Corriere della Sera, 12 maggio 2017
Perché sarebbe importante stringere patti prima del «sì»
Le sentenze della Corte di Cassazione hanno raramente un’eco così ampia sugli organi di stampa. La pronuncia sul divorzio interessa le persone sposate, quelle che hanno intenzione di sposarsi, quelle separate, quelle che hanno intenzione di divorziare e quelle divorziate. Sono grandi numeri. In concreto la Suprema Corte (i giudici intervengono quando il legislatore tace) ha detto che quando l’ex coniuge chiede l’assegno divorzile, per averne diritto deve dimostrare i suoi redditi di qualsiasi specie, i suoi cespiti patrimoniali, le capacità e le possibilità concrete di lavoro, la disponibilità della casa. Insomma, l’assegno divorzile può diventare un punto interrogativo sia a proposito della concessione, sia a proposito dell’entità. Comunque non si deve più tenere conto del «tenore di vita» della coppia durante il matrimonio. Va in secondo piano tutto ciò che è stato pattuito in sede di separazione consensuale o disposto dal giudice in sede di separazione giudiziale. La sentenza della Cassazione dice che il divorzio con i suoi effetti giuridici non può avere una «indebita prospettiva, per così dire, di ultrattività del vincolo coniugale». Sono parole pesanti. Dopo il giorno delle «emozioni» è giusto fare due riflessioni. La prima riguarda la carenza nella nostra legge della possibilità di stipulare «patti prematrimoniali» (come invece è possibile nella maggior parte degli Stati europei), cioè di concordare prima quello che deve succedere sul piano economico nel caso del fallimento del matrimonio. Gli accordi prematrimoniali eviterebbero quei penosi litigi quando la crisi coniugale assume profili economici. L’altro rilievo riguarda la possibilità che la nostra legge consente, in sede di divorzio, di risolvere i rapporti economici tra i coniugi in modo definitivo, con una somma o una attribuzione patrimoniale che costituisce una chiusura una tantum. La soluzione una tantum non lascia spazio a nessuna ulteriore richiesta economica, a nessuna aspettativa successoria, a nessuna reversibilità della pensione. Dunque si deve fare il possibile, al momento del divorzio, o addirittura all’inizio della crisi coniugale, per trovare un accordo tra i coniugi di chiusura definitiva. Rimarranno solo i problemi per il mantenimento dei figli, ma questo è un tema su cui per fortuna la conflittualità spesso è meno accesa.