La Stampa, 13 maggio 2017
Intervista a Samuel: «Ora sono solista e lo rimarrò per sempre»
Quanti, tanti, gli anni da frontman, eppure su quel palco così «casa» per lui, il debutto da solista ha avuto un carico emotivo di peso. E l’ha sentito lui, che la scena la tiene come pochi, e si è liberato in mezzo alla platea del club torinese Hiroshima Mon Amour nella partenza del tour: perchè pensare a Samuel dissociato dai Subsonica, è un’immagine a cui affezionarsi con lentezza. Ma una volta metabolizzata, non la si molla, sul tiro di ogni traccia del disco solista d’esordio Il codice della bellezza, da cui lui ha portato a Sanremo Vedrai.
Un disco interprete dei sentimenti, anzi, diciamola tutta: un disco che racconta l’amore. Una scelta perfettamente pop o è la faccia del suo momento di vita?
«È difficile sentire parlare d’amore noi torinesi, fatichiamo a esternare i sentimenti, però quando superiamo i valichi notturni, allora riusciamo a farli emergere. Ho ricevuto un messaggio sui social da una ragazza: “È la prima volta che canti ti amo”. È vero, succede nella canzone Passaggio ad un’amica: mi piaceva l’idea di parlare di qualcosa di profondo, toccante. E poi l’amore è sicuro un tema pop e io sono felice nella mia vita sentimentale».
Jovanotti è co-autore di cinque brani e voce in «Voleva un’anima»: lo ha scelto come ispiratore dell’esperienza da solista?
«Anni fa i feci un remix elettronico del suo pezzo Una storia d’amore, che a lui piacque tantissimo. Da quel momento ci siamo tenuti in contatto, fino al suo ultimo concerto a Torino: alla fine sono andato nel camerino e gli ho chiesto “Come si fa il cantante solista?”. E lui mi ha risposto: “Devi tirare fuori te stesso, tutta la tua complessità: la parte più perfetta come quella più ingenua”. Da quell’idea nasce il mio album: ho raccontato la mia ingenuità, il mio lato più debole, perchè la mia perfezione l’avevano già i Subsonica».
Con quale sistema avete scritto lei e Jovanotti?
«Ci siamo chiusi tre giorni in uno studio a Manhattan: uno scriveva una frase, l’altro la melodia, canticchiavamo. E in un angolo il mio produttore Michele Canova Iorfida scriveva le ritmiche sul computer. Sono nati cinque pezzi e non sono riuscito a eliminarne dall’album nemmeno uno».
Non pensa che l’essere solista possa essere una strada senza ritorno?
«Ormai solista lo sarò per sempre, e posso dire che questi mesi di lavoro sono stati faticosi: ho voluto decidere su tutto. Ma resto uno a cui piace avere un sistema amicale intorno e da sempre nei Subsonica esiste un gioco a incastri. Io in questo momento avevo bisogno di crescere e quando con i Subsonica si tornerà a lavorare insieme, molto sarà legato alle cose che ognuno avrà da dire: ecco, dopo quest’esperienza, penso che non accetterò più di tenermi dentro niente. Sa, fra noi capita che ci sia una sorta di autoinibizione tanto ci conosciamo a fondo».
Non poteva esserci altro luogo che l’Hiroshima per l’inizio?
«Qualunque cosa io abbia fatto, è sempre cominciato lì: è stata una scelta sentimentale. Che si ripeterà nell’estate, con la data al Flowers Festival il 15 luglio a Collegno: abbiamo scelto i dieci festival più belli in Italia».
Oggi chiuderà l’evento per i 30 di «TorinoSette» in piazza San Carlo e domani sarà testimonial della Stratorino: è il suo «codice»?
«Negli Anni 90 la musica cresceva ai Murazzi e TorinoSette per me è stata una vera Bibbia: ha influenzato la mia carriera, aspettavo ogni settimana gli appuntamenti musicali che pubblicava. E domani sì, sarà testimonial della Stratorino: l’ho corsa una volta sola, da ragazzino, e ne ho un ricordo molto divertente».
Il titolo del disco dà un senso largo: contiene il suo vissuto, artistico e personale?
«È stata il primo brano che ho scritto Il codice della bellezza, e quello che mi piace di più: è il mio stato emotivo, la mia ricerca di equilibrio interiore. È il codice che ti svela, quella miscela che ti racconta».