Corriere della Sera, 12 maggio 2017
I due sistemi in campo
La commissione Affari costituzionali della Camera torna nella casella di partenza scegliendo, come testo base per la legge elettorale, un sistema proporzionale che estende al Senato l’Italicum in vigore per la Camera. Martedì ci sarà una votazione per l’adozione del testo base presentato dal presidente Andrea Mazziotti di Celso. Seguirà il termine per la presentazione degli emendamenti (venerdì 19) e poi, la settimana successiva, inizieranno le votazioni che dovrebbero terminare in tempo per l’approdo in Aula previsto per il 29 maggio. Su tutto questo aleggia un interrogativo: nelle stanze segrete di Pd, M5S e FI il testo base è considerato un punto di partenza, come ha ribadito Mazziotti, o un punto d’arrivo? Se, infatti venisse votato il disabbinamento tra l’Italicum bis e le altre 30 proposte di legge in materia elettorale depositate in commissione, il campo d’azione degli emendamenti verrebbe ristretto a esso. Come dire, prendere o lasciare. La tecnica del disabbinamento è già stata sperimentata nella partita sulle indennità e i vitalizi dei parlamentari: i grillini, che hanno portato in aula la proposta Lombardi sulle indennità, hanno sfidato il Pd offrendo la possibilità di votare subito la proposta del dem Richetti sui vitalizi. Che però segue un proprio percorso autonomo.
Una sola scheda e metà dei seggi con l’uninominale
L o chiamano «modello tedesco» ma, in realtà, lo schema illustrato in commissione Affari costituzionali da Emanuele Fiano (che non ha depositato testi) ricalca più o meno la proposta presentata il 16 dicembre 2016 dai verdiniani Massimo Parisi e Ignazio Abrignani. Il «verdinellum», come amano definirlo i grillini, prevede un sistema misto che, con un occhio rivolto alla governabilità, tiene insieme 309 seggi (proporzionali) e 309 (maggioritari) più 12 della circoscrizione estera.
Il sistema
L’elezione della metà dei componenti di Camera dei deputati e Senato della Repubblica avviene tramite collegi uninominali a turno unico, l’altra metà con ripartizione proporzionale dei voti. La selezione degli eletti della quota proporzionale avviene tramite lista bloccata che può comprendere dai 3 ai 6 candidati da presentare in collegi plurinominali. Previste alleanze preelettorali tra i partiti. La soglia di sbarramento per la quota proporzionale sarebbe fissata tra il 3% e il 5% sia per le liste coalizzate sia per quelle che corrono da sole.
Chi guadagna e chi no
La proposta del Pd prevede che all’elettore verrà consegnata un’unica scheda sul modello di quella in uso per l’elezione dei sindaci delle città con oltre 15 mila abitanti. Accanto al nome del candidato del collegio uninominale, dunque, compariranno i simboli delle liste alleate che lo sostengono: se si barra con una «x» anche il partito il voto si trasferisce automaticamente sulla lista proporzionale indicata. I 309 seggi uninominali assicurano un vantaggio quasi certo per la governabilità premiando partiti strutturati sul territorio e penalizzando i piccoli (non c’è lo scorporo come nel Mattarellum che faceva pagare un prezzo ai grandi partiti, a vantaggio di quelli piccoli, per ogni seggio uninominale conquistato): la Lega al Nord, il Pd al Centro, il M5S al Sud. Così Forza Italia si sente tagliata fuori dal gioco e per questo si è messa di traverso mentre la Lega ha subito sposato la proposta del Pd. In principio – nello schema «tedesco» poi adottato dal Pd – la proposta dei verdiniani Parisi e Abrignani prevedeva un premio di governabilità per la lista o coalizione più votata fissato in 90 seggi per la Camera e in 45 per il Senato. Questo aspetto, non citato da Fiano, è stato il boccone più amaro per Forza Italia.
Capilista bloccati e soglia al 3% nelle due Camere
A gennaio la Corte costituzionale ha bocciato l’Italicum (la legge elettorale a doppio turno fatta approvare con la fiducia dal governo Renzi in vista dell’abolizione del Senato, poi fallita con il No al referendum), lasciando sul campo il «Consultellum» senza ballottaggio e con premio di maggioranza alla lista che supera il 40%. Il sistema residuale, però, ora vale solo per la Camera. Il testo base su cui avviare la trattativa tra i partiti presentato dal presidente della commissione Affari costituzionali Andrea Mazziotti di Celso è un Italicum bis sostanzialmente proporzionale (con una soglia al 3% per Camera e Senato) che piace a M5S e FI perché più o meno rispecchia il Legalicum.
Le regole
Il «Legalicum» sponsorizzato dai grillini, e da ultimo sposato anche da Silvio Berlusconi, estende al Senato le regole lasciate sul campo dalla Consulta per l’elezione dei deputati. Se nessun partito raggiunge il 40%, il sistema è proporzionale: per esempio, il 20% dei voti validi si tradurrebbe nel 20% dei seggi e questo aspetto piace anche a partiti più piccoli, da Alleanza popolare fino a Sinistra italiana e Articolo 1 -Mdp.
I collegi
Sono 100, alla Camera, i collegi con i capilista bloccati (ogni segretario di partito sceglie i suoi) mentre gli altri candidati se la dovranno vedere con la doppia preferenza di genere. Al Senato i collegi bloccati sono 50 ma il meccanismo dei parlamentari prescelti dai segretari viene contestato da Mdp e da Stefano Parisi di Energie per l’Italia. Ci saranno anche le pluricandidature care ai centristi di Ap (la possibilità per lo stesso candidato di schierarsi anche in 10 collegi diversi) ma, come ha stabilito la Corte, l’opzione alla fine dovrà esser fatta su criteri oggettivi. Dunque nello schema proporzionale del «Consultellum/Legalicum» il pluricandidato è costretto a scegliere il collegio nel quale il suo nome ha portato più voti lasciando agli altri quelli in cui ha ottenuto risultati inferiori. Le soglie di sbarramento (3% nazionale alla Camera e 8% al Senato) devono essere armonizzate, come ha chiesto il presidente della Repubblica, ma i partiti hanno opinioni diverse. Il Pd vorrebbe portarle al 5% ma al Nazareno qualcuno spera che lo sbarramento del Senato rimanga all’ 8% generando così un effetto maggioritario. Con soli 4 partiti sicuri a Palazzo Madama: Pd, M5S, FI e Lega.