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 2017  maggio 13 Sabato calendario

APPUNTI TOTTI PER L’AGI (LUCA)

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«Tra il campione quasi quarantenne e l’allenatore di ritorno, Roma si è divisa. Sono giorni sofferti. È come se avessimo un grave problema di famiglia. Non è che uno non prenda posizione per ignavia, ma solo perché è troppo complicato» (Valerio Mastandrea) [1].

Basterebbero queste parole più di molte analisi e commenti per spiegare cosa sta accadendo a Roma in queste settimane. L’autore del collage che state per leggere denuncia la sua difficoltà nell’affrontare l’argomento perché – sempre per citare l’intervista di Mastandrea a Malcom Pagani – «parlo pochissimo del mio rapporto con la Roma proprio perché lo definisco un rapporto. E non si racconta in giro di come fai l’amore con la tua donna. Finiti i tempi delle descrizioni sofferte dei flirt adolescenziali, su certe cose, non c’è niente di meglio del silenzio». Ma tant’è, ci tocca. Iniziamo [1].

Francesco Totti, romano di Porta Metronia, compirà quarant’anni il prossimo 27 settembre – nacque cinque giorni dopo Ronaldo, due prima di Shevchenko (una delle settimane più produttive della storia del calcio). È alla sua ventiquattresima stagione da professionista, tutte con la maglia della Roma [2].

Esordio in serie A a sedici anni e mezzo, il 28 marzo 1993, sostituendo Ruggiero Rizzitelli all’87’ di un Brescia-Roma 0-2 (in panchina Vujadin Boskov). Il primo gol arrivò il 4 settembre 1994, all’Olimpico contro il Foggia. Mazzone lo schierò titolare e lui, al 30’, sbloccò il risultato: «Era la prima gara del torneo. Mio zio mi promise una mountain bike, la desideravo e forse l’avrei potuta comprare senza aspettare la rete. Ma ho rincorso quel gol pensando alla bicicletta» [2].

Racconta la leggenda che, un giorno dell’88 un emissario del Milan si presentò a casa sua con 150 milioni di lire in valigia per strapparlo, allora dodicenne, alla Lodigiani. Mamma Fiorella prima rimase «di sasso», poi prese a chiedere a tutti, in lacrime, «che devo fare?», infine chiamò l’amico di famiglia Stefano Caira, dirigente in Federcalcio, che le disse: «Quelli che ti stanno offrendo sono spiccioli». Pochi mesi e Totti passò alla Roma [2].

Capitano dal 1998, è il calciatore che ha collezionato più presenze con la maglia della Roma (597, terzo in assoluto dopo Paolo Madini e Javier Zanetti) e che ha segnato più gol in Serie A (247, secondo in assoluto dopo Silvio Piola). Ha anche il record di presenze giallorosse in coppe europee (97, di cui 57 in Champions League, di cui è anche il marcatore più anziano, avendo segnato a 38 anni e 59 giorni). Innumerevoli altri primati personali [3].

Il problema è che a giugno il contratto di Totti scade e la Roma non sembra intenzionata a rinnovarlo, nonostante lui abbia espresso pubblicamente il desiderio di giocare ancora un anno [3].

Totti vinse il suo unico scudetto nel 2001, con Fabio Capello sulla panchina della Roma, anche se tra i due non fu mai amore, come emerso dopo la fuga del tecnico alla Juventus (estate 2004). La volta che gli chiesero chi avrebbe voluto in panchina dopo Capello, Totti rispose «un pelato», e le cose per la Roma andarono male (Prandelli, Völler, Del Neri, Bruno Conti) finché non l’accontentarono ingaggiando Luciano Spalletti (estate 2005) [2].

Spalletti è tornato sulla panchina giallorossa lo scorso gennaio e non si è fatto alcun problema a relegare Totti in panchina, a rivendicare le sue scelte e a punzecchiare ripetutamente il capitano («Non gestisco Totti, gestisco la Roma, gioca chi è pronto e mi dà più garanzie»; «Non alleno in funzione della storia») [4].

Fra i tanti episodi di questi mesi, forse quello che ha fatto più impressione sono i tre minuti finali concessi in Champions League contro il Real Madrid. Un insulto al capitano, per gran parte della tifoseria [3].

Gianni Mura: «Spalletti dovrebbe sapere che a Roma andare contro Totti è come presentarsi a un convegno di vegani masticando un cosciotto d’agnello. Alla sua età, Totti può essere dosato e discusso, maltrattato no» [5].

Nelle ultime tre partite Totti, partendo sempre dalla panchina, si è dimostrato decisivo: 45 minuti e assist per Salah col Bologna, 12 minuti e gol del pareggio all’Atalanta e 5 minuti e doppietta col Torino [4].

Lucio Caracciolo: «I grandi si svelano nelle crisi estreme. Francesco Totti non ha mai sofferto tanto come in questi mesi, quando si è sentito svilito e abbandonato dalla società alla quale ha regalato tutta la carriera, anche a costo di rinunciare a impreziosirla con le coppe che avrebbe vinto a man salva se avesse accettato di spendere il suo talento nel Real Madrid. Poi quei due gol nei tre minuti magici, forse i più importanti della sua vita di calciatore. Non una coppa né uno scudetto, qualcosa di molto più personale: la consacrazione della sua unicità» [6].

Maurizio Crosetti: «Dirlo ora può sembrare blasfemo, ma questi sono gol che complicheranno le ultime righe del romanzo, tutte da scrivere. Una bellissima, ingannevole immortalità che vale per una sera o per qualche giorno, ma che allontana le esigenze della realtà, quelle che reclamano sempre il conto. Che si eviti almeno la commedia e si rispetti la storia» [7].

Totti ha segnato 4 gol in 287’, in questa stagione, una media di una rete ogni 71 minuti. È l’unico calciatore a essere andato in gol almeno una volta per 22 campionati consecutivi in Serie A. E con il rigore contro il Torino è diventato il calciatore ad aver trasformato più tiri dal dischetto, 69 (su 86 battuti), superando di una lunghezza Roberto Baggio [8].

Luca Valdiserri: «Ci sono i fatti e ci sono le opinioni. I fatti dicono che Francesco Totti ha dimostrato sul campo di essere ancora un calciatore decisivo per la sua squadra. Non vuole fare il dirigente perché di quelli ne trovi a bizzeffe, mentre i campioni che vincono le partite sono merce rara. Ma se vuole continuare a giocare — chiedere al Bologna, all’Atalanta e al Torino se ne è ancora capace — dovrà farlo altrove. Per adesso gli è arrivata una ricchissima proposta dall’Al Jazira, la squadra degli Emirati Arabi che voleva coprire d’oro Gervinho. Un’altra possibilità sono gli Stati Uniti, ma Totti aveva congelato tutto perché la sua idea era chiudere, a 40 anni, con la squadra della sua vita» [9].

Mattia Feltri: «I tifosi nemmeno parlano di secondo posto in classifica, di qualificazione diretta in Champions League, parlano di “un uomo solo contro l’ingiustizia”, di “senso di malinconia per il tramonto della Storia (il maiuscolo è nostro, ma alla radio si coglieva)”, di “mancanza di riguardo per il cuore di milioni di persone”. Ecco, di mezzo si è messo il nuovo marziano, l’allenatore Spalletti che maltratta il Re, una specie di Ignazio Marino della panchina le cui colpe vanno oltre i risultati – fin qui per la squadra molto buoni – e investono piuttosto l’idea millenaria di grandezza, anche applicata al calcio, che Roma conserva di sé» [10].

In molti si chiedono perché Pallotta e la dirigenza americana si ostinino a dire no al rinnovo. Il presidente avrebbe tutto il vantaggio di concedere l’ultimo anno a Totti, senza contare che solo col merchandising della maglietta – sempre di gran lunga la più venduta – rientrerebbe dell’ingaggio assai ridotto rispetto al passato (il capitano si accontenterebbe di un milione). Massimo Cecchini: «E allora? La presa di posizione di Pallotta è interpretata così: il presidente è disposto anche a subire le accuse della tifoseria per proteggere Spalletti, evitandogli di vivere una stagione intera sull’orlo dello psicodramma» [8].

Daniela Ranieri: «Francesco Totti che a un Maurizio Costanzo Show di tanti anni fa, sfrontato come sono i timidi, riferisce la frase che suo padre gli dice più spesso: “Quanto era più bravo tu’ fratello”. Sottinteso: di te. Di Totti. Nel paradosso ironico, Totti disegnava insieme una impossibilità reale (che ci fosse qualcuno più bravo di lui, non si sa nemmeno di quanto) e una possibilità logica, o almeno storica. Oggi davvero lui, che nelle dinamiche di potere tra panchina, campo e spogliatoio è sempre stato figlio, pure nel gesto di succhiarsi il pollice per onorare la nascita e i compleanni dei figli suoi, deve far posto a fratelli più piccoli anche di vent’anni, portatori dell’unica qualità calcistica che lui non possiede: la gioventù del corpo» [11].

Luca Valdiserri: «Il “caso Totti” è qualcosa di più del tramonto di un campione o del rapporto professionale che lega allenatori e calciatori. È il concentrato di una parola d’ordine che è passata nella nostra vita quotidiana, sospinta dalla politica: rottamazione. Totti, a quasi 40 anni, non può più correre come prima e ci sono molte forze fresche che possono farlo più di lui. Ha guadagnato tanto, per cui deve farsi da parte. Pretende di avere dei privilegi legati alla sua storia e a quello che ha dato in passato. Fino a poco tempo fa un discorso simile sarebbe stato affrontato con altri toni, adesso è stato imbarbarito dalla velocità e dall’anonimato della comunicazione. Si può essere solo “pro” o “contro”, in un sondaggio senza fine e senza analisi» [12].

Alessandro De Calò: «Come ha detto una volta Jorge Valdano, se i calciatori avessero immaginato quanto è duro l’addio, avrebbero fatto altro: gli scultori o i pittori, per non smettere mai. Chiedete a Giuseppe Bergomi o a Paolo Maldini se è stato dolce o amaro il distacco da Inter e Milan, le squadre della loro vita. Sarebbe superfluo fare la stessa domanda ad Alex Del Piero, che pure aveva lasciato i bianconeri con l’onore delle armi: pubblico annuncio del presidente della Juve, Andrea Agnelli, in un’assemblea dei soci» [13].

Giancarlo Dotto, convinto che oggi i problemi della Roma passino per Totti: «Mancava poco perché la storia di Francesco Totti diventasse una storia perfetta ma quel poco è la cruna di un ago, una montagna da scalare. L’addio di Totti è il più lungo, estenuante funerale annunciato della storia del calcio. E il primo a negare il lieto fine è proprio lui, il capitano. Bob Dylan, un altro capitano che si ostina, va a cantare in cantine assurde di città improbabili. Ma è un fantasma solitario. Non disturba nessuno. Totti ha fatto del suo esercito di adoratori l’esoscheletro che lo fa sentire invulnerabile. Non parla perché sa che sono loro a farlo al posto suo, pronti a scatenare l’inferno. Più ci si rifugia nella religione del Pupone, più s’impedisce a tutte le risorse intorno di crescere» [14].

Riscaldandosi, mentre il Torino stava vincendo all’Olimpico mercoledì scorso, Totti ha detto ai fotografi: «Scattate, che sono le ultime». L’ultima all’Olimpico sarà Roma-Chievo, domenica 8 maggio, alle 12.30. Valdiserri: «Chissà se qualche dirigente della Roma chiederà alla Lega se è possibile cambiare l’orario o se l’addio di Totti dovrà arrivare tra un boccone e l’altro, con l’indice di ascolto tv più basso possibile» [9].

(a cura di Luca D’Ammando)

Note: [1] Malcom Pagani, Rivista Undici n. 4; [2] Catalogo dei viventi 2009, Marsilio; [3] Matteo Pinci, la Repubblica 22/4; [4] Angelo Carotenuto, la Repubblica 24/2; [5] Gianni Mura, la Repubblica 18/4; [6] Lucio Caracciolo, la Repubblica 22/4; [7] Maurizio Crosetti, la Repubblica 21/4; [8] Massimo Cecchini, La Gazzetta dello Sport 22/4; [9] Luca Valdiserri, Corriere della Sera 22/4; [10] Mattia Feltri, La Stampa 19/4; [11] Daniela Ranieri, il Fatto Quotidiano 22/4; [12] Luca Valdiserri, Corriere della Sera 19/4; [13] Alessandro De Calò, La Gazzetta dello Sport 22/4; [14] Giancarlo Dotto, La Gazzetta dello Sport 22/4.

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APERTURA FOGLIO DEI FOGLI 10 MAGGIO 2004
La leggenda di Totti, il prestigiatore che vuole vincere, Francesco Totti è nato a Roma il 27 settembre 1976. Cinque giorni dopo Ronaldo, due prima di Shevchenko (una delle settimane più produttive della storia del calcio). Ha esordito in serie A ad appena sedici anni e mezzo, il 28 marzo 1993, sostituendo Rizzitelli all’87’ di un Brescia-Roma 0-2 (in panchina Vujadin Boskov). Il primo gol arrivò il 4 settembre 1994, all’Olimpico contro il Foggia. Mazzone lo schierò titolare e lui, al 30’, sbloccò il risultato. Per capire di che stoffa fosse fatto, servì pochissimo tempo. Scrisse la ”Gazzetta dello Sport” il 28 febbraio 1994, commentando un Roma-Samp 0-1: «Il ragazzo si farà, perché ha piedi buoni e temperamento. Insistere, please». [1]

Francesco è figlio di Lorenzo (bancario) e Fiorella (casalinga). Si conobbero sulla spiaggia di Fiumicino nell’estate 1961. Mimmo Ferretti: «Lui, trasteverino purosangue, aveva diciassette anni; lei soltanto dodici. Quando Enzo incrociò lo sguardo di ghiaccio di quella ragazzina arrivata da via Vetulonia, capì che non avrebbe mai potuto avere di meglio dalla vita. Otto anni dopo il primo bacio in riva al mare, Enzo e Fiorella si presentarono, belli, eleganti e pettinati, davanti ad un sacerdote e, nella chiesa di San Sebastiano al Palatino, si dissero ”sì” per la vita. Qualche mese dopo nacque Riccardo». [2]

Secondo la leggenda, il vero fenomeno era Totti I. Papà Lorenzo confessa di non aver mai mostrato gran talento col pallone: «A piazza San Cosimato ero famoso perché toccava sempre a me pagare i gelati: giocavamo tra amici e chi perdeva doveva offrire. Ho reso felice mezza Trastevere...». Il primogenito, però, sembrava saperci fare. Peccato avesse un difetto. Racconta ”Lo sceriffo” («mi chiamano così perché ho un sacco di amici che fanno le guardie giurate...»): «Riccardo quando giocava era un piacione: pensava soltanto a fare i numeri, colpi di tacco, tunnel e cose del genere. Francesco, invece, fin da bambino entrava in campo e pensava soltanto a vincere». [2]

La prima squadra di Totti si chiama Fortitudo. Ha sette anni e gioca dove gli pare. Con il passaggio alla Smit Trastevere comincia a fare sul serio. Ferretti: «Pergolati e Paolucci, i suoi istruttori, lo fanno giocare costantemente in attacco, dato che più degli altri compagni Francesco vede la porta avversaria. Con il passaggio alla Lodigiani, all’età di dieci anni, diventa di fatto un centrocampista d’attacco ma i suoi allenatori, Mastropietro e Neroni, non gli fanno mai indossare la maglia numero 10, ”per non farlo sentire più importante degli altri”, ricordano in famiglia». [3]

Dodicenne, Francesco fa già gola ai talent scout di tutt’Italia. Tanto che un giorno del 1988 un emissario del Milan si presenta a casa Totti con 150 milioni di lire in valigia per strapparlo alla Lodigiani. Mamma Fiorella prima rimane «di sasso», poi prende a chiedere a tutti, in lacrime, «che devo fare?», infine chiama l’amico di famiglia Stefano Caira, all’epoca dirigente in Federcalcio e oggi direttore generale del Perugia, che le dice: «Quelli che ti stanno offrendo sono spiccioli». Pochi mesi e Totti passa alla Roma. [4]

A 13 anni, Francesco è già un fuoriclasse. Franco Superchi: «Lo facevo giocare da mezza punta, dietro due attaccanti, anche se i dirigenti volevano che giocasse da attaccante puro. Così, un giorno mi arrabbiai: o gioca come dico io, cioè da mezza punta, o me ne vado. Da quella volta gli diedi il ”10” e nessuno ha più fiatato». Ferretti: «Una volta arrivato stabilmente in prima squadra, a diciannove anni, trova Mazzone che lo fa giocare (parecchio) da seconda punta o (poco) da trequartista alle spalle di due attaccanti. Con Carlos Bianchi, invece, gioca poco e basta. Poi, con il 4-3-3 di Zeman una svolta importante: il boemo lo piazza sulla fascia e, di fatto, gioca da attaccante esterno di sinistra. E sono in tanti a confidare ancora oggi che è proprio quello il ruolo più congeniale alle caratteristiche tecniche e atletiche del capitano. Con Capello, infine, si sposta più al centro del campo e, teoricamente, giostra da trequartista anche se nel tridente dello scudetto gioca spesso più avanzato di Delvecchio. Poi, nel 3-5-2 classico del Capello ter funge da seconda punta». [3]

Oggi il capitano della Roma è uno dei più grandi calciatori del mondo. Sebbene la giuria del Pallone d’Oro continui a snobbarlo (quinto nel 2001, quattordicesimo nel 2000, diciottesimo nel 2003, giusto la nomination nel 2002) i tecnici lo mettono sullo stesso piano del francese Thierry Henry (gioca in Inghilterra con l’Arsenal) e del brasiliano Ronaldinho (Barcellona). Michel Platini: «Totti è un prestigiatore, a volte gli escono colpi che uno non si aspetta». [5] Aldo Serena: «Se fai il centravanti sogni di giocare accanto a Totti. Con lui vicino, sarei sembrato rapido anche io». [6]

Totti è un campione atipico. Rivoluzionario. Ferretti: «Uno con il suo fisico fino a qualche anno fa avrebbe potuto giocare solo a rugby. Centottanta centimetri di altezza per un peso forma di ottantadue chili: sono misure da pilone o da raffinato trequartista? Francesco Totti ha sconvolto la norma, perché madre natura gli ha regalato il meglio del proprio campionario. Così, il capitano - oltre ad avere due piedi magici - ha doti atletiche straordinarie. Forza esplosiva, resistenza e velocità: ecco le sue qualità che, abbinate alle doti tecniche, lo rendono calciatore unico». [7]

Totti è un campione multiuso. Ugo Trani: «Non conosce l’egoismo, difetto di tanti calciatori, che per prima cosa pensano a se stessi. Di solito è il fuoriclasse a scegliersi la migliore posizione in campo, durante una gara, per rendere al meglio o comunque per non sfigurare. Con il capitano romanista accade l’esatto contrario: è il tecnico a scegliere il ruolo, per soddisfare le esigenze della squadra, in un preciso momento, più che esaudire i desideri del calciatore. La disponibilità di Francesco, assoluta da sempre, è fondamentale». [8]

Il colpo più celebre di Totti è il cucchiaio. Maurizio Crosetti: «è diverso dal pallonetto che s’alza, s’abbassa e stop, il cucchiaio (più un colpo da biliardo) fa ruotare la palla in senso inverso alla parabola, con effetto a rientrare che disorienta il portiere». [9] Aldo Grasso: «Ciò che più conta è lo sberleffo, non all’avversario ma alla razionalità». [10]

Il primo cucchiaio Totti lo fece in mondovisione, nel 2000. Cazzullo: «All’Europeo, semifinale con l’Olanda, al momento di tirare quei rigori che ci sono costati gli ultimi tre Mondiali. ”Mo’ je faccio er cucchiaio”, anticipò ai compagni. E quelli: ma va là! pensa a segnare! Fece il cucchiaio, fece anche vacillare Zoff poi finito da Berlusconi, ma segnò. Un gesto di immaturità. Oppure di maturità precoce e straordinaria. Qualcosa che ricorda le mosse bizzarre e geniali di un Celentano, che gli valsero la definizione di Bocca, ”un cretino di talento”. Totti ha certo talento, e un modo molto romano e niente affatto cretino di esprimerlo, immediato, sapido, conciso, che gli consente di sdrammatizzare le cose senza banalizzarle. Ti sei accorto di essere in Giappone, Francesco? ”Come no. Dalle facce”». [11]
Il fenomeno Totti non riguarda più il solo calcio. All’ufficio denunce nascita dell’Anagrafe di Roma il nome più frequente nei primi tre mesi del 2004 è stato Francesco: 152 contro 125 Matteo, 113 Lorenzo, 110 Alessandro. [12] La popolarità è esplosa con le barzellette, prima a malapena sopportate poi, grazie al suggerimento di Maurizio Costanzo, raccolte in un libro di enorme successo i cui proventi sono stati devoluti in beneficenza. Un esempio? La maestra: «Sai quali sono i 5 sensi, Francesco?». Totti: «Béh, certo: c’è Franco, ’a moje de Franco, ’e fije...». [13] Intanto, le sue gesta sul campo hanno preso a fare il giro del mondo: ad aprile era sulla copertina di ”World Soccer”, a maggio è su quella di ”FourFourTwo” (con Henry e Figo, titolo ”Three Kings”). Gianni Petrucci, presidente del Coni: «Fino a qualche tempo fa, quando viaggiavo all’estero mi parlavano di Fellini e della cucina italiana; ora mi parlano solo di Totti». [14]

Oggi nessuno lo chiama più ”Pupone”, un soprannome che non ha mai sopportato. Cazzullo: «Altri con il suo curriculum sarebbero diventati infrequentabili: a 13 anni il primo Mondiale giovanile; a 16 l’esordio in A, come appunto il golden boy Rivera; a 21 è il più giovane capitano della storia della Roma; a 22 la prima volta in nazionale; poi la consacrazione dell’Europeo, lo scudetto, il gladiatore tatuato sul bicipite destro (anche per ragioni pubblicitarie: scarpe, auto, una banca, e pure una marca di calzini). Cosa diventeremmo se vedessimo la nostra faccia in tutte le fermate del metrò di Tokyo? Lui l’ha vista ed è rimasto simpatico e disponibile». [11] Adriano Sofri: «Visitò Regina Coeli e disse che senza il calcio, magari anche lui sarebbe stato lì. Io pensai: e poi dicono che non è bravo di parola». [15]

Totti è diventato una figura «di raccordo politico e istituzionale». Filippo Ceccarelli, lo scorso primo dicembre: «Giovedì 20 Totti è premiato alla Camera dei deputati dalla Commissione Parlamentare per l’Infanzia; mentre cinque giorni dopo, cioè martedì 25, entra al Senato della Repubblica come testimonial Unicef per un incontro organizzato dalla Commissione per la tutela e la promozione dei Diritti Umani. Accoglienza particolarmente calda, nel senso che i commessi hanno faticato ad arginare la ressa. Ha scritto Rita Sala sul ”Messaggero” di un Totti «assediato, stretto, fagocitato, mangiato, assunto, introiettato, ingoiato: una sorta d’eucarestia pagana del simbolo positivo». L’immagine dell’eucaristia è forte, ma pienamente giustificata dal prosieguo della visita che ha pure visto la distribuzione di reliquie, anch’esse paganeggianti, ma non per questo di minor rilievo cerimoniale. Totti ha consegnato infatti una sua maglia alla seconda carica dello Stato, il presidente Marcello Pera (che la batterà all’asta a partire da 100 euro), e una seconda maglia al senatore a vita Giulio Andreotti». [16]

L’istituzionalizzazione di Totti oltrepassa i confini meramente strumentali della vecchia politica. Ceccarelli: «E non solo e non tanto perché la sua presenza è finalizzata a obiettivi educativi o di solidarietà. Il punto interessante è che la politica si aggrappa a Totti in palese anche se astuta condizione di inferiorità; sapendo benissimo che egli incarna ed esprime un consenso così neutrale, levigato e semplificato da non ammettere né preferenze né controversie. Da vero potere super partes. ”Meno tasse per Totti” si scherzava due anni fa parodiando uno slogan berlusconiano. Ecco, oggi verrebbe quasi da invocare anche meno melasse, per Totti, e meno grancasse». [16]
Melasse e grancasse potrebbero sparire se Totti lasciasse la Roma. La società giallorossa, si sa, ha grossi problemi economici. Il Real Madrid, la squadra più prestigiosa del mondo, compra ogni anno un grandissimo campione (’galactico”). Ha cominciato nel 2000 strappando il portoghese Figo al Barcellona, nel 2001 ha preso il francese Zidane (Juventus), nel 2002 il brasiliano Ronaldo (Inter), nel 2003 l’inglese Beckham (Manchester United). Sembravano tutti affari impossibili ma, come dice il magnate russo Roman Abramovich (padrone del Chelsea), «anche il paradiso ha un prezzo». Dunque pure Totti, che sarebbe la nuova preda cacciata dal presidente madridista Florentino Perez. [17] In Spagna danno l’affare per fatto: l’entusiasmo è tale che nella capitale si vedono magliette ”taroccate” del Real con il nome di Totti sulla schiena e il suo classico numero 10. [18]

