Corriere della Sera, 12 maggio 2017
La danzatrice ritrovata e altri canoni. Il classicismo stilizzato di Mascherini
Negli anni Trenta, Marcello Mascherini (1906-1983) trascorre quasi tutte le estati in spiaggia. «Vedevo giovani immergersi nel mare, uscirne grondanti, rituffarsi, saltare, gridare, nuotare. Nella panica gioia di quel contatto con l’acqua e in tutto quel muoversi io ravvisai l’estate. Scelsi una di quelle donne che si bagnavano a modello della mia statua» dove «ogni istinto creativo è stato dominato da una coscienza plastica». Ricordando quel periodo, nel ’52 una sua Bagnante diventa una splendida donna formosa, acefala, piegata sul ginocchio destro, con le braccia conserte sotto i seni.
Adesso è in mostra a Padova, nella rassegna dedicata allo scultore di Udine, curata da Lorenzo Nuovo (Palazzo Zuckermann, sino al 30 luglio), assieme a 43 lavori: dal 1925 ( Segreto ) al 1974 ( Satiro ). L’opera richiama La nuit (anni Dieci) di Aristide Maillol (1861-1944), cui Mascherini guardava per conciliare arcaismo e classicismo. La statuaria di Maillol, infatti, come ha notato Cesare Brandi a suo tempo, era diventata una sorta di «serbatoio», dove gli scultori moderni attingevano a piene mani. Maillol rendeva sul piano plastico i volumi dipinti da Renoir? Sì, a sentire Paul Fierens: «Le donne dell’uno e dell’altro provengono dalla stessa famiglia» diceva.
Qualche anno prima della Bagnante, Mascherini realizza una Danzatrice che espone alla Quadriennale romana del 1951 e che viene acquistata da Walter Bechtler per la sua Fondazione zurighese. Nel 2015 il bronzo rientra a Padova e, adesso, è l’immagine-simbolo della mostra sul rapporto fra la città di Sant’Antonio e l’artista (i lavori a Palazzo del Bo, il sodalizio con Paolo De Poli, la sua partecipazione alla VII rassegna d’arte sacra, la sua morte all’ospedale patavino). I soggetti? Putti, ritratti, torsi, divinità, teste muliebri, baccanali, miti ( Il ratto d’Europa ), tori, fauni, amazzoni, arcangeli guerrieri, sirene, orchidee, vestali, minotauri e via dicendo.
C’è un gesso, a Padova, che incuriosisce: Frate Francesco, del 1926 (Mascherini ha 18 anni). Nato a Udine nel 1908, l’artista durante la Prima guerra mondiale è profugo in Molise, ad Isernia, dove vive in campagna, in modo quasi primordiale. Qui si manifesta la sua vocazione alla scultura: fa statuette per i presepi. È ancora bambino, ma questi quattro anni saranno decisivi per la sua formazione. Nel 1919 va a vivere a Trieste: studia per un biennio all’Istituto industriale; ma a 16 anni deve lasciarlo e mettersi a lavorare. L’Accademia è un sogno che sfuma. Mascherini scolpisce e disegna per proprio conto. Senza rendersene conto, plasma Frate Francesco come una statuetta da presepe.
Da autodidatta segue i dettami d’un certo classicismo propugnato da De Chirico, Carrà, Bontempelli e, globalmente, dal Novecento. Nel ’25, la prima esposizione. Silvio Benco lo «scopre» e ne scrive favorevolmente su «Il Piccolo». Nel ’31 partecipa alla Quadriennale di Roma, dove vede il Figliuol prodigo, Maternità, Sposa felice e Nudo al sole di Arturo Martini: una rivelazione. Mascherini si libera dell’accademismo iniziale. Nel ’33 è alla Triennale di Milano; nel ’34 alla Biennale di Venezia. Nel ’38, la Biennale veneziana gli dà una sala intera. La seconda rivelazione avviene verso il ’40: quando lo scultore «scopre» i bronzetti etruschi: «Una perfetta aderenza fra vita e arte, un eternare le cose più semplici che circondano l’esistenza e quasi un senso musicale dell’armonia suggerita dal ritmo universale» annoterà. Mascherini, insomma, se da un lato agisce d’istinto, dall’altro prende sempre più coscienza del proprio lavoro. Anche se la curiosità lo porta a tentare varie esperienze, a cercare riferimenti sempre diversi, egli sfugge a scuole e accademie. È attratto dall’eleganza formale ma non cade in manierismi. I suoi nudi diventano sempre più stilizzati. Non imita, ricrea. Verso la fine degli anni Cinquanta, con l’Informale, lo scultore cambia totalmente. Non è solo questione di gusto: l’artista perde la moglie, Nera. E con essa muore un certo ideale di bellezza. Si incammina per altre strade: sassi, tronchi, grotte sostituiscono vestali, danzatrici, fauni; sino al ciclo dei «Fiori», costruiti con le pietre e poi fusi in bronzo.
Quando a Parigi, egli incontra l’attore e regista Boris Vian e lo scrittore e musicista jazz Jean Louis Barrault, decide di occuparsi anche di teatro. Da qui, scene, costumi ed anche regie per il Teatro Stabile di Trieste e per il gruppo «La cantina». Come nella commedia dell’arte, improvvisa di volta in volta. Il senso della teatralità gli è innato e gli permette di scandagliare quel classicismo aulico da lui vissuto con notevole sensualità in cui rivive un ideale pagano, in particolare il mito del dio Pan.