La Stampa, 13 maggio 2017
Re d’Inghilterra
Ora sembra tutto scontato, come se questo titolo fosse destinato a Conte, l’erede di una dinastia italiana che sa come dominare in Inghilterra, ma il viaggio finito con un faticosissimo 1-0 contro il West Bromvich non è stato affatto così lineare. Conte era la sorpresa del campionato, la curiosità dell’estate: non era il pretendente al trono più ovvio e non è per niente filato tutto liscio. Per questo il successo è un’apoteosi.
I giocatori del Chelsea hanno scoperto Conte nella sala ristorante del ritiro in Austria. Non davanti alla lavagna tattica, ma di fronte al menù: niente pasta, niente pollo, tante noci e mirtilli e infiniti punti interrogativi. Si aspettavano un uomo appassionato e determinato, si sono ritrovati davanti un leader scatenato e ossessionato che li ha spinti oltre i propri limiti e si è spinto a pensare fuori dai suoi stessi schemi. In settembre il Chelsea ha perso prima con il Liverpool e poi con l’Arsenal, un doppio schiaffo che poteva lasciare il segno. Conte ha cambiato tutto e lo ha fatto senza inutili attaccamenti al modulo in cui credeva: ha girato la squadra sul 3-4-3, non il piano per conquistare la Premier però quello con cui è diventato re d’Inghilterra. L’Italia lo ha preparato alla flessibilità. Dopo il 3-0 rimediato davanti a un gongolante Wenger è tornato negli spogliatoio e ha detto: «Non siete una buona squadra solo perché vi chiamate Chelsea, non siete neanche una squadra fino a che non deciderete di diventarlo». E ha allontanato l’ombra di Mourinho e il confronto con Guardiola.
Formato british
Il titolo doveva viaggiare sulla tratta di Manchester e lo ha acchiappato lui. Antonio in formato british, Antonio che ha rifiutato il galateo locale, che ha esultato in faccia a tutti. Conte che ha mantenuto la sua carica da ultrà e ha dimostrato che la può applicare ad altre maglie. Per questo l’Inter lo corteggia con sfacciataggine senza che la piazza, per ora, brontoli, per questo anche il Barcellona si interessa nonostante lui sia lontano dal loro modello. Il passaggio sulla panchina dell’Italia gli ha tolto diverse etichette e la stagione in Blues lo ha trasformato nel tecnico più desiderato. Non ha paura, adora costruire sulle macerie, è un trascinatore e sa valorizzare gli uomini che si trova davanti. Certo, continua a sentire bisbigli alle spalle, a inventare nemici solo per tenere alta la tensione. Una scarica di adrenalina di cui ha bisogno: fino a qui è riuscito ad alimentarsi senza passare ansie ai suoi.
Ha stravolto i programmi ed è rimasto legato agli stessi nomi, tanto che nel premio campionato, 5 milioni di sterline da dividere a seconda delle presenze, si è dovuto fissare una percentuale per chi non ha giocato quasi mai. E proprio uno dei meno sfruttati, Batshuayi, già dato sulla lista partenti, ha firmato il gol che vale il titolo.
Dettagli, Conte ha rianimato Hazard, ha svegliato, punito e poi perdonato Costa, ha piazzato due potenziali outsider Marcos Alonso e Victor Moses, tra i titolari, ha distanziato gli avversari più considerati e alla fine si è trovato a duellare solo con il Tottenham che ha ceduto dopo settimane di pressione. Il genere di sollecitazione che esalta Conte. Visto così, esagitato sotto la curva, travolto dal suo gruppo non somiglia a uno che deve decidere il futuro e il Chelsea, trainato al successo e ubriaco di fiducia, può reggere un’altra stagione di noci e mirtilli.