Gazzetta dello Sport, 13 maggio 2017
Trump e il licenziamento di Comey
Occupiamoci di Trump.
• Come mai?
Parecchie cose. Sta confermando il programma di armamenti ai curdi siriani in vista della conquista di Raqqa, con questo guadagnandosi l’elogio di Adriano Sofri e l’ira di Erdogan. Poi vuole un miliardo di dollari dal nuovo presidente sudcoreano, se il nuovo presidente desidera continuare a essere difeso dagli Stati Uniti. Quindi ha dato un’intervista all’Economist in cui conferma di voler modificare il sistema sanitario di Obama in modo da risparmiare tra i 500 e i 900 miliardi e in questo modo ridurre le tasse alle imprese fino al 10 per cento. «Se mi riesce non ci sarà bisogno di mettere dazi». Se non gli riesce, invece, o per i primi due anni almeno, fino a che l’effetto dei risparmi sulla Obamacare non si saranno fatti sentire, chi andrà a produrre all’estero pagherà un dazio del 35% all’ingresso dei suoi prodotti negli Stati Uniti.
• Sull’immigrazione?
Lotta senza quartiere a quella illegale. Bene invece per l’immigrazione legale, ma i nuovi arrivati non dovranno chiedere sussidi per almeno cinque anni. Nel caso lei fosse un anti-Trump senza se e senza ma, le comunico che perfino quel gran nemico del presidente che è Federico Rampini si è rassegnato all’idea che non sarà possibile spingerlo fino all’impeachment. Non è quella la strada per liberarsene.
• Non sono, esattamente come lei, né contro Trump né a suo favore. Ma in realtà non è per tutte le belle ragioni da lei elencate che ci stiamo occupando di Trump. Ci stiamo occupando di Trump per la storia del capo dell’Fbi inopinatamente licenziato l’altro giorno, dopo quattro anni di servizio che si sarebbe detto impeccabile.
Sì. Le ultime su questa faccenda davvero imbarazzante per il Presidente sono queste: Trump ha minacciato James Comey, l’ex capo dell’Fbi da lui licenziato martedì: «Comey deve sperare che non ci siano nastri delle nostre conversazioni, prima che cominci a parlare con la stampa». Donald ha detto a quelli di Nbc News di aver parlato con Comey tre volte, due per telefono e una di persona, e di avergli chiesto se era indagato per il Russiagate, cioè per la faccenda dei russi che avrebbero influenzato o tentato di influenzare le elezioni dell’anno scorso. Comey - dice Trump - gli avrebbe assicurato di no. Il New York Times scrive invece che l’incontro faccia a faccia fra Trump e Comey avvenne a cena e che a domanda Comey avrebbe negato la possibilità di essere «leale». Lo staff di Trump sostiene che la richiesta di «lealtà» si riferiva al Paese, la ricostruzione del Nyt insinua invece che si trattasse di «lealtà» al presidente. Queste rivelazioni hanno istigato nuove accuse di Trump alla stampa, che a suo dire lavorerebbe in modo «non accurato». Ha minacciato di fornire ai giornalisti solo risposte scritte, in modo da evitare balle.
• Perché è scandaloso che Trump abbia licenziato il capo dell’Fbi?
Il mandato del capo dell’Fbi dura dieci anni. Nessuno s’è mai permesso in passato di licenziare il direttore del Federal Bureau, a parte Clinton che mandò via William S. Sessions nel 1993 quando si scoprì che aveva fatto viaggiare la figlia su un aereo dell’Fbi e s’era fatto installare in casa un sistema di sicurezza a spese del governo. Neanche Hoover, che fondò l’Fbi nel 1935 e lo guidò per 37 anni, fu mai cacciato, benché tutti i presidenti lo odiassero e in particolare Nixon. Hoover aveva dossier su tutti i politici, nei quali erano elencati soprattutto i loro vizi sessuali.
• È vero che questo Comey appena licenziato stava indagando sulla faccenda dei russi che avrebbero aiutato Trump a vincere le elezioni?
Sì, lo ammise lui stesso lo scorso 20 marzo davanti alla Commissione intelligence della Camera: «Sono stato autorizzato dal Dipartimento di giustizia a confermare che l’Fbi sta investigando sui tentativi del governo russo di interferire nelle nostre elezioni presidenziali del 2016. L’indagine è cominciata nel luglio 2016 e si concentra anche sulla natura dei legami tra membri dell’organizzazione elettorale di Donald Trump e il governo russo. L’Fbi sta verificando se ci sia stato un coordinamento tra la campagna di Trump e le manovre russe». L’audizione durò molte ore. Comey negò che ci fossero evidenze sulla notizia, data da Trump, che Obama avesse fatto spiare i telefoni del suo successore («è corretta la reazione dei nostri alleati britannici che hanno definito “ridicola” l’ipotesi di un loro coinvolgimento»). Trump twittò subito un paio di frasi di riparazione («L’Fbi e l’Nsa confermano che la Russia non ha influenzato il processo elettorale»), ma per placare le iene delle redazioni non era abbastanza. Così, alla fine, Comey è stato mandato via, in realtà senza una ragione davvero presentabile. È interessante sapere che Comey è laureato in teologia, e che gli uomini dell’Fbi gli erano molto legati e hanno sconsigliato allo staff della Casa Bianca una visita riparatrice del Presidente. Almeno in questo momento.