Libero, 12 maggio 2017
Macché violini moderni, teniamoci lo Stradivari
Un indigeno della Nuova Guinea, probabilmente, vi direbbe che i bastoncini Findus sono più buoni del caviale Beluga: ma non c’è da trarne una regola.
Ecco perché lascia perplessi (molto) l’esperimento compiuto tra New York e Parigi per stabilire se suonino meglio i mitici violini Stradivari o i migliori violini moderni: il pubblico ha risposto che suonano meglio quest’ultimi, sfatando così il mito degli Stradivari, ma anzitutto: di che pubblico stiamo parlando? L’Accademia delle scienze Usa e il Centro per la ricerca scientifica francese, che hanno condotto l’esperimento ripreso poi dal Corriere della sera, non si sono posti il problema più di tanto. Sicuramente gli strumenti moderni hanno una migliore «proiezione sonora» (detto malissimo: suonano più forte e con maggior precisione) ma per il resto troppe domande restano inevase: che corde hanno usato, moderne o di budello? E che tipo di archetto? E che cosa hanno suonato, una sonata di Corelli o le ramificazioni di Ligeti? E gli esecutori chi erano, di quale scuola? E dicevamo, appunto: chi componeva il pubblico giudicante? Dei violinisti o degli storditi da discoteca? Qualche risposta potrebbe farci capire perché i migliori violinisti del mondo continuano a spendere milioni per procurarsi violini d’antica scuola cremonese (saranno stupidi?) e tra questi Salvatore Accardo, che sul Corriere ha detto: «Si è semplicemente persa la cultura della qualità del suono, non si è più in grado di coglierla». Senza contare che i violini antichi, per qualche ragione, producono un suono sempre migliore col passare del tempo, mentre gli strumenti moderni giusto il contrario.
INVISO ALLA CHIESA
Ma qui si entra in uno dei misteri più affascinanti della storia non solo musicale: i violini Stradivari, appunto. Sarà che è la storia del violini a essere in sè ammaliante: il più vecchio strumento mai costruito venne fabbricato dal cremonese Antonio Amati nel 1564 ed è conservato all’Ashmolean Museum di Oxford; nello stesso museo è conservato anche il violino più famoso, il Messiah, costruito da Antonio Stradivari centocinquant’anni dopo e ancor’oggi perfetto perché non è stato suonato praticamente mai. Sin da subito, quando fu inventato all’inizio del Cinquecento, il violino attirò le ire e gli amori riservati a ciò che è destinato a sovvertire le cose: si cercò di snobbarlo e di liquidarlo come uno strumento da saltimbanchi, un ambiguo e secondario accompagnamento delle danze a cui preferire la viola o il violoncello o il liuto. Poi, però, quando la regina di Francia Caterina de’ Medici lo sdoganò nel bel mondo, si cominciò addirittura a temerlo. La Chiesa lo mise al bando e alcuni editti ne ordinarono la sistematica distruzione: in quel suono c’era qualcosa che non andava. E sarà stata la sua impressionante assonanza con la voce umana, ma le prime associazioni tra violino e demonio iniziarono allora: di lì in poi, per qualche ragione, nessuno si sarebbe mai più sognato di immaginare che un demone potesse suonare, chessò, la tromba, la cetra, o anche solo la viola.
Accadeva mentre la famiglia Amati, a Cremona, aveva già portato lo strumento a livelli eccellenti di perfezione. Ma sulla supremazia dei violini Stradivari, poi, siamo al mistero nel mistero. L’arte di questo artigiano cremonese resta un enigma: la potenza e la corposità ottenuta dal suono dei suoi strumenti sono impressionanti anche nell’eseguire i pianissimo. Gli Stradivari in buone condizioni valgono milioni di euro. solo un altro liutaio cremonese, Giuseppe Guarneri detto “del Gesù”, mantiene una reputazione paragonabile. Né la scienza né la moderna liuteria, per il resto, sono riuscite a fornire risposte convincenti sul perché gli Stradivari siano incomparabilmente i migliori: non è chiaro chi gli abbia insegnato il mestiere, perché la sua tecnologia rinascimentale sia rimasta insuperata, e perché i suoi successori non riuscirono minimamente a eguagliarlo.