Totti con un’altra maglia? Difficile da immaginare (Italia a parte). Luca Valdiserri: «Nel grande successo di vendite delle maglie da gioco romaniste, la Diadora ha notato un particolare: quelle ”personalizzate” con il nome Totti e il numero 10 (compratissime dai turisti stranieri) sono quasi sempre nell’originale giallorosso e non nei pur venduti colori ”secondari” o di Coppa (arancione, bianco e blu). Quasi che soltanto i colori della città fossero quelli giusti per portarsi via il ricordo più trendy». [12] Epperò, se la Roma tornasse ”Rometta”, potrebbe essere il capitano a chiedere il divorzio. Ha fatto discutere una sua intervista alla ”Gazzetta”: «Quando tornerò dagli europei, prima di partire per le vacanze, voglio sapere cosa succederà. Chi arriverà e chi andrà via. Da capitano, mi dovranno dire come stanno le cose, perché se oggi è presto, a luglio i giochi sono fatti, in un senso o nell’altro. E va presa una decisione. Definitiva. Non essere in corsa per il campionato ed essere eliminati dalle Coppe mi darebbe fastidio. Che facciamo, lottiamo per l’Intertoto?». [19]

Il vero obiettivo del Real è Ruud Van Nistelrooy. O almeno lo sperano i romanisti. Il Manchester United, si dice, sarebbe disposto a cedere l’olandese, prezzo 30 milioni di euro. L’operazione scatenerebbe un effetto domino. Giancarlo Laurenzi: «La presenza di Van Nistelrooy renderebbe superflua quella di Ronaldo, a quel punto in lista di partenza nonostante un contratto rinnovato di recente fino al 2008. Lasciasse il Real, Ronaldo si accaserebbe a Londra, sponda Abramovich, malgrado Moratti passeggi sull’uscio aspettando il ritorno del figliol prodigo. Dal Chelsea sarebbe così di troppo Crespo, pronto a trasferirsi a Milano da Ancelotti, il suo maestro preferito [...] E Vieri, in questo tourbillon di incroci pericolosi, coronerebbe un suo vecchio pallino. Finire la carriera nella Premiership. Manchester, naturalmente». [20]

Totti al Milan: sarà questo il colpo dell’estate? Ma va’, dicono i più ottimisti tra i tifosi giallorossi, se persino Berlusconi ha detto che «non si può strappare Totti alla sua città». G. B. Olivero: «In realtà, anno dopo anno, estate dopo estate, il Milan si è sempre più avvicinato a Francesco. E adesso ci sono molti motivi che spingerebbero verso questa soluzione. Il giocatore vuole vincere e il club rossonero gli dà adeguate garanzie. A Milano potrebbe trovare quegli spazi e quella serenità che Roma gli nega: l’esempio di Nesta, libero finalmente di uscire a cena o di frequentare locali senza essere travolto dall’affetto dei tifosi, è emblematico. Per la carriera di Ilary, futura signora Totti, il trasferimento fisso a Milano sarebbe sicuramente vantaggioso. E i soliti beninformati già raccontano che Galliani avrebbe garantito l’acquisto del campione giallorosso». [21]

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TOTTI Francesco Roma 27 settembre 1976. Calciatore. Tutta la carriera nella Roma, squadra con cui ha vinto lo scudetto del 2001, la Coppa Italia 2007 e 2008, la Supercoppa italiana 2001 e  2007. Con la nazionale ha vinto i Mondiali del 2006 ed è stato finalista agli Europei del 2000 (in totale 58 presenze e 9 gol). Capocannoniere del campionato 2006/2007, nella stessa stagione ha vinto la Scarpa d’Oro. Il 20 marzo 2011 ha segnato il 200° gol in serie A (sesto della storia), il 1° maggio 2011 ha raggiunto quota 206 diventando il capocannoniere tra i viventi nati in Italia (2° Roberto Baggio, 205). Oscar del calcio come miglior giocatore del campionato di serie A nel 2000 e 2003, come miglior italiano nel 2000, 2001, 2003, 2004, 2007, come miglior giovane nel 1999. Quinto nella classifica del Pallone d’Oro 2001, 10° nel 2007, 14° nel 2000, 18° nel 2003, nomination anche nel 2002 e 2004, ha vinto il Golden Foot 2010.

Schiappa il padre, piacione il fratello
Figlio di Enzo, operaio, e Fiorella, casalinga, Francesco Totti nacque cinque giorni dopo Ronaldo e due prima di Andriy Shevchenko (una delle settimane più produttive della storia del calcio): «Studiavo, poi sentivo gli amici e il rumore del pallone, così scendevo di corsa in cortile. A volte non mi facevano giocare e io risalivo in casa piangendo. E papà: “Ma che te piangi? Pensa a studia’, che è meglio. Mica vorrai fa’ er calciatore?”». Il talento non viene dal padre: «A piazza San Cosimato ero famoso perché toccava sempre a me pagare i gelati: giocavamo tra amici e chi perdeva doveva offrire. Ho reso felice mezza Trastevere...». Già col primogenito andò meglio: «Riccardo quando giocava era un piacione: pensava soltanto a fare i numeri, colpi di tacco, tunnel e cose del genere. Francesco, invece, fin da bambino entrava in campo e pensava soltanto a vincere».

Il no agli spiccoli del Milan
La prima squadra di Totti fu la Fortitudo. Aveva sette anni e giocava dove gli pareva. Alla Smit Trastevere cominciò a fare sul serio. Mimmo Ferretti: «Con il passaggio alla Lodigiani, all’età di dieci anni, diventa di fatto un centrocampista d’attacco ma i suoi allenatori, Mastropietro e Neroni, non gli fanno mai indossare la maglia numero 10, “per non farlo sentire più importante degli altri”». Dodicenne, faceva già gola ai talent scout di tutt’Italia, tanto che un giorno dell’88 un emissario del Milan si presentò a casa Totti con 150 milioni di lire in valigia per strapparlo alla Lodigiani. Mamma Fiorella prima rimase «di sasso», poi prese a chiedere a tutti, in lacrime, «che devo fare?», infine chiamò l’amico di famiglia Stefano Caira, dirigente in Federcalcio, che le disse: «Quelli che ti stanno offrendo sono spiccioli».

Una bicicletta per il primo gol
Passato alla Roma, Totti cominciò da libero. Ugo Trani: «Pur non avendo un fisico, all’epoca, statuario, ma addirittura mingherlino, magro all’eccesso e quasi leggero, e nemmeno tanto alto, tecnica, forza e lancio gli hanno permesso subito di farsi notare. Impossibile, del resto, non accorgersi di cosa fosse capace. In quel periodo è come se avesse studiato, avendo davanti tutto il campo. Traiettorie e spazi, innanzitutto. Da sfruttare in futuro». L’esordio in serie A avvenne a sedici anni e mezzo, il 28 marzo ’93, sostituendo Ruggiero Rizzitelli all’87’ di un Brescia-Roma 0-2 (in panchina Vujadin Boskov). Il primo gol arrivò il 4 settembre ’94, all’Olimpico contro il Foggia. Schierato titolare da Carlo Mazzone, al 30’ sbloccò il risultato: «Era la prima gara del torneo. Mio zio mi promise una mountain bike, la desideravo e forse l’avrei potuta comprare senza aspettare la rete. Ma ho rincorso quel gol pensando alla bicicletta».

Il cucchiaio all’Olanda
Sopravvissuto alla gestione di Carlos Bianchi, tecnico argentino che l’avrebbe voluto mandare alla Sampdoria, Totti esplose con in panchina Zdenek Zeman. Primo grande palcoscenico internazionale gli Europei del 2000, già in gol contro Belgio e Romania fece scalpore per il rigore “a cucchiaio” calciato nella semifinale vinta contro i padroni di casa dell’Olanda. Aldo Cazzullo: «“Mo’ je faccio er cucchiaio”, anticipò ai compagni. E quelli: ma va là! pensa a segnare! Fece il cucchiaio, fece anche vacillare Zoff poi finito da Berlusconi, ma segnò. Un gesto di immaturità. Oppure di maturità precoce e straordinaria». Rigori a parte, da allora il cucchiaio è diventato il suo marchio di fabbrica. Maurizio Crosetti: «Diverso dal pallonetto che s’alza, s’abbassa e stop, il cucchiaio (più un colpo da biliardo) fa ruotare la palla in senso inverso alla parabola, con effetto a rientrare che disorienta il portiere».

Lo sputo del 2004
Espulso dall’arbitro Byron Moreno nella sfida contro i padroni di casa della Corea del Sud valida per gli ottavi finali del mondiale 2002 (1-2 al golden gol), ai successivi Europei fu squalificato per uno sputo al danese Poulsen nella sfida inaugurale (0-0 a Guimaraes, Portogallo, il 14 giugno 2004). Tra i pochi che lo difesero, Oriana Fallaci, che gli scrisse una lettera aperta pubblicata dalla Gazzetta: «Erano tre ore che quel danese la prendeva a gomitate, pedate, stincate. Pur non essendo una tifosa di calcio, guardavo ed ho visto tutto. Con sdegno. Unico dissenso: io avrei tirato un cazzotto nei denti e una ginocchiata non le dico dove. Stia bene, dunque, non si rimproveri ed abbia le più vive congratulazioni». Tra i più critici i tifosi juventini, che non gli perdonavano uno «stai zitto, ne hai presi quattro, vai a casa» mimato al bianconero Tudor durante una sfida vinta 4-0 dai giallorossi, e i laziali, eternamente avvelenati per un “Vi ho purgato ancora” esibito sulla maglietta dopo un gol nel derby.

Dalle barzellette al titolo mondiale
Sposato con la conduttrice televisiva Ilary Blasi (19 giugno 2005, diretta tv su SkyTg24), da cui ha avuto i figli Cristian (6 novembre 2005) e Chanel (13 maggio 2007), Totti recuperò simpatie con le barzellette prima a malapena sopportate e poi, grazie al suggerimento di Maurizio Costanzo, raccolte in un libro di enorme successo i cui proventi furono devoluti in beneficenza. Vittima di un grave infortunio il 19 febbraio 2006, ritornò in campo in tempo per i Mondiali disputati in Germania: sebbene in non perfette condizioni, trasformò tra l’altro il rigore che decise in extremis l’ottavo di finale contro l’Australia, sfornò qualche assist (a Marco Materazzi contro la Repubblica Ceca, a Luca Toni contro l’Ucraina), ma non riuscì a lasciare il segno nella finale vinta ai rigori dagli azzurri con la Francia (sostituito al 61’ da De Rossi), sua ultima apparizione con la maglia della nazionale.

Verso la fine a suon di record
Dominio della Juve spezzato dallo scandalo “calciopoli”, negli ultimi anni Totti e la Roma si sono dovuti arrendere all’Inter che, accusata di aver avuto qualche “aiutino”, gli ha negato gli scudetti del 2008 (giallorosso fino al 62’ minuto dell’ultima giornata) e del 2010 (sorpasso alla quart’ultima giornata causa una sconfitta interna con la Sampdoria). Totti si è consolato tagliando vari traguardi individuali: l’11 febbraio 2007 ha strappato a Giacomo Losi il record delle presenze in giallorosso, il 16 gennaio 2008 ha raggiunto i 200 gol con la maglia della Roma, il 20 marzo 2011 ha superato la stessa soglia in serie A. Iniziato il campionato 2011/2012 a quota 207, la prossima tappa è il record di gol segnati nella massima serie con una sola squadra, fissato dallo svedese Gunnar Nordahl a 210 (con la maglia del Milan).

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TOTTI Francesco Roma 27 settembre 1976. Calciatore. Con la Roma ha vinto lo scudetto del 2001, con la nazionale il mondiale del 2006 (secondo agli europei del 2000). Nel 2006/2007 capocannoniere di serie A e Scarpa d’oro. Golden Foot 2010, 5° nella classifica del Pallone d’oro 2001, 14° nel 2000, 18° nel 2003, nomination anche nel 2002 e 2004 • «Atipico. O, per certi versi, rivoluzionario. Perché uno con il suo fisico fino a qualche anno fa avrebbe potuto giocare solo a rugby. Centottanta centimetri di altezza per un peso forma di ottantadue chili: sono misure da pilone o da raffinato trequartista? Francesco Totti ha sconvolto la norma, perché madre natura gli ha regalato il meglio del proprio campionario. Così, il capitano - oltre ad avere due piedi magici - ha doti atletiche straordinarie. Forza esplosiva, resistenza e velocità: ecco le sue qualità che, abbinate alle doti tecniche, lo rendono calciatore unico. Ha un’altissima soglia aerobica, ad esempio. Questo significa che, quando c’è da fare le ripetute, lui fa parte del secondo gruppo, quello subito a ridosso di maratoneti come Tommasi e Panucci. Ai tempi di Zeman, Totti era arrivato addirittura a far parte del gruppo dei migliori, quello capeggiato dal solito Tommasi e da Di Francesco. Oltre a poter coprire tranquillamente le lunghe distanze, il capitano ha un’elevata soglia lattacida che gli consente di poter agevolmente sopportare la fatica. Ecco perché una volta entrato in condizione il suo rendimento atletico è costante. Importante, per lui, sarebbe non subìre traumi di una certa entità: dato che tutto questo é impossibile, visto che in ogni gara becca una marea di calcioni, Totti viene monitorato quotidianamente con una sorta di terapia preventiva. I preparatori della Roma, con Vito Scala in testa, si preoccupano di lavorare ogni giorno sui muscoli maggiormente sollecitati con particolare attenzione alla zona lombo-dorsale, con un potenziamento mirato e esercizi di decompressione e allungamento della colonna vertebrale. Da qualche tempo, Francesco si è affidato ad occhi chiusi allo staff medico della Roma, guidato da Mario Brozzi, e alle sapienti mani di fisioterapisti come Silio Musa e Giorgio Rossi. Inoltre, alla vigilia di ogni partita, si sottopone ad una seduta di agopuntura alla schiena (il suo problema cronico) con il professor Spadini. [...] Grazie ad un’alimentazione finalmente corretta, il suo peso si è stabilizzato sugli ottantadue chili. I test sulle intolleranze alimentari, cui s’era sottoposto un paio di anni fa, l’hanno aiutato a non commetter più errori a tavola. E, contemporaneamente, a migliorare le proprie prestazioni in campo» (Mimmo Ferretti, “Il Messaggero” 20/1/2004) • «Non un campione e basta. Un campione multiuso. La differenza è notevole. Totti, per Trapattoni unico, è uno di quei giocatori che sono la fortuna degli allenatori. Dove lo metti, sa stare. La classe, che nel suo caso, per certi versi isolato, si somma alla generosità. Perché pochi, in giro per il pianeta, mettono faccia e prestazioni a disposizione di tecnico e squadra. Francesco non conosce l’egoismo, difetto di tanti calciatori, che per prima cosa pensano a se stessi. Di solito è il fuoriclasse a scegliersi la migliore posizione in campo, durante una gara, per rendere al meglio o comunque per non sfigurare. Con il capitano romanista accade l’esatto contrario: è il tecnico a scegliere il ruolo, per soddisfare le esigenze della squadra, in un preciso momento, più che esaudire i desideri del calciatore. La disponibilità di Francesco, assoluta da sempre, è fondamentale. Mai è stato lui a chiedere di giocare in una zona del campo piuttosto che in un’altra. Si è sempre adeguato, accettando il consiglio o andando incontro all’emergenza della situazione. Poi, può anche essere successo che abbia manifestato le sue preferenze. Mai, però, con un aut aut o con un rifiuto. Come invece hanno fatto, in passato e anche oggi, altri campioni celebrati e ci viene in mente subito Del Piero che predilige la posizione di seconda punta a quella di esterno o di rifinitore (più di una volta un caso Nazionale). Semplice la motivazione, che è quasi il segreto di Pulcinella: più si sta in posizione avanzata e più c’è la possibilità di segnare. E la vetrina dell’attaccante sarà sempre la più ricca, grazie ai gol. Proprio nel vasto repertorio di Totti, quello che fa la felicità dei suoi allenatori, c’è la storia calcistica del capitano della Roma. Non ha mai fatto il portiere, ruolo in cui ad esempio Maradona si esaltava in allenamento, ma non è detto che un giorno non faccia anche questo esperimento (non sappiamo, non avendoci mai provato, se sarebbe anche all’altezza tra i pali). Francesco, grande visione di gioco oltre ai tutti quei colpi, in particolare toccando di prima, che lo hanno fatto grande, cominciò da libero. Pur non avendo un fisico, all’epoca, statuario, ma addirittura mingherlino, magro all’eccesso e quasi leggero, e nemmeno tanto alto, tecnica, forza e lancio gli hanno permesso subito di farsi notare. Impossibile, del resto, non accorgersi di cosa fosse capace. In quel periodo è come se avesse studiato, avendo davanti tutto il campo. Traiettorie e spazi, innanzitutto. Da sfruttare in futuro. [...] Lì dietro è nato e cresciuto Totti, capace poi di tutto. Eccolo, primo gradino della carriera, salire a centrocampo. Subito mezz’ala. Calcio, forza e potenza. Dagli assist si arriva facilmente al gol, anche su punizione. Ma ormai la trasformazione definitiva è in atto. Francesco deve giocare dal centrocampo in su per fare la differenza. Tatticamente diventa campione multiuso. Non basta soltanto la qualità per esserlo a tutto tondo. Basta pensare al ruolo che gli propone Zeman, venticinque reti in due campionati per la prima esplosione da attaccante, sulla corsia esterna di sinistra. È un’ala atipica. Può andare al tiro, può arrivare in area, ma grande è il sacrificio in fase di non possesso palla, perché deve arretrare sulla linea dei centrocampisti. Copre sulla fascia quando gli avversari attaccano la Roma: strano, ma vero. Diligente, Totti capisce, impara e soprattutto stupisce chi lo etichetta dalla nascita come scansafatiche. Sarà più avanti, dopo quell’esperienza positiva anche nei numeri, che andrà a occupare posizioni di primo piano nel palcoscenico della Roma. Maturato tatticamente a ventidue anni, diventa corum populi trequartista. Piace a tutti in quel ruolo, che piace più di tutti all’interessato. Lui, abituato a prendere calcioni e colpi proibiti, qualche metro dietro le punte ha un po’ più di libertà, mai tanta se lo conoscono. Capello, però, è incontentabile. Sa che Totti, vicino alla porta, può far male agli avversari. Rifinitore o trequartista, largo a destra o a sinistra, ma se serve seconda punta, discorso che vale anche con Trapattoni in Nazionale. Capello va oltre, quasi esagerano. Totti centravanti. Anche da solo contro tutti, può bastare per vincere» (Ugo Trani, “Il Messaggero” 20/1/2004) • «Per un certo periodo ha addirittura giocato da centromediano metodista, “bloccato” davanti alla difesa. Un’invenzione di Sergio Vatta, che è stato cittì di Francesco in diverse nazionali giovanili: Vatta lo vedeva in quel ruolo, e Francesco - che aveva sedici anni o giù di lì - anche in quella posizione non sbagliava una partita. La sintesi? Dove lo piazzi, lui gioca bene. E fa gol. Già nella Fortitudo, la sua primissima squadra, gioca un po’ dove gli pare: ha sette, otto anni e l’allenatore Trillò non obbliga nessuno a rispettare questo o quel ruolo. “Pensate a divertirvi”, il suo ritornello. Discorso diverso, invece, dopo il passaggio alla Smit Trastevere: Pergolati e Paolucci, i suoi istruttori, lo fanno giocare costantemente in attacco, dato che più degli altri compagni Francesco vede la porta avversaria. Con il passaggio alla Lodigiani, all’età di dieci anni, diventa di fatto un centrocampista d’attacco ma i suoi allenatori, Mastropietro e Neroni, non gli fanno mai indossare la maglia numero 10, “per non farlo sentire più importante degli altri”, ricordano in famiglia. Con la Lodigiani, segna una marea di gol giocando sempre dalla propria metà campo in su: è talmente più bravo degli altri che può permettersi di fare contemporaneamente la punta, il rifinitore, il centrocampista e anche l’incontrista. Le già chiarissime qualità tecniche portano il suo nome sui taccuini degli osservatori di Roma e Lazio: dopo un consiglio di famiglia, si sceglie la strada giallorossa. E al Tre Fontane, a tredici anni, incontra Franco Superchi, suo primo allenatore nei Giovanissimi. “Francesco era già un fuoriclasse: lo facevo giocare da mezza punta, dietro due attaccanti, anche se i dirigenti volevano che giocasse da attaccante puro. Così, un giorno mi arrabbiai: o gioca come dico io, cioé da mezza punta, o me ne vado. Da quella volta gli diedi il ‘10’ e nessuno ha più fiatato”, le parole dell’ex portiere. Fino alla Primavera, continua a giocare da seconda punta o da centrocampista d’attacco. Ezio Sella, allenatore campione d’Italia Allievi con Francesco in squadra, spiega: “Lui poteva, e può, fare di tutto. Io l’ho impiegato sia da centrocampista avanzato che da seconda punta ma lui era, anzi è bravissimo a giocare in qualsiasi posizione”. Una volta arrivato stabilmente in prima squadra, a diciannove anni, trova Mazzone che lo fa giocare (parecchio) da seconda punta o (poco) da trequartista alle spalle di due attaccanti. Con Carlos Bianchi, invece, gioca poco e basta. Poi, con il 4-3-3 di Zeman una svolta importante: il boemo lo piazza sulla fascia e, di fatto, gioca da attaccante esterno di sinistra. E sono in tanti a confidare ancora oggi che è proprio quello il ruolo più congeniale alle caratteristiche tecniche e atletiche del capitano. Con Capello, infine, si sposta più al centro del campo e, teoricamente, giostra da trequartista anche se nel tridente dello scudetto gioca spesso più avanzato di Delvecchio. Poi, nel 3-5-2 classico del Capello ter funge da seconda punta, stabilmente alle spalle dell’attaccante di riferimento. L’ultima variazione tattica […] gioca da punta centrale o in parallelo con l’altro attaccante. Soluzione inedita? Chissà. In realtà, Totti gioca alla Totti. Da sempre» (Mimmo Ferretti, “Il Messaggero” 10/11/2002) • «È Roma, è la Roma, e anche un bel pezzo della nazionale. Nessun calciatore è stato tutt’uno con una squadra e una città come lui, nato in via Vetulonia quartiere di porta Metronia, pulcino nella Smit Trastevere, amico dei capitifosi, gente che si chiama Mortadella e Marione, cacciatore di tifose e letterine nella discoteca Goa ai Mercati generali, gran giocatore di bingo e di playstation (gioco preferito le carte, scopa briscola e poker); figlio di una famiglia della piccola borghesia da lui riunita nel villone con piscina a Casalpalocco, periferia Sud, tutti insieme il papà Enzo impiegato di banca la mamma Fiorella casalinga il fratello Riccardo procuratore. E nessun calciatore in tempi recenti è stato così giovane e così importante per gli Azzurri, forse neanche Rivera, grandissimo ma discusso, molto amato e molto odiato, mentre l’unico pericolo per Francesco è di essere sopravvalutato. Già nessuno lo chiama più Pupone. […] Tiene comunque a precisare che “io non c’ho paura de nessuno”. Lo dimostrò all’Europeo, semifinale con l’Olanda, al momento di tirare quei rigori che ci sono costati gli ultimi tre Mondiali. “Mo’ je faccio er cucchiaio”, anticipò ai compagni. E quelli: ma va là! pensa a segnare! Fece il cucchiaio, fece anche vacillare Zoff poi finito da Berlusconi, ma segnò. Un gesto di immaturità. Oppure di maturità precoce e straordinaria. Qualcosa che ricorda le mosse bizzarre e geniali di un Celentano, che gli valsero la definizione di Bocca, “un cretino di talento”. Totti ha certo talento, e un modo molto romano e niente affatto cretino di esprimerlo, immediato, sapido, conciso, che gli consente di sdrammatizzare le cose senza banalizzarle. Ti sei accorto di essere in Giappone, Francesco? “Come no. Dalle facce”. […] Altri con il suo curriculum sarebbero diventati infrequentabili: a 13 anni il primo Mondiale giovanile; a 16 l’esordio in A, come appunto il golden boy Rivera; a 21 è il più giovane capitano della storia della Roma; a 22 la prima volta in nazionale; poi la consacrazione dell’Europeo, lo scudetto, il gladiatore tatuato sul bicipite destro (anche per ragioni pubblicitarie: scarpe, auto, una banca, e pure una marca di calzini). Cosa diventeremmo se vedessimo la nostra faccia in tutte le fermate del metrò di Tokyo? Lui l’ha vista ed è rimasto simpatico e disponibile […] Come ogni storia italiana di successo, è consacrata da un imitatore - Massimo Giuliani in “Convenscion”, dalle macchine - una Ferrari, una Lamborghini, un fuoristrada, più altre in prova - e dalle donne. A lui non piacciono allusive, pallide, angelicate: le preferisce di una bellezza solare ed esplicita, insomma bbone: Maria Mazza la valletta di “Domenica In”, fidanzata storica; Samantha De Grenet, storia passeggera, divisa con Pippetto Inzaghi; Ilary» (Aldo Cazzullo, “La Stampa” 3/6/2002) • «Qual è il suo posto nella top list dei grandi numeri 10 del dopoguerra? Dice Ferruccio Valcareggi, il più vecchio dei ct, con un’età sufficiente ad avere visto tutti dal ’40 in poi. “Il più grande di tutti resta Valentino Mazzola. Ma dietro a pari merito metterei Rivera, Sandro Mazzola e accanto a loro Totti”. Il guaio è che di Totti c’è già una videocassetta biografica sui suoi primi anni di vita, anche quando si aggiusta la fettuccia bianca per i capelli: di Valentino e del suo Grande Torino ci sono rari filmati, e nessuno mentre il capitano compiva il mitico gesto di arrotolarsi la maglia granata sopra il gomito. […] Dice Sandro Mazzola, che dal padre non ereditò lo stile ma la capacità comunque di essere grande sul campo. “La classifica di Valcareggi mi sembra saggia. Totti è una via di mezzo: ha la mia rapidità e il tiro, ha l’invenzione e il passaggio di Rivera. Ma i grandi sono pezzi unici: e anche le disquisizioni sui ruoli sono abbastanza inutili”. Però delle differenze bene o male ci sono: e sui ruoli ci si sono giocate le carriere. Questa l’analisi del vecchio ct. “Totti non è né centravanti né mezzala. Ha velocità, piedi, testa, scatti improvvisi sulla destra e sulla sinistra. È semplicemente un grande giocatore”. […] Ma, se come dice Rivera, fare paragoni è già diminuirne il valore, allora forse bisogna guardare fuori dall’Italia: Platini, Cruyff... “Eppure se somiglia a qualcuno è proprio a Cruyff - dice Valcareggi - Gli è vicino per carattere e per gioco. Per la forza fisica, per la buona corsa, per come si fa largo con i gomiti in mezzo all’area”» (Corrado Sannucci, “la Repubblica” 26/10/2001) • «Quello che tirando il rigore fece il cucchiaio agli Europei del Duemila. Do you remember? Sì, era bella quella sfrontatezza. C’era dentro futuro. E l’orgoglio della differenza. [...] Doveva fare il condottiero, fa il guappo; doveva affermarsi, è sparito; doveva contare, viene contato. [...] è diventato un peso: per la squadra, per i compagni, per la sua giusta ambizione. [...] in tutto ha vinto uno scudetto. Troppo poco. All’estero nessuno lo prende in considerazione, tra i primi 20 nomi del Pallone d’oro il suo non c’è mai stato. Eppure Totti meriterebbe di stare in classifica. Anzi all’estero con nemmeno tanto sottile razzismo viene definito dalla stampa anglosassone “serial offender”, uno che ricasca sempre nello stesso vizio. Espulso dall’incapace arbitro Moreno ai Mondiali del Duemila in Giappione, cacciato per lo sputo alla prima partita degli Europei in Portogallo nel 2004, squalificato per un sinistro da pugile in [...] campionato. [...] Qualcosa si è inceppato, e non dipende dai torti e dalla provocazioni di chi vuole umiliare il suo talento. [...] Roma è il suo popolo, lui la capisce, lui la eccita, lui ci si diverte. Ed è come Baggio a Firenze, dove non c’era buonanotte se non erano in due a cantarsi la ninna nanna. [...] Non si tratta di discutere se Totti ha talento, potenza, sensibilità, simpatia. Ce l’ha. E nemmeno di trattare sulla sua fama a Roma. [...] Totti e Roma si sono giustificati, coccolati, fagocitati. Come certi amori che più funzionano e più alla fine ti annientano, perché ognuno alla fine si permette troppo. [...]» (Emanuela Audisio, “la Repubblica” 24/4/2005).

