Il Sole 24 Ore, 11 maggio 2017
L’addio al carbone costerà 2,7 miliardi
Quanto ci costerà passare all’energia libera dal carbone? I conti sono stati inseriti nella nuova Strategia energetica nazionale presentata ieri dal governo: un costo per la collettività tra i 2,3 e i 2,7 miliardi per una transizione al 2025-2030. Nel contempo si lavorerà su una serie di misure per migliorare il nostro mix energetico e le performance in termini di efficienza, soprattutto con incentivi per lo svecchiamento del parco auto e con una riforma degli eco-bonus edilizi.
Il documento presentato in audizione alla Camera dal ministro dello Sviluppo economico, Carlo Calenda, e dal ministro dell’Ambiente, Gianluca Galletti, sarà oggetto per un mese di una consultazione pubblica prima del via libera definitivo. Le singole misure saranno poi trasformate in norme, con un “decreto Energia” o forse nell’ambito della manovra d’autunno.
La nuova Strategia, che aggiorna quella del 2013, indica tre obiettivi: ridurre il gap di prezzo, raggiungere gli obiettivi clima-energia in linea con Cop 21, migliorare la sicurezza di approvvigionamento. Al 2030, come da target Ue, l’Italia dovrà mantenere l’1,5% di risparmio obbligatorio annuo da efficienza energetica, tagliare di almeno il 33% le emissioni di gas serra non-Ets (emission trading system) rispetto al 2005, portare le rinnovabili al 27% sui consumi complessivi (con il 17,5% siamo già oltre l’obiettivo 2020). «La rotta – dice il ministro Galletti – è chiara: obiettivi di Parigi, fortissima spinta per l’efficienza energetica, progressiva de-carbonizzazione a lungo termine».
Efficienza energetica
Il target di efficienza energetica – 9 Mtep di consumi tra il 2021 e il 2030 – richiederà uno spostamento delle politiche pubbliche, oggi molto orientate sull’industria, verso i trasporti e il residenziale. Nel primo caso, partiamo da un parco di 37 milioni di auto di cui il 45% è ancora “euro 0-3”. Il governo pensa a un sistema di sovvenzione per il passaggio a modelli meno inquinanti, non solo l’elettrico. «Non una rottamazione lineare – dice Calenda – ma un intervento maggiormente selettivo, dal costo molto più ridotto, per evitare un’alterazione violenta del mercato». Tra le ipotesi ci sarebbe un aumento del bollo auto, crescente per cilindrata e per classe di consumo e con possibili tetti per i redditi più bassi. Le entrate coprirebbero gli incentivi per l’acquisto di nuove vetture meno inquinanti.
Nel settore residenziale, è invece in arrivo la riforma degli eco-bonus con la detrazione fiscale parametrata al risparmio atteso dall’intervento. Si guarda inoltre al modello tedesco, che vede in campo la KfW, l’equivalente della Cassa depositi e prestiti, per creare un Fondo di garanzia che faciliterebbe eco-prestiti ai proprietari dell’immobile. Con 50 milioni – secondo le stime – si coprirebbero interventi per 1 miliardo, risolvendo il problema degli incapienti, cioè i titolari di redditi bassi che non pagando l’Irpef oggi sono di fatto esclusi dalle agevolazioni.
Decarbonizzazione
La trasformazione del mix energetico fissa un 50% da rinnovabili al 2025-2030 ma con un sostanziale abbandono dei vecchi incentivi. Per il fotovoltaico, ad esempio, si pensa di introdurre contratti a lungo termine da attribuire tramite asta. L’obiettivo più complesso è ovviamente l’addio al carbone. Lo scenario inerziale prevede una riduzione di 2 GW di capacità a carbone, quello intermedio 5 GW, quello più ambizioso – sul quale vorrebbe puntare il governo – 8 GW con dismissione di tutti gli impianti oggi attivi. In questo caso, rispetto allo scenario intermedio, gli investimenti in sicurezza e sostituzione con nuova capacità generativa ammontano a 2,3-2,7 miliardi. Il punto, avvisa il ministro Calenda, è che abbracciare uno scenario simile significa non frapporre ostacoli quando bisognerà bilanciare il nostro fabbisogno con investimenti e infrastrutture per altre fonti che non potranno essere solo le rinnovabili, a partire dal termoelettrico che dal 2018 dovrebbe essere supportato con il lancio del «capacity market» e dal gas per il quale bisognerà sfruttare meglio la rigassificazione. Il settore petrolifero resta invece ai margini del documento, con focus sulla riconversione di ulteriori impianti in bio-raffinerie e possibile riduzione progressiva delle accise sulla benzina con contestuale incremento sul gasolio.
