ItaliaOggi, 11 maggio 2017
Il colonnello Gheddafi non era uno spericolato mattacchione che agiva un po’ sopra le righe ma era un implacabile dittatore sanguinario
Non so quanto valga Hishar Matar come romanziere. Per i romanzi (a meno che non siano «di genere», da quattro soldi) proprio non ho orecchio. Ma come saggista e memorialista – persino come storico e cronista delle primavere arabe, «quel breve periodo di speranza fra la rivoluzione e la devastante guerra civile che è seguita» – l’autore del Ritorno è uno che sa come raccontare le storie. Non che sia piacevole da raccontare una storia come la sua, della sua ossessione (al centro del libro) per il rapimento e la scomparsa del padre nelle carceri libiche; la storia della sua famiglia, delle persecuzioni, delle campagne di stampa, delle telefonate di Saif al-Islam Gheddafi, figlio del tiranno; infine anche della rivoluzione e del disastro che ne è seguito.
Hishar Matar è figlio di Jaballa Matar, ex militare ed ex diplomatico, un oppositore del regime in esilio al Cairo fin dagli anni settanta. Mu’ammar Gheddafi, poco compianto Raìs di Tripoli, ne commissionò il rapimento al suo compare egiziano, Hosni Mubarak (lo zio di Ruby). Era il 1989. Dal carcere, dopo il rapimento, filtrò qualche lettera, una registrazione su nastro e dal 1996 in avanti più nulla, solo qualche controversa e vaga testimonianza.
Nel 1996, si sarebbe saputo in seguito, furono segretamente liquidati oppositori a migliaia, e forse Jaballa Matar era tra questi. Una delle sue lettere diceva: «A volte passa un intero anno senza che io veda il sole o possa lasciare la mia cella». In queste celle, dal mattino a notte inoltrata, erano continuamente trasmessi, a pieno volume, demenziali discorsi del Raìs e insensati inni in suo onore. Insieme a Jaballa Matar, finirono in carcere anche suo fratello e alcuni suoi nipoti, che avrebbero lasciato il famigerato carcere d’Abu Salim solo nel 2010, dopo oltre vent’anni d’isolamento e torture.
Quanto ai libici scampati al repulisti di Gheddafi, «erano stati cambiati» dal regime, per esempio attraverso «la militarizzazione delle scuole», dove «i ragazzi dovevano presentarsi «in uniforme e strisciare sul terreno con un fucile prima delle lezioni mattutine». Avevano «assistito alla proibizione di libri, musica e film, alla chiusura di cinema e teatri, alla messa fuori legge del calcio e a infinite altre angherie con cui la dittatura libica, come un amante impazzito di gelosia, infiltrava ogni aspetto della vita pubblica e privata».
Quello di Gheddafi era un regime sadico e sanguinario. Oggi, a quasi dieci anni dalla caduta e dal linciaggio del Raìs, i politici europei che negli ultimi tempi si sono fatti piacere Putin, Erdogan e persino al-Assad sospirano al ricordo di quanto andavano meglio le cose sotto il Raìs (ah, che errore fu, cara signora, prestare aiuto ai rivoluzionari che rovesciarono la dittatura come l’ex Cavaliere, che una volta a Gheddafi baciò la mano, sconsigliò fino all’ultimo di fare).
Naturalmente è vero scrive Hisham Matar, che dopo la rivoluzione «l’intero paese era sospeso sulla lama di un coltello e che «in meno di due anni, le strade del centro di Bengasi, intorno all’albergo dove adesso giacevo fissando il soffitto, sarebbero diventate un campo di battaglia. Degli edifici, ora abitati da famiglie con i loro segreti, sarebbero rimasti scheletri spettrali, bruciacchiati e vuoti. Parecchie delle persone che avevo incontrato sarebbero state assassinate». Ma la questione, alla fine, è una sola, e non c’è modo d’aggirarla: i libici (e noi, cittadini delle società aperte) potevano tollerare più a lungo il regime del Raìs?
Gheddafi era l’uomo che nel 1988 aveva fatto esplodere in volo un aereo con 270 (270!) passeggeri nel cielo di Lockerbie; era l’uomo che mandava i suoi assassini a uccidere gli oppositori in tutte le capitali europee e di cui si diceva che nel suo «compound di Bab al-Azizia nascondesse prigioni sotterranee dov’erano rinchiusi i suoi piú decisi oppositori» – storie, queste ultime, «troppo fantasiose», si pensava, «per essere credibili». Poi si scoprì che «quei racconti erano veri. Gheddafi amava tenersi vicini i piú strenui oppositori per poter dar loro un’occhiata di tanto in tanto: sia ai vivi sia ai morti. Si sono scoperte celle frigorifere con i corpi di dissidenti assassinati molto tempo prima». E allora? Dovevamo tenercelo per paura del «caos»?
A Berlusconi il Raìs piaceva (che sarà mai qualche cella frigorifera). Piaceva anche a Tony Blair e ai liberal americani. Ma non piaceva ai libici. Non piaceva neppure alle democrazie vere, cioè né televisive né digitali. È che siamo fatti così. Abbattere i tiranni, e dare una mano a chi vuole abbattere i tiranni, è ciò che si potrebbe chiamare, aggiornando Kipling, il fardello dell’uomo libero.
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Hishar Matar, Il ritorno. Padri, figli e la terra fra di loro, Einaudi 2017, pp. 252, 19,50 euro, eBook 9,99 euro.