Panorama, 4 maggio 2017
Tutti i guai dei giudici di Berlusconi
Ci sono tre anziani magistrati di Cassazione che fanno parte di una stessa corte, e... No, non è una barzelletta, anche se ormai un po’ lo sembra. Perché quei tre giudici sono davvero finiti nei guai. 11 primo è indagato per concorso in corruzione. 11 secondo ha un figlio avvocato che rischia il rinvio a giudizio per usura e millantato credito. Il terzo ha un figlio, anche lui magistrato, che è stato condannato per induzione indebita.
Mettiamola così: se non è la maledizione di Tutankhamon, poco ci manca. In effetti, la statistica è straordinaria. Per di più non stiamo parlando di tre toghe a caso: perché si tratta di tre dei cinque giudici della Corte di cassazione che, riuniti nella famosa «sezione feriale» del 1 °agosto 2013, condannarono Silvio Berlusconi a quattro anni di reclusione per frode fiscale nel processo per i diritti Mediaset, aprendo così le porte alla decadenza del Cavaliere da senatore e riducendone l’agibilità politica. Le vicende giudiziarie che li riguardano, però, gettano qualche ombra anche su quello storico verdetto. Ecco le loro storie, a partire dall’ultima. Amedeo Franco, 73 anni, nell’agosto 2013 era stato il giudice relatore della sentenza Berlusconi: quello che l’aveva scritta materialmente. Nel 2015 era finito nelle polemiche perché, da relatore in un processo per frode fiscale simile a quello che aveva condannato il fondatore di Forza Italia, aveva censurato la sua stessa condanna di due anni prima, richiamandola con tanto di numero di repertorio: «Una tesi che non può essere condivisa perché contraria alla assolutamente costante e pacifica giurisprudenza di questa Corte e al vigente sistema sanzionatorio dei reati tributari...». Si era parlato di un tardivo atto di dissociazione.
Oggi Franco è in pensione. Ed è indagato per corruzione dalla Procura di Roma. Gli inquirenti, che il 15 marzo hanno chiesto e ottenuto gli arresti di altre nove inquisiti, lo accusano di essere «intervenuto nei confronti di giudici appartenenti
alla sesta sezione penale della Cassazione per ottenere da loro l’annullamento di un’ordinanza di sequestro preventivo» per circa 7 milioni di euro. L’ordinanza riguardava due società riconducibili al re delle cliniche e parlamentare di Forza Italia Antonio Angelucci, a sua volta indagato per traffico d’influenze.
Angelucci si era rivolto a Franco attraverso Maurizio Ferraresi, dirigente di una Asl romana. Nell’ordinanza di custodia cautelare si legge che, come imbarazzante contropartita, Franco aveva chiesto a Ferraresi un certificato che avrebbe consentito a una sua giovane amica brasiliana di rifarsi il seno addebitandone i costi, circa 9 mila euro, a una compagnia assicurativa. L’inchiesta continua.
Antonio Esposito, 76 anni, della sezione del 10 agosto 2013 era stato il presidente. Suo figlio Ferdinando, invece, è stato sostituto procuratore a Milano: finito sotto inchiesta, nel dicembre 2014 è stato trasferito d’ufficio dal Consiglio superiore della magistratura a Torino, e nel luglio 2016 è stato anche condannato in primo grado dal Tribunale di Brescia a 2 anni e 4 mesi di reclusione. Per lui l’accusa è avere indotto un commercialista a versargli 10 mila euro in cambio deH’opportunità di essere presentato ad altri magistrati milanesi, nella speranza che potessero affidargli consulenze ben retribuite. Esposito jr ha detto che era uno scherzo; i giudici bresciani non gli hanno creduto. Ferdinando aveva anche tentato d’indurre un imprenditore piacentino a subentrargli nell’affitto da 32 mila euro annui di un bell’attico vicino al Duomo, là dove il pm viveva. Per convincerlo, il magistrato aveva segnalato all’imprenditore (che per questo l’aveva denunciato) il rischio di qualche problema giudiziario. La frase riportata nella denuncia era questa: «In Procura può capitare di tutto alle aziende, basta un’inchiesta sbagliata...».
