi – e con loro anche una politica commerciale americana coerente e che rassicuri davanti alle tensioni protezionistiche suscitate dagli slogan di America First. L’inchiostro era ancora fresco sui dieci punti dell’intesa quando è arrivata la laconica reazione della US Chamber of Commerce, la principale associazione imprenditoriale. Ha fatto sapere che «il vero lavoro è ancora da svolgere» e si è augurata anzitutto la «completa applicazione nei tempi previsti di impegni che la Cina ha già preso»: un riferimento sia alla natura generale di molti dei dieci punti sottoscritti che a simili precedenti impegni.
I primi test sull’efficacia del patto composto di tre scarne pagine sono però vicini, in particolare sul fronte agroalimentare. Entro metà luglio dovrebbe scattare una vera riapertura del mercato cinese alle carni bovine statunitensi, un comparto da 2,5 miliardi di dollari bloccato dal 2013 dai divieti legati al rischio “mucca pazza”. A fine maggio dovrebbe riunirsi un comitato biotech per valutare subito otto permessi legati a prodotti geneticamente modificati, un’accelerazione delle procedure invocata da società quali Monsanto e Dow Chemical. A Pechino si concede una maggior apertura nel pollame.
Sull’energia è prevista l’autorizzazione a società cinesi all’importazione di maggiori quantità di gas naturale liquefatto. Non viene affrontato il delicato tema di investimenti di Pechino in infrastrutture strategiche del settore. Ma in generale gli Usa si impegnano ad «accogliere gli investimenti diretti di imprenditori cinesi», in passato minacciati da preoccupazioni di sicurezza nazionale.
Il capitolo finanziario iscrive la possibilità di società americane nei pagamenti elettronici – leggi carte di credito – di richiedere permessi per operare in Cina a partire da metà luglio. Un passo che agli occhi di Washington è di buon auspicio per un «completo e rapido accesso» al mercato. Gruppi quali Visa e MasterCard da tempo premono in questa direzione, ma hanno visto i loro sforzi frustrati nonostante successi in sede di Wto. Più apertura dovrebbe esserci anche per società di valutazione del credito e di servizi di sottoscrizione di bond.
L’intesa bilaterale segue mesi di polemiche con la Cina ma anche un vertice bilaterale in Florida in aprile tra Trump e Xi Jinping che aveva avviato un round di colloqui sull’interscambio – il cosiddetto progetto dei “cento giorni” – e anche più cooperazione politica sulla crisi nucleare con la Corea del Nord. Svanite erano invece le accuse a Pechino di manipolare la valuta.
Ma gli ostacoli a una autentica distensione sono nelle cifre stesse in discussione. Gli Stati Uniti hanno riportato un deficit commerciale di 347 miliardi di dollari l’anno scorso con la Cina, un disavanzo che Trump ha promesso di combattere. E le incognite poste dal nazionalismo economico della Casa Bianca restano: nelle ultime ore è stato confermato dal Congresso il nuovo rappresentante commerciale, Robert Lighthizer. Il suo arrivo potrebbe coincidere con il momento della verità nel ripensamento dell’intera politica commerciale, dai negoziati per rivedere il Nafta ai rapporti con l’Europa, contro cui sono tuttora in discussione rappresaglie legate alle carni agli ormoni. Il 69enne Lighthizer è un noto critico del libero scambio, autore negli anni 80, con l’amministrazione Reagan, di restrizioni sull’import giapponese.
Marco Valsania
***

Svolta che rilancia il dialogo economico sino-americano
Al Forum One Belt One road che apre i battenti domani nella capitale cinese, ci saranno, a sorpresa, anche delegati degli Stati Uniti. Se per quelli della Nord Corea la presenza era più che scontata, non così per gli americani.
La decisione è in fondo alla lista dei primi dieci risultati raggiunti nel round iniziale del Dialogo dei cento giorni nato a Mar-a-Lago. Tuttavia, è molto in alto nella considerazione dei cinesi, che in tal modo hanno ottenuto l’esplicito riconoscimento dell’importanza dell’One Belt One Road. Il che rafforza il buonumore prodotto dal primo accordo commerciale raggiunto dalla Cina nell’era dell’amministrazione di Donald Trump.
Uno dei tre negoziatori dell’US economic comprehensive dialogue – così si chiama il framework – è nientemeno che il vicepremier Wang Yang, un riformista che ben sa condurre i negoziati economici, tra i vice di Li Keqiang è quello al quale viene affidata l’economia, e ha dovuto vedersela, stavolta, con due pesi massimi del calibro di Ross e Mnuchin. La svolta rafforza nei cinesi l’idea che Trump, un negoziatore nato, condivida l’obiettivo di mettere a segno soprattutto risultati economici, e il fatto che si fosse già parlato di commercio di carne e polli in Florida faceva ben sperare. Poi, sappiamo come è andata, tra Siria e Penisola coreana. L’economia era stata tirata in ballo solo per agitare lo spauracchio dei dazi, ai quali la Cina è profondamente allergica.
E così sembra essere, almeno per il momento, si riparla di commercio. Food safety e mercati finanziari sono due punti importanti di questo primo accordo. In una sorta di do ut des. La Cina riprenderà le importazioni di carne americana, sospese nel lontano 2003, accelererà il meccanismo di approvazione dei raccolti Ogm e altri prodotti biotech americani che non sono commercializzabili in Cina perché mancano le autorizzazioni. Ma passare dai proclami ai fatti non sarà semplice, infatti, a parte la mancanza di certi protocolli specifici, tutti da inventare, c’è il problema delle autorizzazioni, specie dell’Aqsiq, l’autorità di controllo dei prodotti a uso alimentare che metterebbero alla prova anche i negoziatori più incalliti. Passare sotto queste forche caudine non sarà semplice e infatti l’accordo mette anche paletti temporali, non a caso, alle future trattative.
Diverso il discorso delle carte di credito, per le quali il tempo è già scaduto, ma la liberalizzazione del mercato cinese non è mai decollata, finora. Le compagnie americane sono rimaste sempre al palo, bloccate dal colosso ChinaUnionpay che agisce in Cina da perfetto monopolista. Probabilmente questa sterzata aiuterà ad accorciare i tempi, ma la capacità della Cina di aprire il mercato interno stavolta sarà messa a dura prova. Anche per le agenzie di rating americane, si vedrà. Finora la Cina ha fatto in casa, con alti e bassi, ma il sistema cinese ha bisogno di agenzie specializzate anche per dare maggior trasparenza ai mercati. Uno degli incidenti di percorso, quello con la US Commodity Futures Trading Commission prevede l’estensione di 6 mesi, in pratica è una moratoria negoziata lo scorso anno con la Shanghai Clearing che non avrebbe registrato con gli americani le sue attività relative ai trading sui derivati.
Qualche segnale di apertura dei mercati c’è, e potrebbe servire su altri versanti – ad esempio l’Europa – la Camera di commercio americana, estremamente critica sul protezionismo di Trump, ha dimostrato di gradire.
Rita Fatiguso