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Domenica 17 giugno 2001
Terzo scudetto della Roma
• Battendo 3-1 in casa il Parma con gol di Totti (19’), Montella (39’) e Batistuta (78’), la Roma conquista il suo terzo scudetto dopo quelli del ’42 e ’83: la Juventus, vittoriosa 2-1 in casa dell’Atalanta (Trezeguet, Tacchinardi), finisce il campionato staccata di 2 punti (75-73). Questa la formazione schierata dal tecnico Fabio Capello per la sfida decisiva: Antonioli, Zebina (65’ Mangone), Samuel, Zago, Cafu, Tommasi, Émerson, Candela Totti, Batistuta (80’ Delvecchio), Montella (80’ Nakata).

Domenica 27 maggio 2007
Totti capocannoniere
• Autore di una doppietta nella sfida vinta 4-3 all’Olimpico dalla Roma col Messina, Francesco Totti vince il titolo di capocannoniere del campionato, 26 gol contro i 20 di Cristiano Lucarelli (Livorno).

Domenica 17 giugno 2007
Totti vince la Scarpa d’Oro
• Fuoricausa per un infortunio l’olandese Ruud Van Nistelrooy, bomber del Real Madrid che avrebbe ancora potuto sorpassarlo con una doppietta, Francesco Totti vince la Scarpa d’Oro, riconoscimento assegnato dalla Esm (European Sports Magazines, ne fa parte anche “La Gazzetta dello Sport”) al miglior cannoniere europeo (le reti segnate vengono moltiplicate per il coefficiente di difficoltà del campionato: 2 per le prime 8 nazioni del ranking Uefa, 1,5 per quelle dal 9° al 21°, 1 per le altre).

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FRANCESCA FERRAZZA, la Repubblica 21/7/2010
"DOPO IL CASO BALOTELLI HO PENSATO DI SMETTERE" - Ne ha per tutti, Francesco Totti, alla vigilia della 19esima stagione in serie A con la Roma. E avrebbe potuto fermarsi a 18, rivela: «C´è stato un momento in cui ho pensato di smettere, dopo quello che è successo con Balotelli (fu espulso nella finale di Coppa Italia dopo aver rifilato un calcione all´interista ndr), ma soprattutto per lo strascico che ne è seguito. Poi le persone che mi sono vicine mi hanno aiutato a cambiare idea. Ormai sono forte e resisto a tutto, anche se ancora non ho capito perché sto tanto antipatico a qualcuno».
Ha più parlato con Balotelli?
«Non ho più avuto modo. Gli ho chiesto scusa pubblicamente e sul palco della premiazione gli ho stretto la mano, ma qualcuno non se n´è accorto. Mi sono innervosito quando ha toccato il popolo romano: passino gli insulti personali, quello no. Io non gli ho mai rivolto frasi razziste».
Le è dispiaciuto non andare al Mondiale?
«Avevo dato la mia disponibilità, poi Lippi ha fatto scelte diverse. Se mi chiamasse Prandelli? Lo saluterei e basta. Gli faccio un in bocca al lupo perché un grande allenatore, ma alla nazionale direi di no: se ero vecchio l´anno scorso figuriamoci adesso».
Ha visto la nazionale?
«No. Ero quasi sempre fuori e non sono riuscito a vedere le partite, ma non pensavo che uscisse al primo turno, nessuno se lo sarebbe mai aspettato . Tanti non erano in condizione ottimale. Se anche ci fossi stato io sarebbe stato uguale, però forse avrebbero saputo con chi prendersela»
Il calcio italiano è in crisi?
«Non penso, abbiamo vinto la Champions, anche se nell´Inter non c´era nessun italiano... Vabbè diciamo che c´erano Balotelli e Thiago Motta, quelli che dovrebbero andare in nazionale l´anno prossimo».
 favorevole agli oriundi in azzurro?
«No, da italiano vorrei vedere una squadra solo di italiani».
Dalla Juventus di calciopoli all´Inter cosa è cambiato?
«Niente. Sono d´accordo con chi dice che ci hanno rubato due scudetti, anche se effettivamente l´ultimo l´abbiamo perso anche noi. Ci è mancato il secondo tempo con la Sampdoria e poi qualche fischio arbitrale, ma quello manca sempre».
Quindi vorrebbe la moviola in campo?
«Certo, la tecnologia lo farebbe diventare un altro campionato: forse è per questo che non la mettono».
Mancherà Mourinho al campionato?
«No. Conta la squadra e l´Inter è sempre quella da battere».
Cosa pensa della tessera del tifoso?
«Ognuno la pensa come vuole. Rispetto le parole di De Rossi (si espresse contro dicendo che ci sarebbe voluta anche la tessera del poliziotto ndr): è quello che pensano tutti anche se nessuno lo dice. Lo attaccano perché anche lui è romano».
Cambio di proprietà nella Roma: vorrebbe un romano o davvero uno sceicco?
«Un presidente romanista sarebbe gratificante, ma se arrivasse uno sceicco con 200 milioni sarebbero tutti contenti».
Che stagione sarà?
«Con Adriano ci siamo rinforzati, lui fa vincere le partite da solo. Io mi sento 25 anni e le voglio giocare tutte».

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Massimo Cecchini, La Gazzetta dello Sport 28/3/2013
INTERVISTA A FRANCESCO TOTTI–
La leggenda aurea racconta come il giorno precedente avesse giocato il primo tempo con la Primavera contro l’Ascoli segnando due gol. Poi doccia rapida e partenza per Brescia, da aggregato alla prima squadra. D’altronde, a 16 anni, difficile pretendere di più. Invece il 28 marzo 1993, grazie a un esordio imprevisto, la storia di Francesco Totti cambiò all’improvviso. E così quella del calcio italiano.
Totti, sono passati in fretta questi 20 anni?
«Sono volati, perché ho fatto tutto con passione. Quel sabato andò proprio così e la domenica non pensavo di entrare. Tant’è vero che quando Boskov si voltò per chiamarmi, pensavo parlasse a Muzzi. Fu lui a dirmi: "Guarda che vuole te"».
Se avesse giocato sempre centravanti, quanti gol avrebbe già segnato?
«Almeno 300: avrei già superato Piola. Adesso spero di non avere problemi fisici e continuare così. Anche se fra un anno mi scade il contratto».
Lei vuole giocare fino a 40 anni. Il rinnovo, intanto annuale o biennale, sarà una formalità.
«Lo spero, la prossima settimana arriverà il presidente Pallotta a Roma e ne parleremo direttamente. Comunque mi fa piacere che la società mi stia mostrando fiducia».
Rivera, Maldini, Riva, Mazzola, Antognoni, Del Piero. Spesso da noi a fine carriera le bandiere vengono messe da parte.
«Rimangono solo le aste... Scherzi a parte, non è giusto che gente che ha dato tanto venga accantonata. Spero di essere l’eccezione alla regola».
Quale italiano del calcio che ha visto, ritiene più forte di lei in una graduatoria immaginaria?
«Nessuno, perché i numeri parlano chiaro».
Quale giocatore le ha mai fatto pensare: «Non riuscirò mai a fare quello che fa lui»? E quali sono invece i più forti che ha avuto da avversario e da compagno di squadra?
«Nel primo caso, solo uno: Messi. Il più forte avversario dico Ronaldo. Come compagni scelgo Batistuta e, come feeling in campo, Cassano».
Buffon ha scelto Conte come migliore allenatore che ha avuto, lei su chi punta?
«Lippi. Il carisma che trasmetteva lui nessuno lo aveva. Anche Capello però è stato un grande, così come Spalletti. Ancora ci sentiamo. Peccato che ancora mi dica che sono stato io a mandarlo via dalla Roma, invece era lui che voleva lo Zenit...».
Con quale allenatore le piacerebbe lavorare?
«Mourinho».
Intanto a Trigoria avete allevato ottimi tecnici: da Montella e Stramaccioni. Le piacerebbe riaverli qui, magari quando farà il dirigente?
«Può darsi che faccia in tempo ad averli anche come giocatore. Nel calcio tutto è possibile. Con loro ho un rapporto ottimo. Vincenzo, poi, lo frequento perché le nostre mogli sono amiche».
Aurelio Andreazzoli però sta facendo bene: obiettivo Champions possibile?
«Non dipende da noi. Ci proviamo, ma bisogna essere realisti: il traguardo è l’Europa League. Una squadra come la Roma, comunque, non può stare lontano dall’Europa. Con Andreazzoli le cose stanno andando bene. È uno che conosce Trigoria dalla A alla Z. E se arrivano vittorie su vittorie, ha ragione su tutti i fronti. Il prossimo anno, però, dobbiamo lottare per i primi due-tre posti».
Alcuni suoi compagni hanno accolto l’addio di Zeman come una liberazione: può essere che non riuscisse a farsi capire?
«Pregi e difetti ce l’hanno tutti, e alla fine quando le cose non vanno, si sa che paga l’allenatore. Ma se ognuno di noi avesse dato il 100% le cose sarebbero andate diversamente».
Come se lei nel 1997 fosse stato ceduto alla Sampdoria, come voleva Carlos Bianchi.
«Sì, lui non sopportava i romani. Andando a Genova non sarei più tornato e adesso sarei lontano. Anche anni dopo, prima del penultimo rinnovo, avevo deciso di andare al Real Madrid. Poi il contratto e questioni di vita privata mi hanno spinto a restare qui. E non mi sono mai pentito».
Quando avrebbe meritato il Pallone d’oro?
«Nel 2000: se avessimo vinto l’Europeo avrei dovuto ottenerlo, anche perché avevo iniziato la stagione dello scudetto».
Pensa ancora che in quella manifestazione lei non giocò da titolare la semifinale contro l’Olanda per pressione di qualche sponsor?
«Così dicono tutti. Fino a quel momento avevo disputato un grande Europeo e avevo fatto gol importanti: non c’era motivo per cui stessi fuori».
Abete ha fatto l’Italia ideale della sua gestione. Ci dica se resta fuori qualche intoccabile: Buffon; Bergomi, Scirea, Cannavaro, Maldini; Conti, Pirlo, Tardelli; Totti; Rossi, Del Piero.
«Io sto dentro e mi piace così. Con questa squadra avremmo vinto due Mondiali».
A proposito, prima di smettere preferirebbe vincere un altro scudetto o un altro Mondiale?
«Tutti e due no? Intanto dico scudetto, poi ho un mese prima del Mondiale, così ci posso pensare».
Scherzi a parte, i suoi dubbi azzurri sono legati a come risponderà dopo il suo fisico, all’accoglienza del gruppo o al fatto che, se le cose andassero male, lei farebbe da capro espiatorio?
«L’ultima cosa che ha detto. So che un Mondiale è il massimo, soprattutto in Brasile dove il calcio è tutto. Ma se le cose invece andassero male, saprebbero con chi prendersela. Direbbero: "Hanno portato un vecchio, uno che ha rovinato il gruppo". Vorrei sentire tutte queste persone che sono salite sul carro, quando sbaglierò qualche gara il prossimo anno. Ricominceranno a dire: "Basta, non si sopporta più". Ora sono tutti bravi a parlare»
Che farà l’Italia al Mondiale senza di lei?
«Quello che ha fatto all’Europeo. Anzi, speriamo che vinca. Con me invece perde... Meglio, sarebbe un punto interrogativo. Ma il gruppo è valido e Prandelli è bravissimo, li mette bene in campo».
Balotelli è un già un fenomeno?
«Diciamo che può diventare un fenomeno, ma dipende dalla testa che avrà, dai comportamenti. Ciò che fai esternamente lo trasmetti in campo».
Eppure certi accanimenti dei media su Mario ci ricordano quelli su di lei quando era giovane.
«Certo, a me dicevano che ero romano, coatto, che non volevo allenarmi, ma lui se le cerca, io no. Sono stato sempre un tipo tranquillo».
Nel 2001 vinse lo scudetto, avrebbe mai immaginato che 12 anni dopo sarebbe rimasto l’unico finora?
«No, avevamo uno squadrone, un bel gruppo e un grande allenatore. Ne avremmo potuti vincere almeno 2-3. Assomigliavamo all’Inter che ne ha vinti 4 di fila. Un paio li abbiamo buttati, ma penso che anche Calciopoli abbia avuto il suo peso».
Sul piano dei risultati, si aspettava di più dalla Roma americana? Forse avere un presidente lontano è un problema.
«Non credo. Se i risultati non sono arrivati non dipende dalla società, ma dai giocatori. Loro hanno fatto una grande squadra».
Ha trovato un Baldini diverso rispetto al 2005?
«Sì, è pigro».
Che cosa ha pensato della vicenda sceicco?
«Solo a Roma poteva succedere un fatto del genere»
Si aspettava De Rossi così criticato dai tifosi?
«Sì, è successo anche a me. I tifosi dai romani pretendono sempre di più rispetto agli altri. Spero che resti, però nel calcio può succedere di tutto».
Esclusi Messi e Cristiano Ronaldo, quale giocatore vorrebbe alla Roma?
«Xavi»
Arriva il derby: quale laziale ha più patito e più goduto a battere?
«Nesta, perché era forte e un amico. Ma sportivamente parlando, tutti i laziali mi sono antipatici».
Le devo chiedere il pronostico.
«Non posso farlo, perché non è più come una volta, purtroppo, anche perché appena parli, se la prendono subito come se fosse chissà che. Forse qualcuno non capisce le battute».
Voltiamo pagina: è più forte il ricordo dell’emozione del primo gol in Serie A o del primo bacio?
«Al primo bacio sei giovane. Lo dai perché vedi gli altri che baciano, non è che trasmetti passione o amore. Non sei manco capace a darlo. Il gol invece lo hai sempre sognato, io preferisco il gol. E poi il bacio avevo 12, no, 10 anni. A quell’età non capisci niente».
A dieci anni il primo bacio?
«Be’, a 12 ho fatto l’amore per la prima volta. A Tropea, con una ragazza romana che aveva 17 anni».
Restiamo sul sesso, in passato lei raccontò che le era capitato di «andare a mignotte». Visto che questo pare succeda anche alle star hollywoodiane, ci si chiede perché. Potreste avere quasi chiunque. È un modo per circoscrivere l’evento e non rischiare conseguenze?
«Rischi se ne corrono sempre. Fosse per me, riaprirei anche le case chiuse, almeno ci sarebbe la certezza dell’igiene».
Allora chi ha ragione: Prandelli che dice che siete pronti all’outing dei giocatori gay oppure Di Natale, ad esempio, che risponde di no?
«Guardi, io gay qui non ne ho mai conosciuti, ma credo che non sia pronto né il calcio e neppure l’Italia in generale. È triste forse, ma è così».
Meglio passare alla politica: ha visto Grillo?
«Sì, ma io di queste cose non mi interesso. Non sono neppure andato a votare».
Almeno ci dira se Malagò, nuovo presidente del Coni, le sembra il Grillo dello sport.
«Quello sì. È nuovo, è bravo, farà benissimo».
Occhio che lo sport significa anche calcio scommesse. Doni poi ha raccontato che, a fine stagione, sono tante le gare con risultati noti.
«Non confondiamo le due cose. Un conto è vendere le partite, un’altra è darsi una mano. Sono cose che non devono succedere, occorre cambiare, ma in Italia non è facile».
Pentito di aver fatto da testimonial del poker on line, visto che tanti si rovinano giocando?
«C’è chi lo fa con la droga, chi con la birra. Quella è solo gente debole».
Lei ha fama di appassionato di carte e di giochi in generale: sposa la linea di Buffon che, restando nel lecito, ognuno fa quello che vuole?
«Certo, ci mancherebbe. Coi soldi miei faccio quello che voglio».
La salutiamo con un pensiero sui figli. Sarebbe contento se Chanel sposasse un calciatore?
«Perché no? L’importante è che nessuno le manchi mai di rispetto».
Cristian invece gioca già a calcio. Possibile pensare a una dinastia in stile Mazzola o Maldini?
«Se si dimostrerà bravo sarò contento, ma spero di no. Avere il cognome Totti sarà un’ossessione. Mi auguro faccia il tennista, così quando smetterò di giocare userò il tempo facendogli da manager».

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2/10/2014
TOTTI EROE SENZA TEMPO CONQUISTA GLI INGLESI - LUCA VALDISERRI, CORRIERE DELLA SERA -
È simbolico che proprio a Manchester, anche se dall’altra parte della città, Francesco Totti abbia portato via a Ryan Giggs il record di marcatore «meno giovane» in una partita di Champions League. Dire più vecchio sarebbe, più che una mancanza di rispetto, una descrizione non veritiera della realtà. I nomi del capitano della Roma e dell’ex ala del Manchester United sono spesso accostati quando si parla di carriere infinite. Con una grande differenza: a 38 anni Francesco Totti si permette di giocare quasi sempre da titolare e incidere sulle partite, Giggs alla stessa età era una meravigliosa riserva. Su Totti si sono spese molte parole, spesso dettate da sentimenti di amore o odio che prescindevano dall’analisi dei fatti. Non si può dire che sia il più grande calciatore di tutti i tempi, ma nessuno a 38 anni è mai stato decisivo come il numero 10 giallorosso. Almeno se parliamo di calcio «televisivo», visibile a tutti e non tramandato dal racconto come per Piola o Puskas, che segnò in Coppa Campioni a 38 anni e 150 giorni. Poiché a Roma il derby dura 365 giorni all’anno a cavalcare il gol di Puskas sono gli anti Totti della tifoseria laziale. La realtà è che la Uefa è stata chiara nell’attribuire a Totti il record della Champions League — molto diversa dalla vecchia Coppa dei Campioni — e carina nel dedicare sul suo sito uno speciale sui gol più belli del numero 10 romanista in Europa.
Totti non aveva mai segnato in Inghilterra e, per farsi perdonare l’attesa, ha messo nella porta di Hart uno dei più bei gol della sua carriera: il tiro al volo di Samp-Roma che strappò l’applauso anche allo sportivo pubblico blucerchiato; il «cucchiaio» inflitto a Van Der Sar; i pallonetti da fuori area a Peruzzi nel derby del 5-1 e a Julio Cesar in una vittoria 3-2 a San Siro. La partita di Totti non è stata soltanto il gol: ha giocato una gara di qualità, vicina al 70% di passaggi riusciti (68,6%). Percentuale che deve tenere conto del grado di difficoltà dei passaggi stessi, quasi sempre in profondità per smarcare un compagno. Totti ha anche subito 4 falli, il romanista più colpito dalla difesa dei Citizens.
Celebrato dalla stampa inglese, chiamato al telefono dal premier Renzi («Non me lo aspettavo, ma sono contento»), osannato su Twitter da Rio Ferdinand, Totti deve la sua giovinezza calcistica, principalmente, a tre fattori: 1) una professionalità nei comportamenti che non sempre gli è stata riconosciuta; 2) la modernità del suo calcio da «falso nueve» ancor prima che questa definizione fosse stata inventata; 3) la luna di miele con Rudi Garcia.
Domenica, se il compagno del Mondiale 2006 avrà recuperato, c’è la sfida con Andrea Pirlo. Calcio del presente, non del passato. Calcio senza tempo.
Luca Valdiserri

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NON PIU’ SOLO RE DI ROMA - GIULIA ZONCA, LA STAMPA -
A 38 anni deve essere esaltante scoprire che puoi stupire ancora e non si tratta solo di un gol leggendario all’età della pensione calcistica ma di una vera e propria apoteosi. Il mondo ha scoperto Totti e sembra pazzesco che sia successo solo ora. Eppure per certi versi è così.
Fino a martedì per gli inglesi lo stile italiano era Pirlo, «The Maestro». L’uomo che accarezza il pallone, che non parla, che posa nella vigna di famiglia e che, con barba lunga e occhiali scuri, si trasforma in icona «cool» tanto da rivaleggiare con David Beckham. Francesco Totti era più o meno considerato «quello che si ostina a giocare per la Roma», il fenomeno che non ha mai voluto cambiare maglia e dimensione, uno che è stato bravo e ha persino vinto un Mondiale per poi rimanere semplicemente in circolazione, a Roma, in casa sua.
Insomma il Pupone valutato come una gloria in campo, così poco temuto da ispirare tweet irriverenti. «Benvenuti a Manchester, Totti non ha mai segnato in Inghilterra, vero?». Lui si è fatto caricare dalla frecciata, il City si è fatto travolgere dalla sua classe e lo scambio è continuato. Il City augura un buon rientro, la Roma ringrazia e fa il verso: «Vi aspettiamo a dicembre, non avete mai segnato in Italia, vero?». E dall’altra parte cercano di uscirne al meglio: «No, ma come ben sapete c’è sempre una prima volta». Fine dell’umorismo diplomatico e inizio di un nuovo mito per la Gran Bretagna: l’eterno Totti.
Alla sua età Henry, Raul e Shevchenko sono lontani dalla Champions e lui resta l’uomo da battere. «Vintage», come lo definisce il «Telegraph» e si sa che il vintage autentico è raro e costa carissimo. Per la prima volta la logora domanda: cosa sarebbe diventato Totti lontano da Roma non ha più senso. Magari avrebbe vinto di più se avesse accettato a suo tempo le offerte del Real Madrid, ma non ci sono certezze e l’unico dato sicuro è cosa è diventato Totti restando a Roma: un dio del pallone. Un nome, un marchio, un punto di riferimento, un esempio, un calciatore che riceve la telefonata del presidente del consiglio con i complimenti. E l’omaggio di Renzi non è certo l’unico.
Totti ha retto gli urti delle stagioni in cui il sospetto che fosse diventato ingombrante per la sua squadra era piuttosto fastidioso. Come tutti i giocatori speciali condiziona il sistema che gli gira intorno. Alla Roma non si può prescindere da Totti, però a un niente dal corto circuito il totem ha smesso di essere un problema: la fase dei dubbi è passata e a Garcia resta da gestire un talento smisurato a cui (quasi incredibilmente) non si abbina un ego senza confini. Totti è riverito, in campo e fuori, ma sa dosare ambizioni e presenze. Merito anche dell’allenatore che ha mescolato l’ultima generazione all’esperienza di chi altrove era già considerato ex. La Roma ha rivitalizzato Maicon, sa prendere il meglio da Ashley Cole. Altrove i ripescati sembrano bolliti, tra i giallorossi rinascono. E il fatto che Totti sia proprio lì non è una coincidenza.
È diventato un modello perché ha iniziato a 16 anni e non è logoro, ha debuttato quando Destro e Florenzi avevano 2 anni scarsi eppure coabita con loro, ha cambiato ruolo e ha preso il meglio da ogni spostamento. Ala con Zeman, falso 9 con Spalletti, playmaker con Capello e genio con Garcia. Se fosse andato via da Roma si sarebbe fermato prima. Magari con qualche trofeo in più ma senza il gol che ha segnato a 38 anni, 3 giorni e un nuovo status: King Totti. Non solo re di Roma.