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Le imprese pagano fino al 45% in più
Dalla nuova Strategia non ci si può attendere un annullamento di divari di prezzo persistenti e sedimentati negli anni. Più realistico sperare in una parziale annullamento del gap.
Per capire da dove si parte torna utile il Rapporto sul mercato dell’energia appena pubblicato sul sito del ministero dello Sviluppo economico. L’energia elettrica il caso più critico: con l’eccezione delle famiglie collocate nelle fasce inferiori di consumo, il prezzo italiano è tra i più elevati in Europa (dal 17 al 54% in più della media Ue 27); non va meglio per le imprese che soffrono un differenziale che va dal 22 al 45% in base alla classe di consumo.
Merita un discorso a parte il gas, in cui riveste un peso determinante la componente fiscale. Per le famiglie, il confronto con gli altri Paesi ci penalizza solo per le classi più alte di consumo. Al contrario, per le imprese il differenziale è maggiore per quelle con i consumi più bassi, che pagano un prezzo superiore del 17% alla media Ue.
Il dato comune, ad ogni modo, è che nel 2016 sembra essersi arrestato il processo di (parziale) convergenza dei prezzi italiani verso quelli europei iniziato dopo il 2012.
La Sen indica due linee di azione, che non sono prive di qualche rischio e che saranno forse divisive in sede di consultazione. Il prezzo dell’energia elettrica per i grandi consumatori industriali dovrà scendere con le nuove agevolazioni per gli energivori che, dopo il via libera della Ue, dovrebbero scattare nel 2018. Circa 3mila le imprese interessate, manifatture medie e grandi, che pagheranno di meno in termini di onere per gli incentivi alle rinnovabili. Le imprese ad altissimo consumo (rapporto tra costo bolletta elettrica e valore aggiunto superiore al 20%) pagheranno solo lo 0,5% del valore aggiunto. Per le imprese con un rapporto inferiore al 20%, invece, l’onere sarà variabile e calcolato in base al costo energia/fatturato, ma comunque almeno pari al 15% dell’importo non agevolato. Un sistema apparentemente complesso ma, secondo le simulazioni, efficace al punto da consentire risparmi significativi: oggi un impresa con consumi tra 70 e 150 Gwh/anno paga tra 75-87 euro per Mwh, con la riforma si scenderà fino a una forbice tra 53 e 74 euro per le imprese super energivore. Un assist, ad esempio, per le grandi imprese siderurgiche, come l’Ilva o la ex Lucchini di Piombino al bivio del rilancio. Da verificare, semmai, l’impatto in termini di redistribuzione degli oneri su altre tipologie di utenze, come quelle domestiche e le piccolissime imprese.
Altro problema, altra soluzione per quanto riguarda il gas. Si calcola che tra Psv (prezzo di scambio sul mercato italiano) e Ttf (prezzo di scambio sul mercato olandese) permanga una differenza del 10%, quasi integralmente legata ai costi di logistica. L’antidoto in questo caso si chiama “corridoio di liquidità”, che potrebbe valere risparmi per 300 milioni. Per alcuni anni, un soggetto regolato andrebbe ad acquisire capacità di trasporto dagli hub del Nord Europa dove il mercato è liquido. La capacità acquisita potrebbe essere offerta ai consumatori italiani tramite servizi di trasporto integrati su più reti e mediante aste giornaliere.
Qualche discussione in più, in epoca di movimenti “Nimby”, potrebbe produrla il piano per ridurre la nostra elevata dipendenza da forniture di gas russo (problematica soprattutto negli inverni rigidi) attraverso nuove infrastrutture di import (Tap ma non solo) o l’aumento della nostra capacità di rigassificazione. In quest’ultimo caso, nella Strategia si privilegia la realizzazione di un impianto galleggiante da circa 4 miliardi di metri cubi annui.