Corriere della Sera, 12 maggio 2017
Sophie neonata, spedita a 2.000 amici. Compie vent’anni la prima foto social
La prima foto social è oggi una ragazza di vent’anni, Sophie Kahn. Aveva solo pochi minuti di vita quando l’11 giugno del 1997 suo padre Philippe, informatico, inventore e imprenditore francese trapiantato nella Silicon Valley, spedì via cellulare dal reparto di maternità dell’ospedale di Santa Cruz la sua immagine a duemila persone: amici e parenti suoi e della moglie.
Nasceva così lo strumento (e un modo di condivisione) che ha cambiato per sempre il nostro rapporto con le fotografie: non solo grazie ai social network, uno per tutti Instagram, ma per i miliardi di immagini che ogni anno si scambiano nel mondo in tempo reale. Se ciascuno di noi può catturare e condividere tramite il telefono che ormai teniamo sempre in tasca ogni attimo della nostra vita è grazie all’immagine di quella bambina.
«Ovviamente all’epoca non esistevano gli smartphone – spiega Kahn da Santa Cruz —. Mi ci sono voluti dieci mesi per preparare l’apparecchiatura e i programmi necessari: ho dovuto costruire sia la piattaforma informatica che l’apparecchio vero e proprio». Lo ha fatto collegando un portatile Toshiba con un telefonino Motorola e una fotocamera della Casio: «L’idea non era soltanto spedire la foto, ma condividerla: il sistema la postava in automatico sul web e i destinatari ricevevano via mail una notifica con un link per vederla. L’hanno guardata su un computer perché neppure loro avevano gli smartphone».
Kahn e la moglie Sonia Lee erano i fondatori di un’azienda, la Starfish Software, che sviluppava programmi per sincronizzare i dispositivi digitali, in particolare wireless, venduta a Motorola per 325 milioni di dollari un anno dopo l’invio di quella immagine. Aveva quindi le competenze necessarie.
L’idea però gli è venuta anche perché erano entrambi immigrati: «Le nostre famiglie sono sparse per il mondo – dice —. La mia in Europa, Francia, Inghilterra, Italia, la sua in Corea e Cina. Ero contentissimo di essere riuscito a spedire la foto ed è stato straordinario ricevere subito le loro mail di commento».
Il passo successivo «da scienziato e inventore» è stato registrare il brevetto e fondare una società che si occupasse di fotocamere per cellulari, la LightSurf: «Ho contattato Kodak e Polaroid ma dormivano in piedi e non se ne sono occupati – racconta —. Allora su consiglio del giornalista del Wall Street Journal che si occupava di tecnologia, Walt Mossberg, sono andato in Giappone e l’ho brevettata anche lì». Così nel 2000 la Sharp ha usato la sua tecnologia per il primo telefonino con fotocamera integrata messo in commercio al mondo.
Il resto è storia. Anzi: la nostra vita quotidiana.
Per lui è anche un grande successo personale: è arrivato negli Stati Uniti a 28 anni e ha fatto tutto da solo. «Vengo da una famiglia operaia: sono il primo nella mia famiglia ad aver finito le superiori e mia madre, una violinista classica, mi ha tirato su da sola». Oggi che ha 65 anni e dedica molto del suo tempo alla filantropia guarda alla sua intuizione con molta soddisfazione e un po’ di ironia: «Sono sempre concentrato sulla prossima avventura, non sono bravissimo a registrare i ricordi». Quanto a sua figlia, studia alla New York University e oggi non vuole mostrare le sue foto sui media: «È molto divertita da questa storia, ma non vuole essere ricordata come la bambina della foto sul telefonino».