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TOTTI, COME ME NESSUNO MAI - UGO TRANI, IL MESSAGGERO -
Semplicemente Hero. Nella notte dolce di Manchester è stampato il titolo di giornale e la felicità di Totti in primo piano. L’eroe con il ciuccio, esultanza dedicata già nel 2005 al primogenito Cristian, oggi 9 anni e pulcino giallorosso. Francesco è appena diventato il meno giovane dei bomber di Champions, trofeo che si chiama così dal ’92, in gol all’Etihad stadium a 38 anni e 3 giorni. In assoluto c’è da battere Ferenc Puskás che, in Coppa dei Campioni, fece centro contro il Feyenoord a 38 anni, 5 mesi e 20 giorni. E, a fine stagione, alzò il trofeo con il Real (1966). Soffiato il primato a Giggs, 37 anni e 289 giorni, il capitano della Roma, per superare anche l’ungherese, dovrebbe arrivare ai quarti. Lì si è fermato due volte, con Spalletti in panchina, nel 2007 e nel 2008. Sempre a Manchester, ma all’Old Trafford. Il teatro dei sogni. Anche i suoi. «In Champions ci sto alla grande. Ho poco tempo, però, per vincerla...» ricorda spesso in pubblico.
CIFRA TONDA
«Io a certe cose nemmeno faccio caso». Totti si riferisce al primo gol inglese che è anche il numero 300 da professionista (291 reti giallorosse e 9 azzurre con la nazionale maggiore). Ne ha fatti di più. Anche di più importanti. Questo lo è per il futuro. Della Roma e suo. Serve alla squadra di Garcia per avvicinarsi agli ottavi e a lui per allungare, se è possibile, la carriera. Non bluffa quando dice: «Ai primati non ho mai pensato. Io vado avanti, finché mi sento così bene. E non ho intenzione di fermarmi. Non conta l’età, non c’entrano niente i trentotto anni». Recordman inimitabile. «Come me nessuno mai». Si diverte solo a pensarlo.
PAZZA IDEA
«Mi ha sorpreso la telefonata di Renzi: è motivo d’orgoglio per me e per tutto lo sport italiano». Ieri ha incassato i complimenti del premier. «Fenomeno» ha continuato invece a ripetere, in queste ore e da martedì sera, James Pallotta. Davanti agli amici e ai collaboratori. E ai tifosi per le vie del centro. Anche al suo capitano, festeggiato a Fiumicino prima di tornare a casa dai suoi bimbi. Il presidente lo ha aspettato fuori dello spogliatoio dell’Etihad. Per la richiesta da bambino, la più spontanea che ci sia. Perché Mr Jim vuole la maglia di Francesco. Quella che mostrerà raggiante, nella foto scattata nella pancia dello stadio del City. Mostrata con orgoglio al pianeta, grazie ai social network. Girata di spalle, con quel 10 che fa la storia. Totti, invece, non chiede niente. Ma sa bene che cosa ha in mente The President. Lo vuole in campo nel nuovo stadio. Protagonista e non spettatore, per dirla alla Garcia che questo pretende dalla Roma in Europa. L’intenzione di Pallotta è di prolungarli il contratto oltre la scadenza del 2016, di superare i 40 anni. Almeno una stagione in più. Per superare Costacurta in Champions: l’ex difensore milanista, esclusi i portieri (Ballotta e Schwarzer), è il più longevo (40 anni e 213 giorni).
CAMBIO DI ROTTA
Francesco è sempre stato al centro della Roma. Anche se Baldini, l’ex dg giallorosso, provò a detottizzarla. Lo definì pigro proprio dall’Inghilterra nell’estate 2011 e prima di ripresentarsi a Trigoria da punto di riferimento nella nuova proprietà. Gli chiese addirittura di liberare l’ufficio al primo piano e sopra gli spogliatoi. Il capitano non fece un piega. Gli indicò la campagna, oltre il muro di cinta e vicino alla scuola davanti al secondo cancello del centro sportivo. Chiusa la stanza, aperto il museo. Più che una minaccia, un’iniziativa. Che non è andata a buon fine perché Baldini è finito prima del capitano. Almeno per la Roma. E chissà che cosa avrà provato l’attuale manager del Tottenham a vedere quello scatto in contropiede. Non dal palco dell’Etihad. Magari annoiato sul divano della sua casa londinese.
MAGRO PIÙ CHE PIGRO
Proprio dall’estate 2011, quindi poco più di tre anni fa, Totti ha cominciato a darsi una regolata. Dieta quasi ferrea per scendere dagli 86 chili scarsi al peso forma attuale che di 82,6. Difficilmente arriva a 83, forse quando gli scappano due cucchiaiate sul tiramisù che resta il dolce preferito. «Per lo scudetto rinuncio a un anno di gelato» ha detto a inizio stagione. Intanto si è tolto la pasta e il pane, anche la pizza che gli piace tantissimo. Pollo, pesce, frutta e verdura. E orari da papà: a letto presto la sera e il primo ad alzarsi al mattino. Cristian e Chanel salgono sul bus per andare a scuola, lui li bacia se ne va a Trigoria. Arriva alle 8 e 30, anche quando l’allenamento è alle 11. Almeno due-tre volte a settimana si affida alla macchina isocinetica. Lavora sulla forza, sul potenziamento muscolare. Per prevenire gli infortuni. E mettere in sicurezza il ginocchio destro operato nel 2008 e la caviglia sinistra inchiodata da 13 viti nel 2006. Nella sua villa tra la Colombo e Castel di Decima si diverte con il paddle. Invita gli amici per testarli sul nuovo campo. Lì usa la pala e non il cucchiaio. Per usarlo si ispirò a Voeller, lo provò alla playstation, nel 2000 ad Anversa e sfidando l’amico laziale Nesta, prima di farlo a van der Saar. Hart si è spaventato al solo pensiero di quel colpo da sotto. E’ scivolato. E il cucchiaio gli è andato di traverso.
Ugo Trani

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IN CAMPO A 41 ANNI? LA ROMA CI PENSA - MASSIMO CECCHINI, LA GAZZETTA DELLO SPORT -
La processione laica comincia fuori dal «finger» che conduce all’aerostazione di Fiumicino per terminare solo sotto al pullman. Applausi, foto, «selfie» acrobatici, preghiere accorate di scudetto o – perché no? – di Champions League. Francesco Totti, ormai, è una sorta di Madonna pellegrina dei nostri anni di cuoio. Una divinità profana che, sull’altare dell’Etihad di Manchester, ha trovato nuovi adoratori dopo il gol che ha fatto scatenare i giornali inglesi. «Italian legend», «Italian Maestro», «Vintage Totti» e via giochi di parole tesi a celebrare la prima rete segnata in terra inglese dal capitano della Roma. Un vuoto in carriera su cui il City, in un tweet, prepartita aveva ironizzato. «Non l’avevo letto, ma mi ha portato fortuna», ha detto il leader giallorosso, prima della celebrazione video dell’Uefa e addirittura dei complimenti del Premier Matteo Renzi, che lo ha chiamato da Palazzo Chigi. «Mi ha sorpreso e reso felice — ha commentato il capitano romanista —. Una chiamata del presidente è motivo d’orgoglio».

Trecento gol Ormai i primati battuti da Totti sono così tanti che un articolo risulterebbe solo un arido elenco di dati. Quelli a cui tiene di più sono senz’altro lo scettro di presenze e dei gol nell’attuale Serie A (564 caps e 235 gol), inseguendo record-man assoluti come Maldini (il primo) e Piola (il secondo), senza contare che tra Roma e Nazionale A, in gare ufficiali, è arrivato ora a 300 reti. Ma per carattere il capitano della Roma non si volta indietro e così qualcosa comincia già a bollire in pentola. Tutto questo perché il presidente è uomo che sa coniugare cuore e business e ha già capito come marketing e merchandising giallorossi, numeri alla mano, continui a ruotare attorno al numero 10. E allora sull’asse Boston-Trigoria sta prendendo corpo un’idea: Francesco ha un contratto fino al giugno 2016 (cioè alle soglie dei 40 anni), ma se il fisico lo sorreggerà, perché non prolungare il suo contratto per una-due stagioni? Così facendo si coniugherebbero almeno tre desideri: consentire al capitano di battere il primato di Costacurta che – portieri esclusi – è finora il più «vecchio» calciatore impiegato (nonché goleador) nel nostro campionato (41 anni e 25 giorni); far giocare a Totti almeno una partita nel nuovo stadio, che dovrebbe essere pronto nel 2017; regalare alle casse societarie ancora anni di introiti tottiani, visto che voci ufficiose dicono che la maglia numero dieci venda come le altre messe insieme. Come dire – tra alimentazione studiata (da due estati si prepara alla stagione in una clinica dietologica di Merano) e lavoro specifico – il contratto di 6 anni da dirigente (già firmato) può attendere in fondo a un cassetto.

«Sotto con la Juve» E alla luce tutto ciò le parole di Francesco paiono una terrazza con vista sul futuro. «Sono orgoglioso di quello che ho fatto in carriera, ma spero di continuare e non fermarmi. Ho 38 anni, però sinceramente non me li sento». Ed anche gli avversari fanno fatica a vederglieli. «Noi vogliamo passare il girone di Champions – conclude Totti – ma giocando in questa maniera possiamo battere tutti, anche domenica la Juventus». A Torino faranno bene a prenderlo sul serio.
P.S. La maglia che Totti ha indossato contro il City l’ha voluta per sé il presidente Pallotta. Meglio che faccia spazio nella sua sala dei trofei, perché l’impressione è che Francesco gliene regalerà molte altre.

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TISANE, RIPOSO, DIETA: COSIì IL 38ENNE TOTTI RISCRIVE LA CHAMPIONS - MATTEO PINCI, LA REPUBBLICA
Certi regali al mondo non si possono incartare. Sono giocate di prima a occhi chiusi, colpi sotto, lanci, assist, corse, sorrisi, semplicità, coraggio, ostinazione, autoironia. La rete dell’Etihad, la più “vecchia” della Champions League, è un dono a cielo aperto che persino Manchester, metà della quale era stata ridotta da quel gesto di Totti a una “sad city” tetra e preoccupata, non ha potuto fare a meno di apprezzare. Il talento dei grandi è un patrimonio planetario, ce ne accorgiamo negli stadi inglesi, se ne infischia delle frontiere, possiede facoltà rigeneranti, esalta ciò che lo circonda, pubblico, società, cultura, ambiente. Forse addirittura lo migliora. Il protagonista, “the greytest”, come lo hanno definito ieri i tabloid, il fenomeno diversamente giovane, il grigio per età che è rimasto ragazzino nel cuore, che ha scoperto la più inattesa delle adolescenze di testa e forse, perché no, anche di gambe, è quel Peter Pan di 38 anni che ha imparato a gestire l’impossibile desiderio che il tempo non passi, che esista soltanto un eterno, verde presente delimitato da righe bianche: «Lui si sente 28 anni, è una forza della natura», ha detto Garcia. Totti non vuole smettere, non può, non vede perché. Un atleta tecnicamente definito «patologico» (ossia passato in sala operatoria) come si gestisce? Cosa fa per conservarsi? Per essere pronto ad esprimere la massima qualità nell’estremo agonismo della Champions? Come può Totti, un campione di quasi 40 anni, gelare gli impulsi nervosi di Kompany, a effettuare uno scatto di nove appoggi, l’ultimo dei quali leggermente più ampio per togliere il tempo a Hart?
La manutenzione della macchina non è importante: è l’unica cosa che conta. È arte quanto le giocate di Francesco, ieri chiamato da Renzi per i complimenti. «Sono stato sorpreso, orgoglioso e contento». La sua revisione annuale inizia in una clinica di Merano, dove i cucchiai non sono quelli diretti ai portieri ma servono per girare le tisane. La dieta è ferrea (dell’amata Nutella sono rimaste le foto). Una settimana di depurazione, trattamenti, erbe drenanti per smaltire i liquidi in eccesso, massaggi rilassanti. La professionalità diventa l’elemento condizionante dell’intera giornata: chi dorme a Trigoria è spesso svegliato dall’auto di Francesco, la prima ogni mattina a varcare il cancello: colazione al bar del centro sportivo con pane e marmellata, due chiacchiere col barman, il custode, il magazziniere, il portinaio, uno sguardo ai giornali. In allenamento si affida a Vito Scala, il preparatore e l’amico. Al contrario di Zeman, che non gli concedeva sconti, Garcia ha capito che dosarne le forze sarebbe stata la sua forza. Con il francese Totti gioca in media 65 minuti a partita: in 7 occasioni è uscito tra il 72’ e il 77’, in 3 dopo l’80’, 6 volte è entrato partendo dalla panchina. Solo 8 match li ha giocati per intero: usurare la macchina non serve a migliorarne le prestazioni. I tempi di recupero sono cruciali soprattutto per le articolazioni, ossia per quei punti del corpo meno vascolarizzati dove vanno a depositarsi le angosce dello scheletro, l’artrosi, le tendinosi, le infiammazioni, tutto ciò che tende a cronicizzarsi dopo migliaia di minuti passati a esaltare la gente e a prendere botte.
Nel raffinato ragionamento delle cellule di un campione adulto sono quasi più importanti le pause, il silenzio, la notte, di quanto non lo siano le partite, gli allenamenti, la luce del sole. Totti teme l’horror vacui del dopo, di quando smetterà, e più gioca più questa sensazione s’ingrandirà. E non sarà tanto il dispiacere di dover rinunciare alla fascia di capitano o alla musica della Champions: forse gli mancherà di più il rumore secco dei tacchetti degli scarpini sul pavimento degli spogliatoi prima che l’arbitro venga a chiamare la squadra, quel sentirsi pronti ed emozionati sempre allo stesso modo: è la paura di allontanarsi dalla propria anima, dalle sue radici, dalla maglia, da se stesso. Ha vissuto periodi così neri, Francesco, è stato così terribilmente malandato, fra caviglie, schiena e ginocchia, che chissà quante volte si sarà guardato allo specchio e avrà pensato: «E adesso?». Ci vuole carattere e il fanciullino dentro per non chiudere bottega. Dei 38 gol europei, guarda caso, gli sta a cuore quello segnato al volo di sinistro allo Shakthar Donetsk nel 2006. La felicità era una leopardiana assenza di dolore: «Fu il primo di sinistro dopo l’operazione alla caviglia, solo dopo quel gol ebbi la sensazione che la gamba era uscita dal tunnel ». Sono passati otto anni da quell’evento liberatorio. Lui è ancora qui. Tottimo e abbondante.

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NON SOLO PUPONE DE ROMA - JACOPO GRANZOTTO, IL GIORNALE -
Dieci anni di meno. Il pupone, per gli inglesi Maestro, Eternal Totti, Italian Legend, Classy Veteran se la ride pacioso. Col Verona un paio di dribbling, che non sono proprio nel suo dna. Martedì col City il mezzo cucchiaio, appoggi al bacio, nessuna caduta non provocata. Applausi. Aveva visto bene Rudy Garcia: è ringiovanito, cambiato Francesco Totti, Totti Eclipse of the Hart (magnifico gioco di parole su celebre canzone di Bonnie Tyler dei soliti inglesi), a 38 anni sembra essersi sdoganato dall’essere giallorosso e basta. Mondiale a parte (non l’ha mai sentita veramente sua quella coppa) ha finalmente titoloni fuori dal grande raccordo anulare.
Non è mai troppo tardi e l’impresa inglese sembra l’antipasto di una possibile stagione da incorniciare; ora Totti è il bomber più anziano d’Europa. Poi, in caso, si vedrà. E gli inglesi chiedono scusa. Già. Il Daily Telegraph («Totti gamba relativa ma visione di gioco sconfinata») ricorda l’incauto cinguettio del Manchester City, che faceva notare come non avesse mai segnato in Inghilterra, «inopportuno e irrispettoso verso un uomo che a Roma blocca il traffico». Ora per fare meglio di Puskas, e diventare il più anziano marcatore non solo in Champions league, Totti dovrebbe superare gli ottavi di finale e segnare nei quarti in programma ad aprile. E, intanto, Garcia ha annunciato che in dicembre, ritorno con il City, rientreràò Kevin Strootman a dare una mano.
Era proprio destino. Totti, che non era riuscito a festeggiare con un gol i 38 anni contro il Verona, si è rifatto con gli interessi nella città dove visse la più grande amarezza sportiva, Manchester United-Roma 7-1 del 10 aprile 2007. Ricordando soprattutto Giggs. Aveva superato la trentina già allora, Pjanic era minorenne, Florenzi giocava e poco negli Allievi, Rudi Garcia allenava il Digione in Ligue 2: sembra passata una vita. Ma a ben guardare la leggenda italiana non predica nel deserto, piuttosto sembra fare tendenza e non solo per il dito in bocca. Molti dei vecchietti terribili della Champions attuale appartengono, infatti, alla classe ’78: da Frank Lampard a Didier Drogba, tornato quest’anno al Chelsea; da Claudio Pizarro, attaccante del Bayern Monaco, a Gigi Buffon che barcolla ma non molla. Sarà quella musica, sarà che è un palcoscenico secondo solo ai campionati del mondo per importanza, saranno gli stadi pieni, fatto sta che Francesco sembra tornato ragazzino in tempo utile per non perdere il treno, l’ultimo. La Juve non ringrazia. A tre giorni dal big match allo Juventus Stadium per Allegri e i tifosi bianconeri c’è da essere preoccupati. La Roma avrà un giorno in più per preparare il big match e Totti sarà in campo dall’inizio accanto a Gervinho, che in serie A si sente a suo agio. E a poco sembra servire il diplomatico annuncio di Totti alla vigilia della partita («Siamo la seconda forza del campionato. È normale che...».), se proprio una settimana fa aveva dichiarato «colmeremo il gap!». A Trigoria Garcia avrebbe già scommesso una cena fuori porta che i suoi non perderanno testa e partita. Di solito il francese non azzecca solo i cambi.

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«Studiavo, poi sentivo gli amici e il rumore del pallone, così scendevo di corsa in cortile. A volte non mi facevano giocare e io risalivo in casa piangendo. E papà: "Ma che te piangi? Pensa a studia’, che è meglio. Mica vorrai fa’ er calciatore?"» (Francesco Totti).

"Prima mi sono comprato una Golf, era il mio sogno da bambino. Poi la Mercedes SL. Adesso ho una Ferrari. Non l’ho presa perché sono ricco. Mi è sembrata il raggiungimento di una soddisfazione attraverso il mio lavoro. Uno sfizio" (Francesco Totti).

Francesco Totti e la superstizione: «Io nun c’ho riti: dormo e poi gioco».

Francesco Totti, tormentato dai problemi alla schiena, alla vigilia di ogni partita si sottopone ad una seduta di agopuntura con il professor Spadini.

La più grande sofferenza di Francesco Totti: «Non potermi mai concedere un gelato in centro o un giro di acquisti in via Condotti. Ci ho provato una volta, si è bloccato il traffico».

"Tra le belle parole dei miei amici milanisti, l’idea che Berlusconi rinunci a prendermi per non perdere le elezioni e la certezza che i romanisti per me sono pronti a scendere in piazza, mi fa più effetto la terza" (Francesco Totti).

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NEL REGNO DI TOTTI–

Tutto comincia qui, dove adesso c’è una piazza che prima non c’era. Piazza Francesco Totti, re di Roma, non è uno scherzo, non è una goliardia: la targa sembra vera, un turista non avrebbe dubbi. Scende la sera sul quartiere Appio Latino – un padre e un figlio giocano a pallone su un marciapiede di via Gallia. Appena dietro porta Metronia il tratto di Mura Aureliane che si apre all’altezza dell’Amba Aradam i tifosi romanisti hanno deciso di dedicare al Capitano qualcosa di più che un semplice omaggio. Ma dov’è la targa? Chiedo al ragazzo dell’edicola di piazzale Metronio, sorride, dice: «Me l’hanno chiesto in molti, –ma non so di preciso, sono pure laziale». Prendo per via Vetulonia, la strada dove Totti è cresciuto; trovo il grande striscione all’angolo con via Populonia, sul muro della storica pizzeria “Core de Roma”: «Via Vetulonia – Totti mania, a France’ sei come ‘sta città: eterno». La targa piccola c’è; un’altra – mi racconta il gestore – l’hanno rubata. Ma sarà vero? Forse invece queste mura sono semplicemente un’appendice della Curva Sud. Targhe e striscioni si alternano di continuo, le scenografie “murali” diventano una cronaca in diretta e celebrano i cannonieri all’attivo.
Corre voce che sia pronto un altro striscione per il giocatore del momento, ma per scaramanzia apparirà solo se le cose andranno come devono. La piccola storia di piazza Totti si tinge di giallo, ma il punto non è questo: è la forza di un calciatore diventato un autentico monumento vivente, punto di riferimento di un’intera città (a Garbatella sulla facciata di un palazzo fu disegnato il suo volto) e orgoglio di un quartiere in cui non vive più da anni, ma dove tutto è iniziato. Non sembra neanche, tra l’altro, un quartiere tutto giallorosso come Testaccio o la stessa Garbatella: all’edicola vicino a piazza Epiro un capannello di laziali fa gli scongiuri, ironizza, sfugge alle domande. Eppure, girando per queste strade, trovi chi ricorda il ragazzino Francesco, ai tempi in cui mamma Fiorella lo portava a giocare a pallone. Voleva distrarlo dalla malattia dei nonni e lo accompagnava sotto casa, poi come si sa alla Smit di Trastevere e alla Lodigiani. Il catechismo, i compiti, sì, ma da sempre per Francesco c’era soprattutto il pallone. Lasciava la gente del quartiere a bocca aperta, bastava qualche palleggio.
Lo stupore lo circonda già al primo torneo, un’estate a Torvaianica, nel 1981. Ma qui, intorno al civico 18 di via Vetulonia, più che al passato, pensano al presente e al futuro: «La targa – mi dice una ragazza – è giusta e meritata, ma non è una celebrazione al passato, perché la grandezza del Capitano è davanti ai nostri occhi, tutta al presente, è una storia di cui ancora vanno scritti parecchi capitoli».
Tutti, senza dirlo troppo a voce alta, sperano in una grande festa giallorossa e magari in un passaggio del Capitano da queste parti: «Si bloccano le strade le rare volte che si affaccia». Strade che tra l’altro hanno i nomi di città e regioni dell’impero romano. L’impero romanista, invece, che il suo imperatore o ottavo re l’ha incoronato da tempo, ha anche qui le sue legioni – in un quartiere popolare che a inizio Novecento era ancora campagna abitata da pecore. Oggi è diventata una zona centrale e commerciale, fra Tuscolana, Appia e Cristoforo Colombo, a un passo dal centro storico.
Se chiedi come si vive in questo quartiere, qualche lamentela arriva – anche sulle buche prodotte dalle piogge di questi giorni – ma tutto sommato, mi dice una signora su via Licia, è ancora vivibile, i posti di ritrovo sono tanti, ci sono parchi e giardini. Le chiedo del «ragazzo di Porta Metronia»: «E’ un simbolo – dice – se cerchi su internet notizia sul quartiere, Totti è uno dei primi nomi che escono». In effetti, anche sulla versione francese di Wikipedia. Resta che il valore della targa di piazza Francesco Totti è doppio, perché le statistiche sui nomi delle strade raccontano una verità inaspettata e deludente. In una città come Milano, per esempio, solo otto strade su oltre quattromila sono dedicate a personaggi dello sport. E il calcio non fa la parte del leone. Roma, dalla sua, inverte la tendenza, perché ci pensano i tifosi. Non aspetta l’ufficialità e costruisce a modo suo un pantheon cittadino di eroi e supereroe. Del resto, proprio qualche giorno fa, un altro Francesco era finito su un muro intorno a Borgo Pio, in veste di Superman. Foto a non finire, di turisti e non. Il Vaticano aveva apprezzato, rilanciando l’immagine in un tweet. Peccato che qualcuno non abbia visto l’azzardato omaggio di buon occhio, decidendo di rimuoverlo.
Piazza Francesco Totti a Porta Metronia non corre rischi. Anche se sparissero le targhe, per qualche giallo o per qualche sgarbo, questo luogo, prima ancora che sulle mappe stradali, è nei cuori della gente. Da lì, nessuno lo cancella.