Era anche emerso che l’ex pm milanese tra il 2009 e il 2013 per quattro volte aveva fatto visita ad Arcore a Silvio Berlusconi (che dal 2008 al 2011 era presidente del Consiglio). Nel processo, Esposito jr aveva spiegato di aver chiesto al Cavaliere una mano per entrare in politica o per ottenere un posto al ministero della Giustizia, ottenendo però solo qualche cravatta in regalo. Una delle visite ad Arcore era avvenuta il 22 maggio 2013, uno dei momenti giudiziari più delicati per il Cavaliere. E cioè due settimane esatte dopo la dura condanna subita in Corte d’appello sui diritti tv Mediaset (8 maggio) e un mese prima deH’improvvisa accelerazione con cui la Cassazione avrebbe deciso di affidare proprio alla sezione feriale guidata da Esposito senior il giudizio finale in quel processo (9 luglio). Interrogato, Fernando ha garantito di non avere mai discusso con Berlusconi dei suoi casi giudiziari. In questo caso, i giudici bresciani gli hanno creduto.
Senza che sia necessario stabilire relazioni improprie tra i due fatti, viene comunque da chiedersi se sia normale che il figlio del presidente della sezione di Cassazione che ha giudicato Berlusconi fosse andato a fare visita all’imputato tre mesi prima del verdetto, sollecitando una svolta di carriera per sé stesso. Nessuno, finora, ha alzato un sopracciglio. Potrebbe forse farlo Esposito senior, che sul Fatto quotidiano tiene una rubrica che tratta di correttezza e rispetto delle regole.
Anche Claudio D’Isa, 67 anni, ha un figlio che gli sta dando seri grattacapi. Si chiama Dario, ha 40 anni e fa l’avvocato. Per colpa sua, nel gennaio 2016 D’Isa padre è stato sanzionato dal Csm perché nel marzo 2014 Dario lo aveva convinto a partecipare come ospite d’onore, a Lugano, alla festa di battesimo della figlia di clienti cui l’avvocato teneva particolarmente. Era stata una bella festa, con tanto di trasporto in auto gratuito dalla Campania alla Svizzera, ospitalità in hotel, pranzo in villa e passeggiata sul lago. Il problema è che a organizzare trasferta e party era stata la famiglia Terenzio di Cassino (Frosinone), che in quel momento aveva alcuni membri sottoposti a indagini per bancarotta fraudolenta, truffa ed evasione fiscale, nonché a misure di prevenzione patrimoniale per circa 150 milioni. In passato i Terenzio erano stati prosciolti da accuse di contiguità con la camorra, ma proprio in quel momento un loro processo stava approdando alla Cassazione. Insomma, D’Isa padre avrebbe fatto meglio a restare a casa. Al Csm il procuratore generale Mario Fresa aveva criticato il «forte disvalore deontologico della condotta» del giudice e sottolineato «il disdoro arrecato alla magistratura». La cosa era poi finita come spesso capita ai giudici inquisiti: un buffetto e via. Nel caso di Claudio D’Isa, il Csm lo ha privato di due mesi di anzianità.
Ora, però, suo figlio Dario pare dibattersi in guai molto più grossi (vedere il box a sinistra). A fine gennaio la Procura di Torre Annunziata ha chiuso le indagini su di lui e altre 15 persone. L’accusa per tutti è usura e millantato credito. Una serie d’intercettazioni eseguite nell’autunno 2013 avevano ingenerato anche il sospetto di una complicità del padre magistrato, perché l’avvocato spendeva il suo nome per ottenere 7 mila euro dal fratello di un imputato che rischiava la galera se non fosse stato accolto un ricorso in Cassazione. Le indagini hanno poi stabilito che D’Isa padre si sia trovato in mezzo a una «trattativa paralegale» cui ha assistito incolpevolmente. E si sa, le colpe dei figli non ricadono sui padri.