7 ottobre 1952
In Iran da 18 mesi non si vende più petrolio
In Iran «[...] da diciotto mesi petrolio non se ne vende; nessun carico di petrolio è partito, tolto quello del Rose Mary, che è ferino ad Aden. L’anno scorso il petrolio ha dato alla Persia sedici milioni di sterline. Ora quel danaro non scorre più; e in Persia non s’è pensato che la vendita del petrolio poteva avere un’interruzione, che in qualche modo, per qualche tempo bisognava provvedere a sopperire alla chiusura del rubinetto del petrolio. Ora, invece d’incassare per il petrolio, lo Stato persiano deve spendere per il petrolio; darà cento milioni di rial (circa un miliardo di lire nostre) alla compagnia nazionale del petrolio (quella che con la nazionalizzazione ha preso il posto della Anglo-Iranian, degli Inglesi), e quel danaro servirà specialmente a pagare impiegali e operai del petrolio, il loro forzato ozio. Che c’è da fare ora? Non c’è che ricorrere all’inflazione e alle tasse. L’inflazione l’ha consigliata Schaclit quando è stato qui, lui gira l’Oriente consigliando inflazioni; ma la Bank Melli’ Iran o banca nazionale dell’Iràn era contraria. L’inflazione farà aumentare i prezzi delle cose, anche quelli delle poche cose che servono ai poveri; allora anche i poveri si accorgeranno che qualcosa anche loro li tocca. E mettere le tasse non basta; bisogna che qualcuno le paghi. I ricchi finora hanno pagato pochissimo; nei Paesi orientali il danaro pubblico si fa su soprattutto con le dogane; cosi paga la moltitudine, e non si accorge di pagare tasse. Ma i ricchi non vogliono pagare più tasse, loro contavano sul petrolio; e adesso il petrolio gli fa paura, e non e solo paura di pagare altre tasse. Le masse finora sono state deviate dal pensare alla loro miserabile condizione. Quella che si chiama la questione sociale, qui è stata assorbita dal nazionalismo [...]» (da un articolo di Vittorio G. Rossi sul Corriere della Sera)