Paolo Di Paolo*
* romanziere, finalista del Premio Calvino 2003 e vincitore del Premio Mondello 2011 con “Dove eravate tutti”, Feltrinelli. Finalista del Premio Strega 2013 con “Mandami tanta vita”, Feltrinelli.

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Massimo Cecchini, La Gazzetta dello Sport 16/10/2014
TOTTI: «UN GIORNO ALLENERO’ LA ROMA» -
La città scorre umida e silenziosa intorno noi, ma il viaggio in van verso il centro di Milano, dove lo attende la consegna del Premio Facchetti è confortevole. Di sicuro più del suo viaggio in aereo, rimasto vittima di una turbolenza non banale. Francesco Totti ne sorride. «Abbiamo ballato per un minuto; ho dato pure una capocciata, ma se non ci pensi, la paura passa subito».
Però c’è gente che ormai ha paura anche ad andare allo stadio: ha visto Italia-Croazia?
«No, ormai in tv non guardo più le partite. Dopo tanti anni ne ho abbastanza di vedere calcio in tv. Ma ho saputo quello che è successo, anche i miei figli a volte hanno paura ad andare allo stadio: bisogna riportare le famiglie».
A proposito di Nazionale, ha visto come Balotelli in 5 mesi è passato da uomo simbolo della Nazionale a essere uno qualsiasi?
«Capita. Le cose cambiano in fretta. Ogni allenatore ha le sue idee e giudica quello che accade in campo e fuori».
Avrebbe un consiglio da dargli?
«No, non serve. Glielo hanno dato tutti, ma non ascolta nessuno».
Avesse la sua voglia di calcio... Nell’ultima partita lei si è persino arrabbiato con Garcia per la sostituzione.
«E’ stato un episodio istintivo. La partita dopo ero fuori per squalifica, il Torino non giocava più, sentivo odore di gol e così ci sono rimasto un po’ male. Sono cose che capitano, però finiscono lì. Nello spogliatoio ci siamo chiariti subito».
Sembra che abbia più voglia di segnare adesso di quando ha cominciato a giocare.
«Non credo, mi è sempre piaciuto, anche se prima pensavo più agli assist».
Scambierebbe la sua Scarpa d’oro con un altro scudetto?
«Sì».
E la Coppa del Mondo per la Champions League?
«Ci devo pensare... Però potrei».
Lei è tornato a giocarla dopo 4 anni: quanto tempo dovrà passare perché il calcio italiano torni competitivo?
«Adesso ci sono squadre con più soldi e noi ci siamo indeboliti. Nel 2010 con l’Inter eravamo in vetta, adesso forse serviranno altri quattro anni per risalire, anche se poi capitano fenomeni come l’Atletico Madrid che possono vincere senza essere corazzate. E secondo me cose del genere fanno bene al calcio».
Le ha fatto più male il 7-1 con lo United o l’1-7 col Bayern?
«Quello di Manchester. Non me l’aspettavo. In casa avevamo vinto bene, pensavo che potessimo arrivare in semifinale, invece siano entrati nella storia in quel modo. Col Bayern sapevo che avremmo potuto perdere, certo però non così. E poi Neuer è un fenomeno».
Da Pallone d’oro?
«Sì, ma dovrebbero darne uno per reparto, perché se no alla fine vincono sempre Messi e Cristiano Ronaldo».
Lei nella storia potrebbe entrarci lo stesso: oltre che per i gol, anche battendo il record di Costacurta che, portieri a parte, è stato il più anziano a giocare in campionato (41 anni e 25 giorni, n.d.r. )?
«Più che ai record penso a stare bene. Se sono in condizione come adesso, posso continuare e farcela. Ma bisogna sentire anche l’altra campana (la società, n.d.r.)».
Ma non deve inaugurare il nuovo stadio?
«Se si fa. Alle brutte ci vado come spettatore. Tanto è vicino casa mia».
Da romano, come vede casi come quelli di Tor Sapienza: la città sembra essere diventata intollerante verso gli estranei.
«E’ tutta colpa della crisi economica, che purtroppo scatena una guerra tra poveri. Roma è sempre stata una città accogliente».
Che consiglio darebbe al sindaco Marino, che adesso ha anche le beghe dei permessi per il centro storico?
«Nessun consiglio, altrimenti mi etichettano. Basta che faccia le cose per bene».
Ma se vincete lo scudetto, li apriranno i varchi per festeggiare in centro?
«Se non li aprono, li apriamo noi».
Magari gioca pure al Colosseo come vuole Pallotta.
«Sarebbe bello anche solo palleggiarci dentro, ma mi sa che sarà impossibile».
Parlandole, ci sembra che l’amarezza del dopo Juve sia un po’ passata: non giocate più per il secondo posto, ma per lo scudetto.
«Sì, siamo usciti allo scoperto: il nostro obiettivo è vincere. La squadra è ancora più forte dell’anno scorso e Garcia, cioè il capo, dice che siamo meglio della Juve. Poi però sta a noi dimostrarlo».
E il Napoli?
«E’ la terza forza: sarà un duello tra Roma e Juve».
Pallotta ha usato molto fair play dopo la partita di Torino: lei è mai venuta voglia di fargli un breve riassunto di storia arbitrale secondo l’ottica giallorossa?
«Penso che il presidente se li sarà fatti fare, se no agli ultimi vent’anni ci posso pensare io».
Le è venuta voglia di rispondere alle frecciate di Nedved e lady Agnelli?
«Sì, ma sono un signore. E rispetto le donne».
Chi toglierebbe ai rivali?
«Tevez e Higuain».
Chi è il giocatore più forte della Serie A?
«Tevez».
Che cosa pensa del ritorno di Mancini in A?
«Mi ha sorpreso, non pensavo tornasse all’Inter, che pure all’inizio credevo potesse essere la terza forza del campionato. Sono stupito di Roberto perché lui preferisce lavorare già in estate con il gruppo, ma sono contento, perché è un bravo allenatore e una brava persona».
Ci ha fatto caso? Allenano Mancini, Guardiola, Montella, Inzaghi: al netto della voglia, a lei cosa manca per farlo?
«Sa che ne parlavo proprio pochi giorni fa con un amico? Ho detto: “Lo stanno facendo tutti, mi sa che alla fine toccherà anche a me”. Magari comincio con i ragazzi, anche se adesso forse non c’è neppure bisogno. In fondo, chi ha giocato al mio livello non ci mette molto a imparare».
Questa è una notizia: ma ha abbastanza pelo sullo stomaco per farcela?
«Mi verrà quando smetterò di giocare».
Allora il suo sogno diventerà allenare la Roma.
«Be’, mi piacerebbe, ovvio».
Ora però c’è Garcia: si è addolcito il mister da quando è innamorato di una romana?
«Macché, è sempre lo stesso”.
In attesa del suo insediamento, chi vorrebbe sulla panchina dopo Garcia?
«Ancelotti».
Ha visto però quanti infortuni accusate: solo sfortuna?
«Solo sfortuna, penso. In fondo è stata uguale a quella dell’anno scorso, forse un po’ più pesante».
Più facile passare il turno di Champions o vincere lo scudetto?
«Passare il turno di Champions».
La fa più paura o più sorridere pensare che Lotito adesso è l’uomo forte del calcio italiano?
«Più sorridere, ma non penso a lui. Penso a vincere il derby».
In questo momento storico, la sfida con la Lazio è la terza partita più importante dell’anno?
«Sì, ma potrebbe essere anche la prima, dipende dalle situazioni».
Sabato però dovrà fare il tifo per i cugini: giocano contro la Juve.
«E’ dura, non so se ce la faccio. Diciamo che come va va».
Guardiamo avanti: a Trigoria da anni si dice che lei considererebbe il suo erede ideale Jovetic: vero?
«Be’, è quello che ha le caratteristiche giuste per esserlo, anche se portare la maglia numero dieci a Roma è difficile».
Visto che ha intenzione di giocare ancora qualche anno, magari potrebbe dire a Sabatini se lo porta un po’ prima, così potreste giocare un paio d’anni insieme.
«Non sarebbe male... Ma io l’ho sempre detto: più campioni arrivano, meglio è».
In questo momento lei è il quinto-sesto ingaggio della Roma: da questo punto di vista, le viene il dubbio che sarebbe stato meglio nascere un po’ più tardi?
«Da questo punto di vista sicuro, ma prima il calcio era migliore e sono contento così. C’era più rapporto umano anche con i compagni. Ormai quasi tutti pensano solo ai social e a quelle cose lì, mentre a me non interessano proprio. Una volta era diverso. Forse perché c’erano meno stranieri, però ci si divertiva di più. Anche il rapporto con voi giornalisti era più facile, più diretto».
Suo figlio Cristian gioca già a calcio: alla sua età è più forte lui oppure lei?
«Più forte io, ma è giusto che sia lasciato tranquillo. Ha un nome difficile da portare e lui deve pensare per ora solo a divertirsi».
Quando lei sarà allenatore, magari le toccherà metterlo in campo come è successo due giorni fa a Zidane.
«Lo farei solo se lo meritasse. Comunque un certo disagio di sicuro me lo creerebbe, ma Cristian non mi darebbe mai problemi, è un buono. Sa che mi ha fatto un paio di settimane fa? Ha portato in una cartella 64 mie fotografie perché le autografassi per tutti i suoi amici. Gli ho detto scherzando: “Una volta va bene, ma nun lo fa più...”».
Siamo arrivati, ma un’ultima cosa vorremo chiedergliela. Lo scrittore Alberto Arbasino diceva che nel mondo letterario italiano si passa attraverso tre fasi: prima si è «brillante promessa», poi «solito stronzo» e infine «venerato maestro». Se trasportassimo il tutto nel mondo del calcio, sente di essere già arrivato al terzo stadio?
«No, io sono ancora una brillante promessa».
E vi assicuriamo che scherzava solo un po’.

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GIANCARLO DOTTO 4/2/2015
TOTTI. FARSI FUORI PER SCRIVERE LA STORIA PERFETTA –
Di norma si uccide il padre. In certi casi è indispensabile uccidere il figlio. Quando si scrive che Francesco Totti è il miglior giocatore della storia della Roma si pecca per difetto. Totti è il miglior giocatore italiano di ogni tempo. Tecnica, potenza, tocco, istinto, tiro e assist. Mai visto niente di simile, se non pescando nel sancta sanctorum degli otto, dieci di sempre. Lo sanno i romani(sti) più degli altri, ma questo è un problema degli altri.
Ma oggi, Totti, anche il Totti sublime del derby, quello che s’inventa un gol strapazzando le leggi della (sua) fisica, di un quasi trentanovenne sempre più ancorato alla legge di gravità, che miracolosamente pesta dentro ritmi ed esuberanze fisiche per lui proibitive, di gente che potrebbe essergli figlia, il Totti di oggi che i tifosi amano ancora più che mai, ma svenati dal dubbio che avanza: questo Totti è diventato un problema per la sua Roma.
A essere esatti, sono un problema reciproco. Sono prigionieri l’uno dell’altro. Totti e la Roma. Che non è mai libera d’immaginarsi senza Totti. E, invece, deve cominciare a farlo, da subito.
Bello sarebbe pensare l’ultimo derby come il suo canto del cigno, prima che il cigno diventi pietra. Già presento i tamburi di guerra. Ma come? Il Garcia italianizzato, la pareggite e ora la sconfiggite che avanza, e tu mi tocchi l’Intoccabile? Il punto è questo. Immaginarsi senza il suo Dio stanco, è l’unica strada per immaginarsi un domani oltre che uno stadio.
Il problema della città romanista, a cominciare da trombettieri gregari e ruffiani, è l’incapacità di separarsi dall’ovvietà del Mito, di concedersi a un lutto troppo grande. E, allora, lo si vuole differire il più possibile. Questo ammazza la Roma.
Nel suo di dentro, Totti questo lo sa, che i tifosi non riescono a immaginarsi senza di lui e lui senza di loro. Totti oggi è un grande problema. Lo è nella spietata legge del tempo che tutto divora. E, come sempre, quando c’è di mezzo l’affetto, lucidare uno sguardo spietato è un’impresa.
Il Totti di oggi toglie più di quanto riesca a dare. Guardate quante volte, anche ieri, sempre, i compagni più giovani si affrettano a dargli palla, appena ne intuiscono la sagoma imperiosa, anche quando non è in condizione di riceverla, quando l’avversario è già li a pestargli l’ombra, e puntualmente lo sovrasta. Quante palle perdute, in tutti i sensi possibili, perché Totti in campo è un magnete che offusca, un richiamo totemico che confonde e rallenta.
La stessa trovata del selfie cos’è, se non una formidabile invenzione mediatica dentro una cornice che non era più il derby ma il rapporto d’amore pagano tra Totti e la sua gente?
I romanisti rischiano l’idolatria per l’uomo, che è la degenerazione del tifo per la propria squadra. Rischiano di amare Totti più di quanto amino la Roma. Immortalandosi con la sua gente alle spalle, Totti ha fissato iconicamente con un gesto mondano un rapporto sacro.
Immaginare una Roma senza Totti è troppo per farlo sino in fondo. Dovrà essere lui, Francesco ad aiutare l’impresa, facendosi da parte, consegnandosi così a una grandezza assoluta e a una storia perfetta. Immaginarsi altro da quello che è. Immaginare la sua fine da calciatore. Il più grande atto d’amore romanista.

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IL FRATELLO DI FRANCESCO TOTTI È SOCIO DI ODEVAINE TRAMITE UNA FIDUCIARIA. I LEGAMI TRA RICCARDO E L’EX BRACCIO DESTRO DI VELTRONI, DALL’EMERGENZA CASA ALLA RELUCA SRL –
Luca Odevaine è socio del fratello del capitano della Roma, Riccardo Totti. La società nella quale Odevaine è socio al 90 per cento e Riccardo Totti detiene solo il 10 per cento si chiama Reluca Srl e ha acquistato dal dicembre del 2010 al luglio del 2011 tre negozi in zona Ostiense-Garbatella e uno a due passi dal Colosseo per un valore complessivo che dovrebbe aggirarsi sul milione di euro.
La proprietà è ben schermata dalla fiduciaria del Monte Paschi Fiduciaria che ne detiene il 100 per cento. L’amministratore unico è stato Stefano Bravo, 54 anni, noto come il commercialista di Luca Odevaine, arrestato il 4 giugno scorso nella seconda operazione ‘Mafia Capitale’. Bravo è l’amministratore dalla fondazione nel 2010 fino al 30 marzo del 2015 quando, dopo l’uscita della notizia che è indagato, prende il suo posto Ginestra Odevaine, 31 anni, figlia di Luca. Il Ros dei carabinieri nell’informativa ai pm Giuseppe Cascini, Paolo Ielo, Michele Prestipino e Luca Tescaroli del 16 febbraio del 2015 riporta il dato senza commenti. “La riconducibilità a Luca Odevaine emergeva in relazione alle comunicazioni fatte dall’istituto bancario” come la riconducibilità del 10 per cento a Riccardo Totti “con mandato fiduciario sottoscritto il 3 dicembre del 2010”.
Attenzione alle date. Quando il maggiore Diego Mazzoli firma la sua informativa sulle proprietà di Odevaine non può conoscere un dato che sarà di pubblico dominio solo a marzo con l’uscita del libro I re di Roma, scritto da Lirio Abbate e dall’autore del presente articolo e pubblicato da Chiare Lettere dal quale si scopre che Odevaine era stato il presidente della commissione del Comune di Roma che aveva selezionato proprio un palazzo di una società di proprietà di Francesco Totti per alloggiare le famiglie bisognose. La Immobiliare Ten di proprietà del numero dieci della Roma per l’83 per cento e della madre e del fratello Riccardo per il restante 17 per cento, aveva fatto un grande affare grazie anche alla commissione presieduta da Odevaine quando c’era ancora Veltroni in Campidoglio.
Ancora una volta le date sono importanti: la Immobiliare Ten di Francesco Totti (amministrata dal settembre del 2009 dal fratello Riccardo) compra un palazzo a uso ufficio nella periferia romana a Tor Tre Teste nel novembre del 2007. Pochi mesi dopo, grazie anche alla commissione presieduta da Odevaine, arriva la stipula di un contratto che, tra affitto e servizi come la manutenzione e il portierato costa al Comune di Roma 850 mila euro, poi lievitati fino a 908 mila euro. Per 35 appartamenti in periferia il Comune paga alla Immobiliare Ten dei Totti più di 2 mila e 100 euro al mese per appartamenti di 75 metri quadrati. Dopo l’uscita del libro I re di Roma dove si svelava l’amicizia antica tra la famiglia Totti e Odevaine nessuno ha mostrato grande interesse per questa storia. Ora si scopre che Riccardo Totti non era solo amico come Francesco ma anche socio di Odevaine.
Occhio alle date: nel 2008 Francesco Totti fa l’affarone di Tor Tre Teste mediante la società amministrata da Riccardo. Grazie anche alla commissione presieduta da Odevaine i Totti incassano circa 5 milioni di euro in sei anni. Il contratto, scaduto nel dicembre del 2014, è stato prorogato fino a fine giugno ma probabilmente andrà ancora avanti anche perché il sindaco Ignazio Marino ha detto che “Totti è Totti e a Roma non si tocca”. Nemmeno il calciatore non fosse il Re di Roma, come tutti già dicono scherzosamente, ma proprio il Papa, con tanto di immunità. Ora che Il Fatto ha scoperto che Riccardo Totti e Odevaine hanno fatto affari immobiliari insieme dietro lo schermo di una fiduciaria diverrà davvero difficile per tutti girarsi dall’altra parte. La Reluca ha dichiarato redditi ridicoli pari a 8 mila euro nel biennio 2012-2013 mentre nel 2011 aveva addirittura sofferto una perdita di 4 mila euro e l’amministratore Stefano Bravo è stato pagato in tre anni 11.700 euro.
Nel luglio del 2011 la Reluca Srl compra da un’anziana signora un negozio di 40 metri quadrati che ospita un parrucchiere in via Ostilia, a due passi dal Colosseo. Contemporaneamente la società accende un mutuo con Mps garantito da un’ipoteca del valore di 400 mila euro, 200 mila per il capitale e 200 mila per gli interessi.
Più interessante l’acquisto realizzato nel dicembre del 2010 dalla Reluca: la società acquista tre negozi per 68, 26 e 53 metri quadrati ciascuno in via Tamburini, in zona Ostiense-Garbatella. A vendere è la società Indiano Srl, amministrata da Rodolfo della Casa e prima da Giampiero Azzaro, partecipata al 90 per cento da tal Luca Cieri e al 10 per cento dalla Point break una società di Daniele Pulcini, il costruttore già indagato per i suoi rapporti con il deputato del Pd Marco Di Stefano con società nelle quali appaiono anche Della Casa e Azzaro. Proprio lo stesso Pulcini finito agli arresti domiciliari nell’operazione del 4 giugno, insieme a Stefano Bravo. Quante coincidenze.
Marco Lillo, il Fatto Quotidiano 9/6/2015

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Fulvio Fiano e Ilaria Sacchettoni, Corriere della Sera 10/11/2015
«VOLEVANO RAPIRE I FIGLI DI TOTTI, E NOI GLI ABBIAMO DATO UNA SCORTA DI VIGILI URBANI PAGATI DIRETTAMENTE DA LUI. CALTAGIRONE HA GIRATO MAZZETTE AD ALEMANNO». LE CONFESSIONI DI ODEVAINE –
ROMA Capitava allo «spicciafaccende» di Mafia Capitale di ricevere le richieste più svariate. Luca Odevaine, definitosi «facilitatore» del «Mondo di mezzo», le ha raccontate ai pm, ottenendo poi i domiciliari. L’ex capo della segreteria in Campidoglio parla di intese affaristiche fra maggioranza e opposizione. Accusa il costruttore ed editore del Messaggero Gaetano Caltagirone di aver pagato tangenti per costruire nella nuova periferia romana, individuata nell’ex sindaco Gianni Alemanno uno dei destinatari di quella «dazione» e nel parlamentare pd Umberto Marroni l’altro polo dell’intesa.
Odevaine parla a lungo ricostruendo metodi e profili delle lobby romane. Ma anche vicende di contorno come quella che riguarda il capitano della Roma, Francesco Totti. Nel 2007 Odevaine riceve una telefonata di Vito Scala, preparatore atletico di Totti. Il capitano giallorosso era stato avvicinato da un ultras che gli aveva confidato di essere stato reclutato per rapire il figlio Cristian e chiedere il riscatto ma, folgorato dall’incontro con il suo capitano, gli confida ogni cosa. Una pista alla quale lavorarono all’epoca anche i carabinieri ma che finì nel nulla.
Odevaine si mette al servizio del bomber: interroga il prefetto, parla con l’Arma, s’informa sull’affidabilità delle agenzie private. Poi conclude che è meglio rivolgersi ai vigili in servizio al Comune. Ex autorevoli capi scorta di sindaci e funzionari della vecchia guardia comunista: «I vecchi – racconta – erano la vigilanza del Pci, gente che aveva fatto la scorta a Pajetta, a Napolitano, a Berlinguer». Lui stesso verifica la disponibilità. «Sei di loro hanno svolto questa funzione ma fuori dall’orario di lavoro e pagati direttamente da Totti, non pagati in straordinario dal Comune, si erano organizzati in turni fuori dall’orario di lavoro» conferma. Denaro non contabilizzato, una sorta di fuori busta che non avrebbe pesato sulle casse capitoline ma solo su quelle dei Totti. Il servizio sarebbe cessato un anno fa quando il bomber fece installare un servizio di vigilanza monstre in casa propria.
Odevaine racconta anche episodi più attuali, meritevoli di approfondimenti investigativi. Come «la pax» fra maggioranza e opposizione durante la giunta Alemanno. Suggellata dall’intesa che dilatava le possibilità di spesa dei consiglieri comunali fino a 400mila euro ognuno da affidare a coop e associazioni. Accordo mantenuto, con altra formula, anche nell’era Marino. Odevaine sconfessa Buzzi circa un colloquio con Anna Finocchiaro (Pd) per il Cara di Mineo: «Mai detto di parlare con la Finocchiaro, Buzzi andò a parlare con Gianni Letta».
Un accordo Pd-Pdl avrebbe agevolato Caltagirone nell’urbanizzazione della Bufalotta. A Odevaine lo ha detto Riccardo Mancini (imputato per le tangenti Breda Menarini). «Smedile, Marroni (Umberto Marroni, deputato pd, ndr ) e Alemanno si misero d’accordo per far passare questa delibera e spartirsi i proventi, una tangente». Poche parole che fanno scattare l’annuncio di querele. «Ho dato mandato di denunciare per calunnia Odevaine» dice Marroni. Più ampia la replica del Gruppo Caltagirone: «La Bufalotta era già urbanizzata. Caltagirone non ha mai avuto rapporti con Smedile e Marroni che anzi è stato uno dei suoi più fieri avversari. Abbiamo dato mandato di querelare». Sul punto anche Alemanno dice: «Da Odevaine, balle».