Si sa che Stradivari nacque probabilmente come falegname e che fu impareggiabile anche nel decorare i ricci del manico, nell’inserire i filetti ornamentali, nell’intagliare i fori armonici; si sa che ascoltava direttamente le richieste dei musicisti e che fece incessanti sperimentazioni alla ricerca del suono perfetto: anche i suoi violoncelli sono i più apprezzati del mondo. E dire che per svelare il mistero le hanno tentate tutte. Gli strumenti di Stradivari sono stati smontati e rimontati, replicati, esposti alla luce ultravioletta, esaminati al microscopio, sottoposti ad analisi chimiche e a sofisticate tecniche di imaging. Non sono giunte testimonianze circa la composizione delle vernici che usava, sicché gli strati residui sono stati analizzati con spettrometri e con la diffrazione dei raggi X: ma senza risultati apprezzabili. L’adozione di una tecnica usata in ambito archeologico la dendrocronologia, che analizza gli anelli del legno ed è in grado di risalire alla datazione precisa dell’albero utilizzato ha permesso di concludere che in Europa, tra il 1645 e il 1715, ci fu una piccola era glaciale che favorì la crescita di alberi dal legno eccezionale e che permise a Stradivari, forse, di costruire strumenti irripetibili: il dettaglio è che lo stesso legno, proveniente perlopiù da valli del Trentino, fu usato anche dagli altri liutai cremonesi ed europei.
La dendrocronologia in definitiva ha permesso soltanto di smascherare molti falsi Stradivari, costruiti quando lui era già morto da un pezzo. Altro uovo di Colombo era sembrata la scoperta di una polvere situata tra il legno e la vernice degli Stradivari, una sorta di cenere vulcanica che forse l’artigiano usava come impermeabilizzante: ma la maggior parte degli studiosi l’ha giudicata ininfluente.
COME CAMBIARE MOGLIE
Ma le piste suggestive sono anche altre. C’è addirittura l’ipotesi che il declino degli strumenti cremonesi sia legato all’avvento di Napoleone: le strade da lui costruite soppiantarono i fiumi come mezzo di trasporto dei tronchi, e forse l’acqua aveva effetti benefici sul legno; interessante, infine, l’idea che il segreto potesse nascondersi nell’utilizzo di ceppi della marina veneziana, impregnati di sale. In entrambi i casi però si parla di legno che fu usato anche dagli altri liutai: dunque? La morale è che gli strumentisti di oggi che preferiscono strumenti moderni restano un’esigua minoranza: con la complicazione che gli Stradivari sono destinati a un progressivo logoramento come tutto, a questo mondo e che i violini realmente ancora validi non superano la cinquantina, anche se il Corriere parlava di 650. Insomma, tutto finisce: puoi tirarla lunga, ma stanno per finire anche gli Stradivari.
Nell’attesa, per esso si fanno follie. Chiedere a un violinista di cambiare strumento è come chiedergli di cambiare moglie: una pazzia, o una tentazione vertiginosa. Maksim Vengerov, uno degli artisti più dotati dell’ultima generazione, parlò infatti di matrimonio: nel 1997 per il suo Stradivari Kreutzer pagò quasi un milione di sterline. Le violiniste hanno con lo strumento un rapporto ancor più fisico, quasi fosse un’estensione di loro stesse: la tedesca Anne-Sophie Mutter rinuncia alla spalliera e suona il suo Stradivari appoggiato sulla spalla nuda, mentre la giovanissima sovietica Viktoria Mullova, nel 1983, riuscì a passare il confine dopo aver lasciato il suo Stradivari in albergo: il Kgb, che la sorvegliava, perse tempo prezioso perché ritenne impossibile che l’avesse abbandonato.