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LO STRANO CASO DI FRANCESCO TOTTI, IL NONNO D’EUROPA CON IL POSTO DA PRECARIO E IL CONTRATTO IN SCADENZA. PORTIERI ESCLUSI, IL NUMERO 10 DELLA ROMA È IL CALCIATORE MENO GIOVANE NEI PRINCIPALI TORNEI CONTINENTALI. C’È CHI ALLA SUA ETÀ HA GIÀ SMESSO DA ANNI, HA PRESO UN BOTTO DI CHILI E HA CANCELLATO PER SEMPRE IL PALLONE DALLA PROPRIA VITA. E C’È PURE CHI, CON GLI STESSI SUOI ANNI, È GIÀ UN ALLENATORE AFFERMATO. INVECE IL CAPITANO, CLASSE 1976, È ANCORA LÌ, SUL CAMPO. SENZA UN FILO DI PANZA, CON GLI ADDOMINALI SCOLPITI E LA VOGLIA DI UN ESORDIENTE –
C’è chi alla sua età ha già smesso da anni, ha preso un botto di chili e ha cancellato per sempre il pallone dalla propria vita. E c’è pure chi, con gli stessi suoi anni, è già un allenatore affermato, e il pallone lo vede da tutt’altra prospettiva. Invece lui, Francesco Totti, classe 1976, è ancora lì, sul campo. Senza un filo di panza, con gli addominali scolpiti e la voglia di un esordiente. Chi non gli vuole bene sostiene che farebbe meglio a seguire, seppur in ritardo, l’esempio di Ronaldo, Shevchenko oppure di Seedorf e Stramaccioni, suoi coetanei, ma Francesco non ci pensa proprio. Il capitano della Roma non molla, e il 22 di questo mese comincerà il 24° campionato della sua carriera. Magari non più con l’etichetta di titolare, magari non più con il fisico dell’anno dello scudetto ma con la classe di sempre. Perché quella non conosce età. E poi, senza voler mancare di rispetto alla Storia della Roma, sarebbe davvero triste se la squadra di Rudi Garcia dovesse (ri)partire con un ragazzo di quasi 40 anni al centro dell’attacco: Totti, si sa, vorrebbe giocarle ancora tutte, ma la Roma dovrà essere brava a sfruttare il suo talento, prossimo ai titoli di coda, senza correre il rischio di mandare a quel paese anni e anni di numeri a colori. La Roma deve rispettare Totti; Totti deve rispettare se stesso e la Roma.
NON È QUESTIONE DI SOLDI
Che siano gli ultimi mesi di Totti calciatore della Roma ci sono pochi dubbi, al momento: il club, sull’argomento, non si è mai sbilanciato pubblicamente, e la stessa cosa ha fatto il capitano. Ma i segnali che arrivano da Trigoria sono quelli, anche se il presidente James Pallotta continua a dire che Totti sarà a vita nella Roma. È impensabile che Francesco ne faccia un discorso economico, cioè che la sua eventuale permanenza in giallorosso sia vincolata all’ingaggio proposto dal management italiano di Jim. Ha guadagnato abbastanza per potersi permettere – ad esempio – un ingaggio-simbolico alla Tommasi, cioè restare al minimo di stipendio, meno di 2 mila euro al mese. Non ci ha pensato, ma potrebbe pensarci se la situazione dovesse prendere una certa piega. Se accettasse le offerte che gli arrivano sistematicamente da Usa o Qatar, Totti guadagnerebbe ancora cifre impensabili: lui, invece, vuole (vorrebbe) tener fede all’unicità della sua maglia. Ma, ormai, tutto questo non dipende da lui, o solo da lui. E la faccenda, vedrete, si trasformerà presto in uno stucchevole tormentone. Il fatto che Totti abbia già una sorta di contratto da dirigente, una volta smesso di giocare, conta poco: qui si sta parlando del Totti calciatore, che non ha assolutamente fissato al 30 giugno del prossimo anno la fine della sua carriera come recita il contratto in essere con la Roma. Ad oggi, la sua idea è questa, poi tutto – in un senso o nell’altro – nei prossimi mesi potrebbe accadere.
RECORD D’ETÀ
Nell’attesa, vale la pena sottolineare un dato: Totti è il Nonno d’Europa. O meglio, portieri esclusi (che poco fanno i conti con gli anni), è il calciatore meno giovane nei principali tornei continentali. E se non ci fossero Zè Roberto nel Palmeiras, classe 1973, Oscar Alejandro Limia nell’Arsenal de Sarandi (’75), Mario Yepes nel San Lorenzo de Almagro e Magno Alves del Fluminense, due ’76 più anziani di lui, Francesco sarebbe anche il Nonno del Mondo. Ma va bene così, o no? In Europa il più vecchio è il portiere Mark Schwarzer del Leicester, classe 1972, l’australiano battuto dal dischetto proprio dal capitano della Roma con la maglia azzurra a Germania 2006. Extra Europa ecco il leggendario Rogerio Ceni, classe 1973, portiere goleador del San Paolo, 127 reti in carriera.
«FORZA EDIN»
Il prossimo arrivo alla Roma di Edin Dzeko lo esalta, alla faccia di chi da anni sostiene, bugiardo, che lui non voglia grandi attaccanti in giallorosso. E allora Montella? E allora Batistuta? Totti coltiva il sogno di essere il primo giocatore della storia della Roma a vincere due scudetti e sa che più compagni bravi arrivano e più aumentano le probabilità di poter centrare l’obiettivo. Sa anche, però, che – come detto in precedenza – non ci saranno più tante altre opportunità per provarci. Forse. Ecco perché la vita è adesso, come canta Baglioni...

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IL FINALE SBAGLIATO FRA TOTTI E LA ROMA. LO SFOGO, LA ROTTURA CON SPALLETTI, E ORA? – [2 pezzi] –
Il tema è un altro, il Palermo è un intralcio, al terzo posto penseranno più avanti. Siamo alla fine di un’epoca. Sembra una partita d’addio. C’è una bandiera sbrindellata di fresco che continua a sventolare sopra l’Olimpico e sventolando continua a sbriciolarsi. In campo Totti non c’è (sta in tribuna) ma parlano solo di lui. Mentre i suoi compagni cercano la quinta vittoria consecutiva senza incontrare ostacoli, non c’è un solo tifoso che non venga sfiorato dall’ombra del capitano in dismissione. Totti è sempre travolgente. Ma stavolta il talento non c’entra. Contano l’inquietudine di un campione che parla da 30enne e gioca da 40enne, vagamente scollegato dalla realtà e dalla condizione dei suoi snodi, vertebre, ginocchia, tendini. Al Tg1 rilascia dichiarazioni d’insofferenza: «Chiedo rispetto, non posso finire così, certe cose vanno dette in faccia». Spalletti lo affronta, lo caccia dal ritiro e lo esclude dalla convocazione. «Lui parla di rispetto – dirà a fine serata – ma se rispetto lui non rispetto gli altri 25. Mi hanno chiamato perché le cose qui andavano male. Devo far rispettare le regole, il lavoro, la squadra. Mi dispiace, Francesco sa che qualsiasi cosa vorrà fare nella Roma io sarò con lui». Una segnale di pace, forse, chissà.
Ma Spalletti oggi non può garantire a Totti un ruolo per domani. Lo disse appena arrivato: «Sono l’allenatore della Roma, non di Totti». E visto che secondo il ds Baldissoni «la società fa e pensa quello che fa e pensa il suo allenatore», è la Roma che di fatto esclude il suo capitano scaduto. «Non c’è niente di punitivo, Totti è inscindibile, con lui nessuno strappo», precisa Baldissoni. Allora c’è qualcosa che non torna. Declassato a peso da sopportare, un Totti liquidato metterebbe a rischio gli abbonamenti e cancellerebbe per sempre il doppio e funzionante brand (Totti & Roma). Ma bisognerà abituarsi. Le leggende restano ma smettono di giocare. Certo l’utilità del “botto” polemico in termini agonistici è meno di zero e il ritorno d’immagine impietoso. Neppure Pallotta aiuta Totti e l’ambiente, non si sbilancia, non dice hai ragione o hai torto: «Io rispetto Totti, parleremo presto». Più che la garanzia di un rinnovo sembra la velata conferma di un’attesa o programmata frattura.
Totti non si ritrova più, si sente di troppo, non vive un presente abbastanza rassicurante per ritardare il momento in cui dovrà pensare al proprio futuro, quello senza calcio, che lo terrorizza. La sua exit strategy può trovare alleati in Nord America (lì il mercato è ancora aperto e il campionato inizia a fine marzo): pare ci sia qualche club di Major League Soccer pronto a ingaggiarlo anche subito. Ma è questo il finale che merita? Stimoli finti e soldi veri? Ha quasi 40 anni, l’età è un baratro, se l’età non contasse Altafini e Pelè sarebbero ancora convocati, se l’età non contasse il cuore di un essere umano migliorebbe con l’esperienza e invece è l’esatto contrario. Invece Totti parla da adolescente, senza dirlo fa capire che «gli stanno facendo passare la voglia di giocare». Totti pensa a quello scarpino attaccato al chiodo e si sente male, ma quello scarpino si sta arrampicando da solo sulla parete della stanza di Trigoria in cui il capitano serba i propri cimeli. L’età non fa sconti e gli acciacchi non dicono bugie. Della gestione del suo declino si parla da almeno cinque anni (da Baldini a Zeman, allo stesso Garcia). Le persone che occupano i posti allo stadio non la pensano allo stesso modo. Qualcuno fischia Spalletti, altri fischiano chi fischia. Totti conosce la verità su se stesso ma non può raccontarla altrimenti la barca che culla il suo “fanciullino” affonderebbe. Resta Peter Pan, ma un Peter Pan con le gambe sempre più pesanti. Lo scorso anno, a Rotterdam ammise: «Ancora una stagione e mezza». Come da contratto. Nessuno ci fece caso. Già, e poi che faccio? Non ce lo vedi Francesco commentare una partita in televisione. E così si è arrivati al paradosso di vedere Totti entrare nel dopo-Totti da calciatore ancora in attività, con quei quattro inutili, fatali minuti col Madrid. Dopo tanta luce regalata, si sarebbe potuto permettere il lusso di prevenire il buio di questo probabile addio con un arrivederci più sereno e maturo, più pensato. I piedi restano, la fantasia pure, ma il corpo no, il fisico dice aiutami. Totti non può più esprimersi ai ritmi della giovinezza, perché è così che funziona per tutti. Quattro minuti sono brutti. La pensione andava preparata meglio. Ora il sipario è stato strappato. Proprio non doveva finire così.
Enrico Sisti

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Come un altro, celeberrimo conflitto letale, anche questo inizia con un mezzogiorno di fuoco. Soltanto uno spara per colpire, ma alla fine feriti restano tutti: la Roma, Luciano Spalletti, i tifosi. E Francesco Totti. La cronaca di una morte annunciata, quella del rapporto tra il capitano romanista e la squadra che ha rappresentato per 24 anni, si concentra in 32 ore appena.
Sabato, ore 12.10 – È passato da poco mezzogiorno, i giornalisti iniziano a riempire la sala stampa di Trigoria in attesa della conferenza di Spalletti fissata per le 12.30. Da lontano, fuori dal bar del centro sportivo, intravedono la sagoma di Totti che si prepara per l’intervista al tg1. Si sparge la voce, “parla il capitano”, ma cosa dirà? Qualcuno teme il ritiro, altri l’esplosione del suo malumore. Avranno ragione loro.
Ore 13.00 – Spalletti risponde all’ultima domanda della sua conferenza. Oggetto del quesito, Francesco Totti. L’allenatore sorride e giura che lo farà giocare titolare in coppia con Dzeko. Una mano tesa. Intanto però sui cellulari dei dirigenti di Trigoria iniziano ad arrivare messaggi preoccupati. E scatta l’allarme: Francesco un paio di colpi li ha sparati, ma nulla di eclatante. Forse l’emergenza viene sottovalutata, anche a Spalletti nessuno lo allerta particolarmente. La squadra pranza a Trigoria, anche Totti, accanto ai compagni ignari della tempesta che sta per abbattersi sulla vigilia di Roma-Palermo.
Ore 17.00 – La squadra ha finito da poco l’allenamento, all’esterno iniziano a filtrare le prime anticipazioni delle dichiarazioni del capitano romanista. Qualche compagno le riceve sul cellulare, e le fa leggere ad altri.
Ore 20.30 – La squadra ha terminato la cena, Spalletti in ufficio ha appena ascoltato le parole di Totti. Gli erano state raccontate come dure, ma non deflagranti. E invece dopo averle sentite è furioso. Decide di parlare con i dirigenti e fa presente che da una situazione così non si scappa: o Totti resta a casa oppure me ne posso anche andare, come faccio a presentarmi nello spogliatoio?, il senso del suo pensiero. La notte la passano, lui e Totti, a Trigoria: divisi da pochi metri, ma lontanissimi, inavvicinabili.
Domenica, ore 10.00 – La squadra ha finito già da un po’ la colazione e Spalletti chiama nel suo ufficio Totti. Gli chiede se pensi davvero quello che ha detto. Gli spiega, animatamente, che quelle frasi sono diventate una fonte di distrazione per la squadra a poche ore dalla partita. Gli comunica che non sarà della partita, “se vuoi resta sennò torna a casa”. Scappa qualche frase colorita, pure un paio di “vaffa”. Poi Totti esce dall’ufficio dell’allenatore e va a cambiarsi.
Ore 11.00 – Alle radio la gente è esterrefatta dalle frasi di Totti. Il coro è quasi unanime: “Ci sentiamo traditi, per noi è come un figlio ma ora sembra che a lui non importi della Roma”. Nei sondaggi in rete anche l’80 per cento dei tifosi si schiera contro il capitano romanista e a difesa di Spalletti.
Ore 12.00 – A Trigoria Totti ha già parlato con i compagni raccontandogli che non sarà della partita, e spiegandogli di ritenere di non aver offeso nessuno. Incassa qualche “mi dispiace”, ma i compagni decidono di non prendere posizione. A quel punto il numero dieci si avvia verso la sua villa dell’Eur, solo. Proprio in quei minuti, la notizia della sua esclusione diventa di dominio pubblico. Il tam tam invade le radio. Ore 16.00 – I calciatori guardano le partite, qualcuno riposa. Intanto sui social e alle radio romane il vento inizia a cambiare: la notizia di Totti rispedito a casa altera il giudizio di molti. Lo stravolge. “Non si tratta così una leggenda”, “La Roma è lui, lo hanno cacciato da casa sua”. Il consenso per il numero 10 cresce, la città si spacca. Alcuni tifosi sotto casa di Totti gli dedicano una frase d’amore. Il club nonostante tante richieste continua a tacere: “Parleremo prima della partita”.
Ore 20.00: La squadra è nello spogliatoio, Totti in abiti borghesi la raggiunge. Quando lo speaker dello stadio scandisce il nome di Spalletti la curva sud lo copre di fischi. Tempo cinque minuti e Totti prende posto in tribuna, accompagnato dal coro “un capitano, c’è solo un capitano” che rimbomba da gran parte dello stadio. A chi gli chiede se gli abbiano fatto passare la voglia, sorride. Qualcuno prova a fischiare chi canta, ma si sente poco: nella folle guerra civile romanista, la gente ha scelto da che parte stare.
Matteo Pinci
Enrico Sisti e Matteo Pinci, la Repubblica 22/2/2016

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QUANDO RUDI GARCIA SCOPRI’ L’UFFICIO DI TOTTI A TRIGORIA –
La mia prima visita al centro sportivo di Trigoria mi diede subito un’idea di quello che rappresentava Francesco Totti per la Roma. Non c’era molta gente, tranne una parte del personale amministrativo che aveva iniziato a lavorare prima del ritorno dei giocatori dalle vacanze, previsto per qualche giorno dopo. (...) Negli spogliatoi, dall’aspetto spartano, tutti gli armadietti erano vuoti. Tutti tranne uno: quello di Francesco. Varie foto di Totti in azione decoravano il suo armadietto rimasto aperto, dove erano ammassati numerosi libri e doni ricevuti. Tutto era accessibile, quasi esposto a chi entrava nella stanza. Il suo armadietto stracolmo di tanti oggetti diversi contrastava con quelli degli altri giocatori, completamente vuoti. Anche durante la pausa estiva, Francesco sembrava abitare con la sua presenza il silenzio di quei luoghi. Era una sensazione strana, la prova che Totti, alla Roma, occupa un posto unico. Questa sensazione si rafforzò quando mi presentai al primo piano dell’edificio principale, dove, su entrambi i lati del corridoio, una serie di uffici era riservata ai vari servizi del club. Avanzando ne scoprii uno singolare, con una caratteristica che attirava l’attenzione: mentre pochi poster o quadri decoravano le pareti, per lo più spoglie, proprio accanto alla porta di questo ufficio troneggiava un pannello di circa due metri quadrati, che raggruppava disegni realizzati dai bambini in onore di Totti. Era l’ufficio di Vito Scala, una persona che i dirigenti avevano menzionato nelle nostre conversazioni dei giorni precedenti. Dipendente del club, e retribuito come tale, Vito svolge alla Roma una funzione estremamente precisa: è il preparatore atletico ufficiale di Francesco. Un preparatore polivalente, poiché si occupa anche di molte altre cose, tra cui i rapporti di Totti con la stampa. Da molti anni si dedica esclusivamente a lui e nessuno trova niente da ridire su una prestazione individuale che non sconvolge la vita collettiva del gruppo. Entrando nel suo ufficio, dove feci una rapida incursione, rimasi sbalordito dall’incredibile spettacolo che mi si parò davanti. Mi uscì spontaneamente dalle labbra un “Addirittura!”, espressione che traduceva il mio stupore. Credevo di trovarmi in un museo dedicato a Francesco Totti. C’erano le innumerevoli maglie che aveva scambiato con i più grandi giocatori del pianeta, una moltitudine di gadget che lo raffiguravano, una profusione di manifesti sui muri e un pupazzo di cartone che rappresentava Francesco, a grandezza naturale, in tenuta da gladiatore! Allucinante. Avevo pensato, quasi divertito: “Caspita! Un giocatore in attività che dispone di una stanza personale all’interno del suo club. Davvero niente male”.(...) Totti sembrava assolutamente imprescindibile, e lungi da me l’idea di farne a meno. Sarei stato stupido a non rivolgermi prima di tutto a lui.

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Stefano Carina, Il Messaggero 10/3/2016
TUTTI IN PIEDI PER FRANCESCO TOTTI –
Il Bernabeu ha il palato fine e sa riconoscere il campione. Per questo motivo l’altra sera non ha esitato ad alzarsi in piedi per celebrare l’ingresso in campo di Totti a 20 minuti dal termine di Real-Roma. L’ovazione che il pubblico di Madrid gli ha regalato, rimarrà indelebile nei ricordi di Francesco che nel post-gara ha avuto modo di scambiare la maglia con Ramos, entusiasta come un ragazzino della Primavera: «Grazie Capitano! Un orgullo y un honor tener tu camiseta», il messaggio scritto su facebook dal difensore, accompagnato dall’hashtag ’leggenda’. Prima di Totti, una standing ovation del genere al Bernabeu era toccata a Del Piero (5 novembre 2008) e Pirlo (23 ottobre 2013). Non è la prima volta che il capitano giallorosso riceve attestati di stima così plateali dai tifosi avversari. Era già accaduto due volte (l’ultima il 9 maggio 2015) a San Siro con il Milan (squadra, come il Real, dove avrebbe potuto trasferirsi) e a Marassi con la Sampdoria (club che invece è andato vicinissimo a prenderlo quando era ancora giovanissimo). Senza dimenticare quanto accaduto a Toronto tre anni fa, quando per un minuto il pubblico canadese applaudì il numero dieci nell’amichevole tenutasi in Nord America.
STALLO SOSPETTO
L’altra sera in mix-zone, Totti è apparso loquace quando gli è stato chiesto dell’emozione provata (e ieri ha ringraziato il pubblico di Madrid attraverso il sito ufficiale della Roma). Poi alla domanda sul rinnovo, ha sorriso e si è allontanato. Un silenzio che nasconde la volontà di non creare più polemiche. Quello che doveva dire, lo ha detto: vuole giocare. Pallotta però è ripartito per Boston senza definire la questione. Nei giorni scorsi il presidente ha dichiarato di «aver passato molto tempo con Francesco». Premesso che il «molto tempo» si racchiude nel colloquio-lampo avuto a Trigoria, dal punto di vista del capitano siamo ancora al «decide lui cosa vuol fare» di 2-3 mesi fa. Tradotto: tante parole concilianti ad uso e consumo dei media ma zero passi in avanti almeno ad oggi, 10 marzo. La nuova chiamata per mettersi seduti e iniziare a parlare realmente di una proposta contrattuale non è arrivata. La Roma ha nel cassetto un contratto da dirigente: Francesco ne vuole un altro come calciatore. Era sicuro di riparlarne nuovamente con Pallotta nel weekend che avrebbe preceduto la partenza per Madrid. E invece nulla. È ancora lì che aspetta.

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Andrea Pugliese, La Gazzetta dello Sport 7/5/2016
TOTTI FA 600 –
Seicento partite in Serie A, roba da far tremare i polsi ai più grandi di sempre, anche se non a tutti. Non a Paolo Maldini, ad esempio, che si è arrampicato più in alto di tutti, fino a 647; né ad Javier Zanetti, arrivato a quota 615. Ma, probabilmente, neanche a Francesco Totti che quel traguardo lo taglierà (nel caso giochi) domani a pranzo contro il Chievo, in quella che poteva essere la sua festa d’addio e che invece — forse — sarà solo una grande festa. Senza precedenti, tra l’altro, vista la tendenza (al ribasso) del botteghino stagionale giallorosso. Domani, invece, all’Olimpico dovrebbero esserci quasi 55mila persone, il modo migliore per celebrare l’ennesimo grande traguardo del capitano della Roma.

DALL’INIZIO Un drappo ideale lunghissimo quello che accoglierà Totti all’Olimpico, che arrotolandolo a ritroso porta fino al 28 marzo 1993 ed a quel Brescia-Roma 0-2 in cui fece il suo esordio in Serie A. «La prima volta in una storia d’amore non si scorda mai», ha detto Francesco ricordando quel giorno, quando Mazzone lo fece entrare al posto di Rizzitelli. Da lì in poi è stato un romanzo bellissimo, con alcune pagine speciali. Come i gol (304 in A) o le partite in cui ha fatto cifra tonda, gare dove all’inizio della sua vita calcistica non si è mai sentito molto a sua agio. È successo a Genova, nel 1998, quando contro la Samp celebrò quota cento o anche nel 2001 a Bari, l’anno dello scudetto, quando Totti veniva dalle sostituzioni (con Nakata) contro la Juventus e l’Atalanta. «Non sono decisivo», disse ironicamente in quei giorni della duecentesima presenza in A. Un’iperbole, ovviamente, perché tre gare dopo avrebbe festeggiato il terzo scudetto giallorosso. Da protagonista.

TRA GOL E ASSIST Poi, nel 2005, è cambiata la musica anche nelle partite celebrative. Il 23 gennaio, infatti, a Firenze la Roma di Delneri trova una vittoria storica, nel suo campionato più brutto degli ultimi 30 anni. A decidere la sfida sono Cassano e Montella, ma la gara di Francesco (alla 300a in A) è da applausi a scena aperta. Come quella numero 400, quando nel 2008 a Bologna fa secco Antonioli e regala la vittoria giallorossa fino al 91’, quando arriva l’autorete nefasta di Cicinho. Più o meno lo stesso copione del 5 maggio 2012, quando all’Olimpico arriva il Catania: Totti sbaglia subito un rigore, poi però segna una doppietta che salva Luis Enrique dall’ennesima brutta figura (2-2).

IL CONTRATTO Domani, quindi, ci sarà un motivo in più per la Roma per festeggiare, in attesa di sapere cosa farà il Napoli a Torino nella corsa al 2° posto. Anche perché, nel frattempo, il rinnovo del contratto di Totti procede spedito. L’annuncio potrebbe davvero slittare a fine stagione, dopo l’ultima magara con il Milan, quando a Roma spunterà Pallotta, deciso a darlo direttamente lui, magari anche con un bell’happening. A patto, però, di non invitare Rocco Siffredi. «Totti è il mio erede. Ilary, ti prego, mandalo da me. Ha una grande carriera davanti a sé». Ecco forse anche perché Totti (che lunedì giocherà a tennis con Federer al Foro Italico) vuole continuare a giocare ancora per un altro anno. La carriera che conta è un’altra, quella che domani gli regalerà le 600 partite in Serie A. Ed un Olimpico come ai bei tempi.

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TOTTI, I MIEI PRIMI QUARANT’ANNI – Guido D’Ubaldo, Guerin Sportivo 10/2016
E sono quaranta, quasi senza accorgersene, all’alba della sua venticinquesima stagione da professionista, le nozze d’oro con il pallone, quando le rughe cominciano a solcare il volto e un velo d’argento si nasconde tra i capelli biondi. Francesco Totti ci è arrivato, come voleva lui. In campo a quaranta anni, Spalletti volendo. Si è conquistato la conferma in quelle notti (e qualche pomeriggio) di primavera, quando nessuno in società ci credeva o voleva. Ha strabiliato tutti grazie alla sua classe. Ha avuto un altro anno di contratto. E ora si è preparato per vivere un’altra stagione da protagonista. I suoi record non si contano più. Anche restando dentro il Grande Raccordo Anulare è il giocatore che ha segnato di più nella Stracittadina. Negli ultimi tempi non va più in gol come negli anni d’oro, o meglio della Scarpa d’oro (che ha vinto), perché è cambiato il suo modo di giocare, Totti si abbassa molto, spesso va a creare la superiorità numerica a centrocampo. Ma alla fine dello scorso campionato le sue reti sono state determinanti per centrare il terzo posto. Avrà sempre un posto speciale nei cuori dei tifosi. Francesco compie quaranta anni e comincia a pensare all’addio, come non ha mai fatto finora. Il suo sogno è quello di vedere scritto sulla maglia giallorossa ancora lotti: sulle spalle di suo figlio Cristian.
A quaranta anni tutto va visto sotto un’altra prospettiva, anche la delusione di questo inizio di stagione consumato in panchina, ma l’entusiasmo è rimasto immutato. Ripercorriamo una carriera inimitabile, tutta d’un fiato, perché fermarsi e voltarsi indietro significherebbe lasciare spazio alla nostalgia.
Il giorno che hai esordito in serie A avresti mai immaginato che la tua carriera sarebbe stata così lunga?
«Per un giovane è difficile immaginare una carriera del genere, ma devo ammettere che sin da bambino ho avuto un solo sogno: quello di attraversare tutta una carriera con la sola maglia che ho sempre amato».
Molti tuoi colleghi hanno smesso molto prima di te perché, come si dice, staccavano di testa. Invece a te cosa spinge a sentirsi ancora un atleta?
«Io credo che il segreto del mio successo siano state la passione e le emozioni che mi trasmetteva il pallone. Per me non è stato un peso, anche se ho dovuto fare dei sacrifici. Ho sempre cercato di vivere la professione con un po’ di disincanto e con la capacità di divertirmi sul campo».
Quanto è diverso l’ambiente a Trigoria da quando hai cominciato?
«È normale che le cose cambino in tanti anni. Tutto si evolve, il calcio non si ferma più al rettangolo di gioco e Trigoria giustamente si è adeguata. La struttura e lo staff devono sempre essere all’avanguardia e la nostra società si sta facendo trovare pronta».
Potrebbe essere stato il tuo ultimo precampionato. Hai faticato più degli altri anni?
«No. Semmai ho messo tutto me stesso. Come sempre».
La Juve, il Napoli e l’Inter si sono rinforzate. La Roma a che punto è?
«La Juve viene da cinque scudetti consecutivi, si è rafforzata ed è normale che parta un gradino sopra a tutti. Ma noi non ci sentiamo certo sconfitti in partenza e faremo di tutto per ribaltare i pronostici e dare una grande gioia ai nostri tifosi. È chiaro che non dovremo guardarci da una sola squadra, perché come sottolineavate voi ci sono altri club in lotta».
Riuscirai a ricominciare con l’entusiasmo che ti aveva permesso di fare l’exploit della fine dello scorso campionato?
«E altrimenti che continuiamo a fare?!?».
Adesso come sono i rapporti con Spalletti?
«C’è massimo rispetto dei ruoli, sono sicuro che il mister possa fare grandi cose con noi. Io sono ovviamente a disposizione nel momento in cui mi dovesse chiamare in causa. Spero ci attenda una grande stagione insieme».
Cosa ti ha detto Pallotta a Boston?
«Il presidente è sempre stato affettuoso quando ci siamo incontrati. Non sempre bisogna parlare la stessa lingua per percepire il feeling umano».
Stai pensando alla partita di addio o preferisci non farlo?
«È ovvio che prima o poi dovrò pensarci, ma per ora non voglio farlo».
Cosa ti aspetti da questo campionato?
«Mi aspetto una stagione intensa dove daremo battaglia. In generale spero che possa essere un campionato più equilibrato rispetto agli ultimi».
Il giovane che nella Roma ti ha colpito di più?
«Non voglio fare un nome solo, abbiamo tanti giovani interessanti in più ruoli. Mi piace però ricordare che siamo campioni d’Italia con la Primavera. Credo che i nostri giovani possano crescere accanto a chi ha più esperienza».
Quale sarà la squadra rivelazione?
«Non so se si può parlare ancora di rivelazione, ma credo che il Sassuolo del mio amico Di Francesco possa essere una mina vagante».
Guido D’Ubaldo, Guerin Sportivo 10/2016

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STORIA DI FRANCESCO, PRIMA CHE DIVENTASSE TOTTI –
C’era una volta Francesco, che sognava di fare il calciatore. Non c’era il castello di Tor Crescenza, che ha prenotato per soffiare sulle 40 candeline. Le prime dieci le spense nell’appartamento al primo piano di via Vetulonia 18. Gli invitati non erano trecento, ma una decina di amichetti. E non si chiamavano Daniele De Rossi o Luciano Spalletti, ma Diego e Angelo, bambini del quartiere con cui scavalcava le ringhiere della scuola Manzoni per andare a giocare nel cortile sotto lo sguardo innamorato delle ragazzine. Ma nella vita di Francesco Totti una cosa era come oggi: il pallone. «Il primo? Mi pare di vederlo ancora, un Mikasa a pentagoni neri e esagoni bianchi. Il classico, insomma». Riccardo Totti ricorda bene quando il fratello era un frugoletto biondo che gironzolava portando sotto il braccio quella sfera di cuoio: «All’inizio faceva nuoto, alla “Pucci”, a piazza Epiro, un minuto da casa. Ma non era cosa, non gli andava. Voleva giocare a calcio». L’universo di quel ragazzino era il quartiere: c’era il flipper al bar Lustri, Bruno gli metteva uno sgabello sotto i piedi, perché il colosso di Roma a dieci-undici anni era un bimbetto che non arrivava al metro e trenta. «Lo chiamavano lo gnomo».
Come tutti i bambini, oltre al pallone aveva dei giocattoli. Il preferito: «La pista delle macchinine elettriche, le Polistil, più del Subbuteo». Poi arrivò il Commodore 64, che a casa Totti iniziò a monopolizzare i pomeriggi nella cameretta che Francesco divideva con Riccardo, accanto alla stanza di papà Enzo e mamma Fiorella e quella dove dormivano i nonni. Più spesso il ragazzo che sarebbe diventato Totti decideva per lo “struscio”: lungo la strada incontrava gli amici, molti non avevano il citofono e per chiamarli bisognava strillare lungo la rampa di scale: «Entrava nel portone e si metteva a chiamarmi: “Francé scendi”. Era mio padre a rispondere, ma lui mica s’intimidiva». “Francé” è Francesca Romana De Luca, il cuoricino che batteva più forte sul muretto della Manzoni per il giovanissimo Totti. Un paio di anni a scambiarsi le prime tenerezze, i primi baci, tra gli 11 e i 13 anni. «Ero innamoratissima, era bellissimo, biondino, occhi celesti: un principe azzurro. Non chiacchieravamo tanto, lui non parlava granché. Faceva un po’ lo scontroso. E quando partiva per le vacanze mi struggeva il cuore: ogni tanto mi mandava una cartolina, però. Ancora mi ricordo l’emozione nel riceverla». Sulla spiaggia di Torvaianica, dove Enzo e Fiorella avevano una casetta, niente pallone di cuoio. «D’estate sul bagnasciuga usavamo il Tango, di gomma. Il Super Santos no, volava da tutte le parti con le “stecche” che gli tirava», racconta Riccardo. Era già una stellina nella zona, ma quando giocava alla Fortitudo la gara di palleggi la vinse un altro bambino, si chiamava Renato, chissà dov’è, chissà se lo ricorda, se lo racconta. La prima “sconfitta” della carriera il piccolo Totti la prese con filosofia: durante la premiazione continuava a palleggiare. Sul campo però litigare era facile. Una volta pure con il cuginetto: non si salutarono per tre giorni. Fino alla partita successiva. Tanto campo, poca socialità: «Ai compleanni non veniva: lui “rosicava”, ma la mamma non voleva saltasse un allenamento. È stata la sua fortuna».
Francesco lo raccontano schivo: «Gli altri bambini delle scuole calcio erano un po’ bulletti, lui no. Anzi». Amico di tutti, la confidenza la dava davvero solo a un paio di ragazzi. Nessuno lo ricorda capriccioso, ma nemmeno un burlone. «In classe era silenzioso, incideva il banco col taglierino scrivendo “forza Roma”. Poi a ricreazione giocava a pallone nell’atrio con la carta della pizza rossa»: l’immagine è rimasta negli occhi della signora Luciana, operatrice scolastica alla scuola media Pascoli, sulla cui facciata oggi c’è un suo ritratto gigante. «Nei bagni fino a poco tempo fa c’erano le scritte che gli avevano dedicato le bambine, erano pieni di “Francesco ti amo”. Lui non lo sapeva, era sempre preso dal calcio. Litigava pure con il professore di educazione fisica, che lo buttava fuori perché non voleva fare le flessioni». Il professore era Domenico De Zen: «In realtà – dice – non saltò mai un’ora di ginnastica. Altri bambini si facevano esentare per le gare di nuoto. Lui prima faceva lezione e poi andava a giocare i tornei giovanili. Poi il giorno dopo mi faceva vedere le ginocchia sbucciate, ne era quasi orgoglioso». Del suo talento s’accorse presto grazie al cugino di Francesco, Angelo Marrozzini. «Mi disse: “prof, fai giocare mio cugino? È bravo, forse lo prende la Roma...”. Alla prima partita lo misi dentro verso la fine: era il più piccolo, faceva la prima media. Entrò e iniziò a dribblarli tutti, come birilli. I genitori degli altri bambini mi facevano il verso: “Dalla a Totti, dalla a Totti”. Una mamma una volta mi disse: prof ma perché fa giocare sempre quel biondino? Quando il figlio, dopo tre gol di Totti, sparò la palla fuori dal campetto a porta vuota le dissi: ha capito signora perché gioca il biondino?». Ha 40 anni e si diverte ancora.

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#TOTTI40 –

Totti 40
di Mario Sconcerti

Totti è un’evoluzione di Gianni Rivera. Nel mezzo metto come caratteristiche Mancini. Ognuno ha avuto sempre qualche chilo e qualche centimetro in più, cioè forza. Come Totti anche Rivera giocò praticamente sempre nel Milan, fino a sentirlo suo. Alla fine tentò di diventarne il padrone, ma cadde su Berlusconi. Così Totti vuole la Roma senza quasi sapere di volerla. Sono le due facce della stessa moneta. I quarant’anni sono molto oltre l’esperienza di un calciatore, non ti fanno pensare che c’è un limite, c’è solo casa tua. Questo porta e porterà problemi, ma Totti si è meritato i problemi che crea. Gioca a pallone come nessun’altro, col tempo sembra anzi migliorare perché intanto sono peggiorati gli altri, corrono tutti meno e lui risalta.
Per molto tempo Totti è rimasto ai margini della grande stampa perché era un giocatore di Roma e della Roma. Aveva sul suo cammino Baggio, Del Piero, Mancini, Zola e tanti grandi centravanti. Tutti lo consideravano forte, ma non il più forte. Poi, con grazia, ha convinto tutti. Improvvisamente la gente ha capito che la sua finta pigrizia, la sua faccia sempre sorpresa, il gioco un po’ spaccone e irraggiungibile, erano parte di tutti. Totti ha ottenuto un risultato straordinario, è diventato col tempo un altro Alberto Sordi, è stato e resta l’italiano medio. Un’arte di esistere che lui comunque guida.
Chi lo ha capito per primo è stata la pubblicità. Le multinazionali non prendono testimonial da costruire, personaggi parziali. Prendono quelli che la gente pensa. Totti da anni presta il suo volto alle aziende più grandi perché rappresenta il lato nazional popolare di un mercato che siamo tutti noi. Per restare nella parte si è preso anche in giro, ha scritto un libro di barzellette in cui lui gioca a non capire niente, ha fatto il James Bond di Porta Metronia in tv, ha spinto la farsa fin quasi al punto di farsi credere un fantaccino qualunque. Poi fuggiva con il suo sorriso corto, gli occhi allegri, un po’ strizzati e tutti capivamo che a prenderci in giro era lui.
Ci sono stati altri grandi giocatori nel suo ruolo, ma nessuno ha rappresentato il tutto come lui. Del Piero era la Juve. Mancini un genio solitario partito da Jesi a tredici anni, silenzioso e irascibile, grande ma di confine, dentro il calcio, fuori dal resto. Baggio è stato migliore e sfuggente, non è riuscito a far finta di vivere per gli altri. C’è sempre stato lui. È stato il simbolo di tutti, il nostro capolavoro, ma non il nostro rappresentante. Troppo artista perché potessimo identificarci. Totti ci ha preso in giro tutti, ci ha venduto i suoi limiti fino a far diventare noi la sua barzelletta.
Come calciatore sta nelle epoche alla pari con Rivera di cui ha però vinto molto meno e segnato molto di più. Forse qualcosa come Totti fu Meazza nell’Italia e nella Milano degli anni trenta. Con la sua brillantina, i suoi dribbling, i suoi tanti gol, le sue donnine e il suo sogno fascista realizzato, da balilla a campione del mondo. Anche lui un italiano del popolo. Ma per giudicare Totti nel calcio, per capire davvero ciascuno di noi cosa sia stato e cosa ancora resti, va pensato da avversario. È come le salite nel ciclismo, per capire quanto sono dure devi prima farle in discesa. È la forza del volo che fa capire la fatica che farai a risalire. Così Totti da avversario. Cosa si provava quando gli arrivava la palla negli anni verdi, cosa si prova ancora quando avanza e vede la porta? Dove deciderà di andare, quando tirerà? Totti è stato il peggior avversario augurabile perché viveva nell’imprevisto e nell’imprevedibile. E lo sapeva rendere normale. Pensate ancora al brivido che coglie quando oggi si alza dalla panchina e comincia a scaldarsi. Cosa farà? Sarà vecchio davvero?
Il pericolo di domani , nel calcio, al lavoro, fra gli amanti, in politica, è tutto quello che ci mette disagio. Tu conosci una persona o una cosa e senti che un giorno ti saranno avversari. Il futuro comincia da quel disagio. Totti sono vent’anni che ci mette paura. Dunque è il nostro futuro.

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Simbolo intramontabile della romanità (antica e modernissima) – di Giovanni Bianconi

Parlare del «genio» di Totti, della sua forza e di ciò che rappresenta (ha rappresentato e rappresenterà: se ne potrà parlare sempre al presente) è diventato fin troppo facile. Ormai lo fanno tutti, anche quelli che fino a qualche tempo fa lo consideravano un bullo che poteva suscitare entusiasmi solo dentro al Raccordo anulare. Ed è diventato quasi scontato celebrare la sua unicità nella storia della Roma e di Roma: non c’è altro calciatore che ha fatto quanto lui, nessuno s’è altrettanto identificato con la squadra e la città, né ha raggiunto tanta fama in ogni angolo di mondo. Per i suoi gol, i suoi assist, ma anche per i suoi sorrisetti scanzonati, nella buona e nella cattiva sorte, emblema di una romanità antica e modernissima.
Anche se rimanendo sempre qui ha vinto poco. Certamente meno di quanto avrebbe potuto se avesse deciso di andare al Real Madrid, al Milan o in qualche altro club blasonato. Ma lì sarebbe stato uno dei tanti, qui è diventato Totti. Ben oltre il campo di calcio, dove continua a far stropicciare gli occhi pure ai più diffidenti. Qui ha fatto la storia, non da solo ma insieme ad altri che sono passati mentre lui rimaneva. E anche adesso che sembrava dovesse passare pure lui, è rimasto e rimarrà: un simbolo intramontabile.
Ma siccome parliamo di storia, mentre il Capitano compie quarant’anni è giusto ricordarne un altro che ha cominciato a giocare in pianta stabile nella Roma proprio nell’anno in cui nasceva Francesco Totti, il 1976. Aveva 21anni, si trovò come compagni vecchie glorie (De Sisti, Prati), un futuro campione del mondo (Bruno Conti) e promesse mancate (Musiello); nella stagione 1976-77 fu il capocannoniere della squadra, con otto gol (erano tempi magri). Si chiamava Agostino Di Bartolomei, fu il condottiero del secondo scudetto, sfiorò la Coppa dei campioni, ma poi lo costrinsero ad andare altrove, spezzando l’amore e l’identificazione con la squadra e la città.
A quarant’anni non ci arrivò, perché la vita lo chiuse in angolo e lui non seppe uscirne. Ma negli anni in cui ha indossato la fascia, pure «Ago» ha rappresentato la Roma e Roma come nessuno aveva fatto prima, e dopo solo Totti è riuscito a fare. Con maggiore fortuna e riconoscimenti, perché nel frattempo è cambiato il mondo e il modo di stare al mondo. Nel giorno degli auguri, rivolgere un pensiero all’altro Capitano che ha fatto la nostra storia farà piacere anche a quello di oggi.

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Il più grande (perché il contesto conta)
di Fabrizio Roncone

Guardavo Francesco Totti, l’altro giorno: ha ancora tutti i capelli. È pieno di uomini che a quarant’anni cominciano a perderli, lui no. Credo che proceda anche con qualche colpo di sole. E non rinunci alla sfumatura modaiola (qualcuno insinuerà tendente al coatto: sì, può darsi). Comunque ancora giovanile persino in questo, direi.
Sto prendendo tempo.
Non è semplice scrivere qualcosa su un genio del calcio.
Non ho mai letto niente di strepitoso nemmeno su Maradona o su Pelè. Su Crujuff, da ragazzo, vidi un bel film (regia di Sandro Ciotti). La cosa più forte su Rivera resta l’intervista in bianco e nero che Beppe Viola (altro fuoriclasse, ma del giornalismo), gli fece a Milano sul tran numero 15.
Ho citato qualche campione a caso. L’idea stessa di campione è discutibile e vaga. Le classifiche sui migliori calciatori sono sempre personali. Giampiero Mughini, un intellettuale che capisce di calcio, e che con il calcio si diverte, voleva convincermi che Tardelli ha lasciato nel calcio italiano un segno maggiore di quello che lascerà Totti. Suppongo che, nella sua graduatoria, prima di Tardelli ci siano Del Piero e Buffon.
Io credo che invece Totti sia con Buffon il più grande calciatore italiano del dopoguerra. Quindi, considerato che Buffon è un portiere, Totti in mezzo al campo è stato, e probabilmente è, il numero uno in assoluto. Lo scrivo senza incertezze perché ho visto fare a Totti cose pazzesche. E perché gliele ho viste fare con la maglia della Roma. Il punto politico è questo.
Rivera, Baggio e Del Piero (ai milanisti suggerisco di non farmi il nome di Franco Baresi, se no poi sono costretto a fargli quelli di Gigi Riva, Bruno Conti e Giancarlo Antognoni e finiamo tutti al bar sport) hanno sempre palleggiato e chiuso i loro triangoli con compagni di squadra dotati di straordinaria bravura: e infatti hanno anche vinto tanto.
I tifosi romanisti, per anni e anni, hanno invece visto giocare Totti accanto a calciatori imbarazzanti. Di una modestia tecnica totale. Rottami del calcio, bluff del calcio, miracolati del calcio. Non faccio nomi perché non voglio beccarmi querele. Ma è con loro che Totti ha giocato ed è con loro che ha disputato partite memorabili.
Non casualmente Totti ha vinto pochissimo, quasi niente, e solo quando intorno ha avuto compagni di rango: lo scudetto del 2001, con Batistuta, Montella, Cafù e Aldair, e — in azzurro — i mondiali del 2006.
Ha sempre detto che, immaginandosi lontano da Trigoria, gli sarebbe piaciuto giocare nel Real Madrid. Berlusconi e Moratti lo hanno cercato invano più volte. In realtà non ha mai pensato per un secondo di lasciare Roma. C’è rimasto ben pagato e venerato. Una fortuna per tre milioni di romanisti.
Il mantra è noto.
Tanto poi ci pensa il Capitano.
Tanto poi segna il Capitano.
Tanto poi entra il Capitano.
Per onestà intellettuale, devo ammettere che non ho mai considerato Totti come il capitano di tutti i tempi: per me, e per molti di quelli della mia generazione, è e resterà Agostino Di Bartolomei, il capitano.
Totti è un’altra cosa. Un umanoide caduto dal cielo con gli scarpini ai piedi e atterrato a Porta Metronia. Nei bar e nelle pizzerie della zona quadri appesi con la sua foto e il suo autografo. Un meccanico racconta con gli occhi lucidi di averlo visto bambino. Ci sono filmati d’epoca. A tredici anni colpiva il pallone come adesso.
Gli allenatori hanno avuto poco da insegnare. Solo Zeman, facendolo giocare largo a sinistra, gli insinuò il dubbio che potesse ricoprire qualsiasi ruolo dell’attacco. Ma ha fatto quasi sempre il centravanti e il trequartista. Anzi, no: ha fatto Totti. Quello che decide da solo, per istinto divino, il posto giusto dove andarsi a mettere.
Anche fuori dal campo.
Non c’è niente di casuale nella sua biografia.
La biografia di una leggenda vivente: la moglie celebre showgirl, i figli biondi e felici, le pubblicità in televisione, i libri di barzellette, le montagne d’invidia (ossessiva e struggente quella dei laziali), uno stupido e sprezzante soprannome («er pupone»), la beneficienza continua e nascosta, il ruolo di ambasciatore Unicef, undici bambini di Nairobi adottati a distanza, la nuova casa che pochi conoscono e tutti descrivono sfarzosa e grande come quella di un imperatore giapponese, 306 gol segnati sempre e solo con la maglia della Roma indossata 763 volte (record italiano), una disciplina militare per restare in forma, Messi che a fine partita gli chiede la maglia, la gente in piedi negli stadi di tutto il mondo che lo applaude, Il Gladiatore tatuato sulla spalla destra.
Non risulta abbia deciso di smettere.
Proprio no.
E ha ragione.
L’anno scorso ero tra quelli che avrebbero volentieri assistito alla sua partita d’addio: per purissimo rispetto del mio amore nei suoi confronti, temevo di dovermene restare mortificato con l’immagine di lui vecchietto, incapace di fare Totti.
Mi sbagliavo. Ci sbagliavamo. Sbagliavano soprattutto Luciano Spalletti (che Ilary Blasi, in un’intervista alla Gazzetta, ha definito «un piccolo uomo») e James Pallotta. Che ha gestito come peggio non avrebbe potuto questo magnifico, interminabile e innaturale tramonto. Invece di pensare a costruire una squadra finalmente vincente, è sembrato non aspettare altro che l’uscita di scena del suo unico calciatore vincente. I tifosi se ne sono accorti e adesso quelli che vanno allo stadio e quelli che restano sul divano davanti alla tivù sono scossi da eccitazione solo se dalla panchina s’alza lui.
Francesco Totti.
Maglia numero 10.
Mi volto e la vedo piegata nella mia libreria. Originale, la sua.
Un regalo di qualche anno fa.
Reliquia.

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Una storia d’amore unica
di Paola Di Caro

Forse perché sono diventata vecchia io, o forse perché lo sei ormai anche tu, oppure perché — e mi sa che è questa la verità – abbiamo fatto tanta di quella strada assieme che pensavamo che alla fine del cammino non saremmo arrivati mai, ma io oggi quando ti vedo France’ ho il cuore che si strizza.
E non lo so se è il senso del calcio questo, o se è le vita, non so se altri in altri stadi e città e paesi e epoche e squadre hanno mai vissuto una cosa così, ma questi occhi che diventano lucidi, le risate che vorresti trattenere dentro perché non sai quante ne restano ancora, le esultanze che ti escono scomposte, quel rimescolamento di tutto e tra tutti quando ci sei tu che fai La Cosa — un gol, un assist, un passaggio dove nessuno avrebbe immaginato che una palla potesse arrivare – sono assieme un miracolo e una sciagura che non siamo ancora pronti ad affrontare. Miracolosa la fortuna di aver goduto di te, con te e per te per 25 anni, sciagurato pensare che senza di te dovremo pur continuare a camminare, che saremo ancora anche felici nonostante quello che c’è stato non ci sarà più, con nessuno mai.
Totti esulta dopo aver segnato il gol della vittoria contro il Real Madrid al Santiago Bernabeu, nella partita di Champions League del 30 ottobre 2002 terminata 0-1
Si sorprendono — quelli che magari ci stanno bene qui ma non ce l’hanno tatuata la Roma nel cuore – che uno stadio possa accendersi per un uomo solo in certi momenti di sbandamento e in epoche di crisi calcistico-affettiva che non solo quella giallorossa, ma tutte le tifoserie italiane stanno vivendo. E invece non è speciale quello che sta accadendo a Roma. Speciale è Francesco Totti. Che per noi che l’abbiamo visto crescere non è stato solo il più forte giocatore che la Roma abbia mai avuto, ma per lunghi anni anche l’unico così grande da appagare la voglia di bello di gente innamorata di calcio che ha vinto quasi niente ma che non si è sentita vinta mai.
«Godetevelo – dicevano allo stadio i più vecchi ai bambini nell’ultima partita delle meraviglie, Roma-Sampdoria —, noi abbiamo avuto la fortuna di ricordarceli tutti, voi non sprecate un attimo». Ed è questa sensazione di amore crescente per un calciatore e un uomo fuori dall’ordinario che rende la storia d’amore tra i tifosi romanisti e Francesco Totti forse unica nel calcio moderno. Perché simboli amatissimi di una squadra, alla quale magari hanno dedicato tutta la carriera, ce ne sono stati tanti e tifoserie che li hanno esaltati e omaggiati altrettanto. Ma campioni che a 40 anni sono ancora i migliori in campo non se ne ricorda nessuno nel calcio moderno.
Lo abbiamo conosciuto ragazzino, stiamo per salutarlo da uomo fatto, volendogli bene ogni giorno di più nell’evoluzione della sua carriera e della nostra vita. E la straordinarietà del rapporto che lo lega a questa città è che ciascuno di noi lo ha sempre visto più come un fratello, un figlio, un fidanzato, un amico, un padre, un cugino, un marito che come un idolo inarrivabile, lui è quello che ti fa dire «Oddio France’, che hai fatto…» come se il suo gesto in campo esprimesse anche un pezzo di te. Una fusione, una simbiosi, una identificazione, un bene che scavalca spalti e barriere e commuove chi ha la fortuna di averlo vissuto, questo è stato per un romanista il Capitano. Ci sarà ancora calcio a Roma dopo Francesco Totti, come c’è stato calcio prima di Francesco Totti. Sarà così perché è giusto sia così. Solo che mentre si alza il soffio di un popolo innamorato per spegnere assieme quelle 40 candeline, è tanto dura crederlo.
Auguri, France’.

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Totti spiegato fuori dal raccordo anulare
di Stefania Ulivi

Di cosa parliamo quando parliamo di Totti? Gli applausi dei tifosi del Crotone all’Olimpico al capitano spiegano bene quello che in tanti si ostinano a non capire. Forgiata da una ventennale solitudine del tifoso tottiano a Milano, la città più restia a coglierne l’essenza — che ho combattuto alimentando con costanza in redazione una parete-istallazione di formidabili fotografie di Francesco — mi dedico periodicamente all’impresa «Totti spiegato al resto al mondo». Impresa ardua e in verità impossibile. Ancor di più oggi, di fronte ai suoi 40 anni, capitano della squadra che non ha mai lasciato da quando era ragazzino.
È difficile spiegare se non hai capito già. Occorrerebbe capire non solo la Roma (in quanto squadra) ma Roma (in quanto città). Una meraviglia assoluta che in molti amano odiare, godendo nel vederla ferita. E Francesco Totti, è il «core de ‘sta città», certo. Ma anche la testa, le spalle, le gambe. Il fegato. L’incarnazione dell’eterno capitolino: candido e disincantato, coatto e generoso, strafottente e anarchico, cinico e sognatore. Totti e il contrario di Totti. La linea eccentrica che unisce gli estremi esistenziali che assicurano la sopravvivenza del romano. Il motto «Mai ‘na gioia», che ti fa tenere la testa un po’ incassata tra le spalle perché, si sa, prima o poi la botta arriva e magari fa meno male. E la sua declinazione: «Non capita, ma se capita..». Se capita si festeggia come non ci fosse un domani.
Il mondo si divide in due: chi Totti lo capisce (e lo ama) e chi Totti lo patisce. Sbaglia chi paragona la natura del culto a quello di un supereroe o un semidio. Altro che divino: anche se capita che fermi un temporale e ribalti una partita già persa, Totti è leggenda perché è umano, troppo umano. Lo porta dipinto su quella faccia un po’ così, campione del mondo di linguaggio non verbale. È il centurione della Roma antica ma anche quello che faceva la comparsa a Cinecittà ai tempi di Ben Hur, o quello con la barba lunga disegnata da Uderzo che oppone l’orgogliosa lentezza alla frenetica efficienza di Asterix e Obelix, è il capopopolo pronto al sacrificio nella Roma papalina, è l’amico di Nando Moriconi, è il ragazzetto di Verdone dei du’ cervi, è insieme Salvatore e Romolo di «Poveri ma belli». È la Roma che non ci sarebbe più senza di lui.
Nato ai bordi di periferia, a differenza di Eros, Totti non se n’è andato in Brianza. Sfidando ragionamenti e previsioni, archivia allenatori e dirigenti. Sentimento batte ragione. E tra tutti il più forte tra i tifosi è la gratitudine. Quello che ha dato negli anni è incalcolabile, è una promessa mantenuta continuamente rilanciata. In campo, certo, e pure in panchina. Gli scherzetti (a Pjanic, al team manager), le passioni ma anche le tristezze. Condividere con le persone a cui vuoi bene certi momenti all’Olimpico quando Totti fa Totti è impagabile. Ci sarà una vita senza Totti, intanto cogliamo gli attimi. Tu chiamale, se vuoi, emozioni.
Tanti auguri Francesco, grazie infinite.

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Totti 4.0 e il ritorno all’infanzia (calcistica)
di Luca Valdiserri

Più che un Benjamin Button prestato al calcio, Francesco Totti sembra impersonare il detto popolare «invecchiando si ritorna bambini».
Nella lunghissima carriera c’è un Totti ragazzo trequartista, un Totti adulto attaccante e un Totti «vecchietto» di nuovo trequartista. Una questione fisica e psicologica. Come hanno dimostrato Dino Meneghin e Gigi Buffon l’età che avanza ti costringe ad allenarti di più, per restare a certi livelli, ma è altrettanto importante che il lavoro quotidiano non sia, appunto, un lavoro ma un divertimento. Solo così può battere il tempo.
Dai 16 ai 25 anni Francesco Totti fa più assist che gol. Arriva in doppia cifra tre volte: 13 gol nel 1998 (a 21 anni), 12 nel 1999 e 13 nel 2001 (anno dello scudetto). Con Zeman parte da sinistra nel 4-3-3, con Capello ha una posizione più centrale, dietro Batistuta e con Delvecchio largo.
Con la maturità calcistica — dai 26 ai 34 anni — Totti non scende mai sotto i 10 gol a stagione: 14, 20, 12, 15, 26 (Scarpa d’oro), 14, 13, 14 e 15. È come se il Totti adulto abbia scoperto il piacere della concretezza. Resta un giocatore capace di straordinarie giocate per i compagni, ma si tuffa gioioso nel ruolo di attaccante, anche se naturalmente parliamo di un falso nueve e non di un centravanti boa.
Il Totti attuale è di nuovo il calciatore che manda in porta i compagni. Un ritorno al passato che vede Edin Dzeko nel ruolo di terminale preferito. Non è un caso: il bosniaco è un calciatore tecnico, che sa leggere il gioco. E con Totti bisogna essere veloci di pensiero, perché i suoi assist nascono sempre dalla rapidità del gesto. «È come se sapesse tutto in anticipo», ha sintetizzato Nicola, l’allenatore del Crotone, ultima vittima degli assist del numero 10.
È logico che Totti, tornato bambino, non voglia smettere. Si diverte troppo. A 50 anni, poi, se vorrà, c’è un ruolo alla Pirlo davanti alla difesa che lo aspetta.

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IL CUGINO DI TOTTI HA SPOSATO IL SUO COMPAGNO –
Quella di Alfredo Totti, cugino del capitano della Roma, e di Giancarlo Del Padrone è stata la prima unione civile celebrata a Monterotondo. A sposarli il sindaco Mauro Alessandri. A loro sono arrivati gli auguri di Francesco Totti: suo padre e quello di Alfredo erano fratelli. Giancarlo ha 53 anni, mentre Alfredo, 47 anni, è un cantante di musica barocca e musicista di fama internazionale. Un’attesa lunghissima e il coronamento di un sogno che dura da 18 anni. Si sono conosciuti nel 1998 in discoteca e ora hanno pronunciato il primo sì della storia del comune eretino. Pur essendo residenti a Palombara Sabina, hanno voluto far celebrare la loro unione al sindaco Alessandri. La scelta non è casuale. Il via libera alle unioni civili a Monterotondo, sempre in prima linea e tra i primi Comuni ad attivarsi per il riconoscimento dei diritti alle coppie gay, era arrivato già nel 2014, quando in consiglio comunale venne approvato a larga maggioranza, l’istituzione del registro delle unioni civili.
«Mi ha fatto davvero piacere celebrare l’unione di Alfredo e Giancarlo – dice il sindaco, Mauro Alessandri – Hanno scelto Monterotondo perché sono rimasti affascinati dal nostro Comune, dall’atmosfera che si respira e dall’attenzione che abbiamo sempre riservato al riconoscimento dei diritti delle coppie gay». E in lista per celebrare altre unioni ci sono già molte coppie.
Morena Izzo, Il Messaggero 7/10/2016

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TOTTI. IO, TRA L’OLIMPICO E IL COLOSSEO– Massimo Cecchini, SportWeek 26/11/2016

La luce dello spogliatoio è calda come una carezza. Seduto su una panca, con addosso la nuova maglia della Nike creata proprio per il derby che incombe, Francesco Totti pare davvero un gladiatore a fine combattimento. Foto e filmati sono terminati. Restiamo soli; e sembriamo all’improvviso essere al centro di una Roma da raccontare. La sua.

Francesco, la Stracittadina alle porte ricolloca Roma sulla scena. Parliamo della città stessa, non solo del calcio. Perciò ci guidi in questo tour virtuale, cominciando dalla cartolina più classica: il Colosseo. Che cosa rappresenta per lei e cosa le fa venire in mente?
«Pensi che il Colosseo per la prima volta l’ho visitato solo nel 2011, a 35 anni. Incredibile, vero? Ero lì con Russell Crowe, il “Gladiatore” del film, ma è stato bello. Ero con mia moglie e i miei figli, ed è stato emozionante. Credo davvero che sia il simbolo della città».

Che cosa rappresentano per lei i gladiatori? Quelli della storia e quelli che sbarcano il lunario davanti ai monumenti facendosi le foto con i turisti.
«Be’, sono due cose un po’ diverse... I primi raffigurano un po’ Roma agli occhi del mondo, i secondi però rappresentano la simpatia del romano, il cercare di sfangarla, di trovare lavoro. Anche perché gli stranieri quando vedono uno con l’elmo ci si fanno subito la foto. Può essere anche una cosa simpatica, sempre nei limiti della legalità».

E la Cupola di San Pietro?
«Un altro simbolo. Nella basilica ci sarò stato 7-8 volte, non di più. La prima da bambino. Ho ancora una foto in cui Giovanni Paolo II mi baciava in fronte».
E da quel momento ha cominciato a giocare bene...
«Be’, quella benedizione sarà stata un segno del destino. Fu un momento toccante, anche se il significato vero l’ho capito man mano che crescevo. Quando l’ho vissuto non pensavo fosse così importante».
E che ne pensa di Papa Francesco?
«C’è un gran feeling. Visto che si è chiamato come me, quando è stato eletto può immaginare le battute che ci sono state qui a Roma. Quando lo incontri, però, ti trasmette davvero gioia di vivere. E poi non è facile trovare un Papa che sia così appassionato di pallone. Conosce tutto. L’ultima volta, prima dell’amichevole del San Lorenzo, i calciatori li conosceva, sia gli argentini che i nostri».
Un’altra cosa tipica di Roma è il traffico.
«Purtroppo è normale. Con 6 milioni di persone che ogni giorno si riversano in città non puoi girare tranquillo, a meno che non lo fai di notte. Anche se negli ultimi vent’anni in centro ci sono andato poco, mi è capitato tante volte di rimanere bloccato, soprattutto sul Lungotevere o sulla Colombo. Il problema è che poi mi riconoscono, basta solo che vedano l’automobile. E quindi mi chiedono subito autografi, foto... Ormai co’ ’sto telefonino è un disastro».
Roma è rappresentata anche dai palazzi del potere, la politica. Quanti l’hanno avvicinata per averla tra le loro file?
«Guardi, sono ambienti che non frequento. Non mi piace farlo, però è vero che hanno cercato di contattarmi perché mi schierassi, ma non l’ho mai fatto perché sono proprio fuori da tutto. Al Quirinale però sono andato: quando abbiamo vinto il Mondiale, non proprio la coppetta di un torneo sulla sabbia...».
E se le nominiamo il Campidoglio?
«Con la sindaca Raggi nessun contatto, quindi penso al matrimonio. Mi sono sposato proprio lì a fianco, all’Ara Coeli. Un giorno bellissimo, ogni volta che passo lì davanti dico ai miei figli: “Lì si è sposato papà”. Se penso che tutta la cerimonia è andata in diretta tv... Da bambino invece al Campidoglio non ci sono mai stato, la statua del Marco Aurelio da vicino non l’ho vista finché non sono diventato adulto, ma tutte quelle scale a fianco posso dire per esperienza che sono pericolose».
Cioè?
«Le racconto questa. Il giorno del matrimonio entriamo in chiesa e c’era un sole bellissimo. Durante la cerimonia sentiamo invece tuoni e pioggia battente. Io e Ilary ci siamo guardati e abbiamo detto: “Proprio adesso doveva succedere?”. Usciamo, e invece c’è di nuovo un sole bellissimo. Si avvicina un mio amico e mi dice: “Occhio, avete tutti e due le scarpe nuove, state attenti quando scendete le scale che si scivola”. Non faccio in tempo a mettere il primo piede che sento un botto gigantesco: era lui, che era caduto per le scale. È stato tutta la giornata col ghiaccio sulla schiena. La scena c’è anche sul filmino del matrimonio. Da lacrime agli occhi per le risate».
Adesso però si commuova un po’ e pensi all’Olimpico.
«La mia seconda casa. Mi piace anche la parola: Olimpico. Ci sono cresciuto. È da 25 anni che mi tengono prigioniero qui dentro, ma è affascinante. La partita non si vede tanto bene, però un po’ mi dispiace pensare che un giorno non si giocherà più qui – Nazionale a parte – quando Roma e Lazio avranno stadi di proprietà».
Ecco, che le piaccia o meno, Roma significa anche Lazio.
«Ho tanti amici laziali. Roma laziale ha le sue idee, i suoi modi di fare. Io la vedo diversa perché tifo “diverso”, però li rispetto. Sono romani allo stesso modo. Ognuno è libero di scegliere la propria squadra del cuore: poi c’è chi è più fortunato e chi meno... Gli sfottò ci stanno ed è giusto, ovvio, l’importante è che non siano offensivi. Prima però era diverso, era peggio, ma era pure più bello. Era tutto più vero, si faceva quello che ci si sentiva di fare. Se dovevano prenderti in giro davanti a tutti lo facevano, anche con me. C’era il momento che gli rispondevi, oppure che facevi finta di niente. Ma era diverso il calcio, adesso è cambiato tutto, magari ti insultano sui social».
Mai capitato qualche brutto episodio?
«Sì, una volta stavo in un parco con mio figlio Cristian e ho incontrato uno che ha cominciato a dirmi parolacce e a urlare: “Magari mori”. Era un coglione che è andato oltre. Una volta, due, poi non ci ho visto più. M’hanno dovuto fermare, se no l’avrei ammazzato a mozzichi...».
A proposito di divisioni, qui in città ci sono tante battute su una presunta differenza antropologica tra chi abita a Roma Nord e chi vive a Roma Sud: lei l’ha mai percepita?
«Io sui social non ci vado, ma un po’ è sempre stato così. I primi sono figli di papà; c’è il soldo, la macchinetta, l’orologio. Si sentono differenti dagli altri, come se loro fossero lavoratori e gli altri no. Un po’ come Roma e Milano: noi non facciamo un cazzo e Milano lavora...».
Sembra una cosa all’Alberto Sordi altro simbolo della sua città. L’ha mai conosciuto?
«No, mai, purtroppo. Avrei tanto voluto. Dopo che è morto sono andato a visitare la sua casa. Grande, con tutti mobili antichi, un po’ fredda...».
Un’altra cosa che rappresenta Roma è Cinecittà, che lei – grazie al Grande Fratello – ormai conosce bene.
«Be’, è stata la patria del cinema; è davvero una città dentro. Bellissima. Solo chi ci è entrato capisce l’importanza che ha. Ora c’è Il Grande Fratello, Ilary è stata bravissima, per me la confermano. Il prossimo anno faranno a botte per entrare nella casa. Io ci andrei, mi diverto, poi alla fine quando mi stufo esco, ma mia moglie non vuole che lo faccia».
Ilary sulla Gazzetta l’ha difesa a muso duro anche contro Spalletti. Al di là del merito, è orgoglioso di lei?
«Sì, molto. Certo, io stavo in mezzo, ma ognuno è libero di dire ciò che vuole e lei l’ha fatto. Ilary è un punto di riferimento nella mia vita. Mi ha dato l’opportunità di avere la famiglia che ho sempre desiderato. È una persona veramente bella, sotto tutti i punti di vista».
I titoli di coda li lasciamo sul calcio. Ora tutto si sta globalizzando: lei cosa ne pensa della perdita di quella romanità che per tanto tempo ha caratterizzato la sua squadra?
«Ad alcuni un po’ dispiace, ad altri meno, perché dicono che coi romani in squadra non si vince. Io dal di fuori preferisco avere romani che tengono alla maglia piuttosto di tanti stranieri che sono di passaggio, però questa è una mia idea».
Francesco, sulla carta questo è il suo penultimo derby.
«Sono a disposizione, così come con Milan e Juve che ci aspettano dopo. I derby di una volta erano più divertenti. Si arrivava prima per mettere gli striscioni con gli sfottò. Da quello che leggo, non torneranno neppure le curve, anche se io spero che le levino ’ste barriere; devono trovare un’altra soluzione. Comunque, se dipendesse da me, contro la Lazio almeno un po’ mi farei giocare, ma non decido io. Quello che è importante però è vincere, con o senza di me. E poi chi ha detto che siano gli ultimi derby? Non cambio idea: se sto bene, potrei continuare a giocare. E non sto affatto scherzando».
Non abbiamo dubbi.

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UN ANNO DI TOTTI – Alessandro Angeloni, Il Messaggero 30/12/2016
Ebbene, sì. Siamo al bilancio. Un bilancio da approvare comunque, senza nemmeno leggerlo. Perché di Francesco Totti non si butta via niente, nemmeno ora che per tanti debba essere gettato via, accantonato come un vecchio scatolone, colmo di storia sì, ma che ora non serve più come prima. Caro Francesco, siamo agli sgoccioli del 2016 e chissà se di questi tempi, l’anno prossimo, saremo ancora qui ad approvare l’ennesimo bilancio, fatto di passioni e pezzi di arte. Dipenderà da come si sente, dai suoi muscoli, dalla testa: ora va dicendo che lascerà, ma vai a capire quanto ci sia di vero o no. Totti è un burlone, prende in giro anche se stesso. Ma forse questa volta non scherza: a Primavera tutto sarà più chiaro e se dovesse ripensarci dovrà trovare la sponda della società, che ufficialmente apre le porte ma poi non si sa come potrà reagire alla richiesta di un altro anno di contratto. Ma forse non sarà così.
L’INIZIO E IL GELO
Certo, questi dodici mesi sono stati unici, un’annata indimenticabile sotto tanti aspetti: troppe cose non sono andate e forse a Totti non era mai successo di vivere questi alti e bassi. L’emozione di aver vissuto un’esclusione, un provvedimento disciplinare alla Cassano: via da Trigoria, in punizione. Quella mattina di Roma-Palermo, 21 febbraio, resta comunque un’eccezione. Un down da cui ci si è dovuti rialzare, sia se consapevoli di aver sbagliato sia se convinti di essere nel giusto. Un’intervista denuncia pagata con il rosso diretto, questo è stato. Sì, anche questo è capitato. L’anno non comincia nel migliore dei modi, insomma. Quel vecchietto pesa come un macigno; quel vecchietto vuole continuare a giocare, come un bambino che non riesce a fare a meno della playstation. Perché è un bambino.
L’AMORE CHE MOVE...
Totti non riesce a fare a meno del pallone, della Roma, nessuno può farci nulla. Bisogna fare qualcosa di eccezionale per convincere i tanti, Pallotta in primis, a farsi portare quel foglio da firmare, poi Spalletti doveva essere convinto a mandarlo in campo. Serviva qualcosa di eccezionale. Si eccezionale per chi Totti non è. Per lui l’eccezionale è la normalità. E normale diventa quella notte di grande emozioni, quando Francesco ribalta il Torino con una spaccata bella e leggera come il bacio di un principe alla sua dama. Pulita come la lacrima di quel ragazzo in Sud che ha pianto per tutti. Normalità, perché quello è Totti, che segna e risegna in nemmeno tre minuti.
LA MANO DI CHECCO
La Roma vince e corre verso la rimonta, lui vede materializzarsi il contratto. Il Palermo è dimenticato da un pezzo, anche se nel frattempo c’è stata anche Bergamo e quella furibonda litigata con Spalletti. Le mura dello spogliatoio dell’Azzurri d’Italia tacciono, non raccontano quello che veramente è successo lì dentro, loro conoscono il pudore. Immaginiamo le urla. Totti fa ancora gol, ma quel giorno rappresenta il capo di un gruppo che non aveva dimostrato attaccamento: Francesco aveva trascinato qualche ragazzo a una serata poco professionale, questo fece arrabbiare Spalletti. Al di là del suo gol salva Roma, i rapporti restano tesi, volano Tapiri d’oro, d’argento e di mirra. Il capitano nell’occhio del ciclone, così il suo allenatore. Il giorno e la notte, la luna e il sole. Opposti che convivono e si sopportano. Il contratto non arriva e Francesco continua a sciorinare colpi di normalità, assist (Bologna), reti (anche Genova), giocate sublimi (Napoli), Roma-Chievo doveva essere il suo addio, con l’Olimpico insolitamente pieno. Perché Totti è come l’amore, move il sole e le altre stelle. L’amore quest’anno ha mosso la moglie Ilary a rilasciare un’intervista di fuoco contro Spalletti, definito dalla first lady un piccolo uomo. Apriti cielo, quelle parole non gli hanno certo fatto un favore, qualche linea di tensione l’hanno creata, o quantomeno non hanno ammorbidito il dialogo con il tecnico. La stagione si apre come l’inizio dell’anno: amarezza (poche presenze da titolare) e qualche soddisfazione (vedi Roma-Sampdoria, arriva lui dopo il diluvio e si riaccendono le luci del sole), portando a casa qualche colpo decisivo per la classifica. Il compleanno, 40 anni, verrà ricordato anche come una festa per la pace con Spalletti: una pace regolata dal buon senso più che dal cuore. Due personalità forti difficilmente si amano, si rispettano forse o quantomeno cercano di farlo pe ril bene comune.
VACANZE E RIVELAZIONI
Totti è in vacanza con amici e non solo e va dicendo di non farcela più, che i muscoli non reggono come prima le fatiche. La Roma nel frattempo manda in giro per il web una foto di auguri con alcuni calciatori e lui (ma non solo) non c’è. La gaffe viene presa male dagli appassionati del capitano. Ci sarà per gli auguri di buon anno, fanno sapere da Trigoria. Il 2017, che forse sarà un anno diverso da tutti gli altri. Eccezionale, normale. Comunque indimenticabile.
Alessandro Angeloni