la Repubblica, 11 maggio 2017
Jonathan Lethem: «Il giocatore sono io»
NEW YORK Il decimo romanzo di Jonathan Lethem, “Anatomia di un giocatore d’azzardo” (La Nave di Teseo, traduzione di Andrea Silvestri), è un libro che affronta il tema del gioco per raccontare la psicologia di un uomo tormentato. La matrice dostoevskiana è evidente, ma nelle mani dello scrittore newyorchese lo spunto diviene l’inizio di un’avventura esistenziale piena di sorprese narrative che tornano ancora una volta sui temi che gli stanno maggiormente a cuore: la possibilità di una politica radicale e anarchica, il senso di vuoto per la mancanza di una madre, il fascino per la cultura underground e per i generi letterari popolari, l’inaffidabilità dei ricordi, e, infine, la riflessione sul senso ultimo dell’esistenza alla luce di una malattia grave e inaspettata. Sin dalle prime pagine, il tono è tragicomico e lo sviluppo picaresco: Lethem mescola con abilità i generi e fa del protagonista Bruno Alexander un antieroe che affascina soprattutto per le sue debolezze. Lo stile è veloce e si ha costantemente la sensazione che l’autore si diverta a giocare con i nomi (Tira Harpaz, Garris Plybon, Edgar Falk, Keith Stolarski, Madchen Abplanalp), le ambientazioni (Berlino, Singapore, la baia di San Francisco) e le situazioni sorprendenti: Bruno scopre di avere virtù telepatiche. Ma nulla colpisce maggiormente del fascino per il gioco d’azzardo e per i suoi rituali.«Sono un giocatore, e sono il primo a esserne affascinato» racconta Lethen nel suo ufficio della Pomona University, dove è letteralmente sommerso di tesi da correggere entro la fine del semestre. «Credo poi che il gioco d’azzardo offra enormi opportunità per sviluppare la psicologia dei personaggi. Oltre, ovviamente, a straordinarie potenzialità drammaturgiche».
Lei sembra prendere il modello dostoevskiano per abbandonarlo rapidamente.
«È proprio così: credo che Il giocatore sia un capolavoro, ed è stato anche il primo libro di Dostoevskij che ho letto – ammetto che all’epoca lo scelsi perché era breve – ma ho cercato di dare alla mia storia un’identità differente, tenendo a mente anche altri scrittori come Don Carpenter e Walter Tevis».
Cosa la affascina del gioco, al di là delle sue potenzialità narrative?
«Il fatto che ti ritrovi in un’arena artificiale, nella quale metti in gioco una versione della tua vita che è insieme reale e irreale, e che significa tutto e niente».
Quali sono i giochi che pratica?
«Il poker, e sono un giocatore di medio livello: per distanziarmi nel libro parlo invece di backgammon, tra i più antichi esistenti, che comunica un’idea di intelligenza e raffinatezza estranea ad altri giochi, e anche di mistero ed erotismo».
Il suo è un piacere, un hobby o una dipendenza?
«È una fuga, ma per fortuna è ancora un piacere: ho visto troppe persone dipendenti dal gioco che sono finite in rovina».
Se le chiedessi di descrivere in una sola frase di cosa parla il libro, che direbbe?
«Racconta di cosa rimane quando una persona viene smembrata e fatta a pezzi. Quando perde tutto quello che ha. È una discesa nel sottosuolo, per citare ancora una volta Dostoevskij. O, se preferisce, che cosa significa essere un uomo di mezza età».
Esistono veramente i manager dei giocatori d’azzardo?
«Non ufficialmente. Ma nel mio caso si tratta di un riferimento a un grande film: Barry Lyndon di Stanley Kubrick, tratto dal libro di William Makepeace Thackeray. Qui c’è un personaggio, chiamato “il barone”, che spiega che il gioco d’azzardo può essere un modo per entrare nelle dimore importanti».
I nomi che ha scelto per i personaggi del libro sono divertenti e ricercati.
«Ci tengo a dire che Tira Harpaz esiste davvero e che ho vinto la possibilità di usarne il nome ad un’asta al Liceo La Guardia. E Madchen Abplanalp è un altro nome autentico preso direttamente dall’elenco telefonico».
Ha studiato di persona tutti i posti presenti nel romanzo o li ha ricreati con la fantasia?
«Sono andato a fare ricerche ovunque, in particolare a Berlino, dove sono rimasto cinque mesi. Era da tempo che volevo scrivere di questa città».
Quanto c’è di Jonathan Lethem in Bruno Alexander?
«Non esiste personaggio dei miei libri che non abbia qualcosa di me, quindi vale anche per Bruno. Ma in questo caso è soprattutto un misto tra alcuni amici del college e Geoff Dyer (l’autore britannico di Natura morta con custodia di sax, ndr), con cui ho passato del tempo a Singapore».
Dyer come ha reagito?
«Non glielo ho mai detto, ma ormai l’avrà saputo».
Lei ha fatto il pittore e ha realizzato animazioni.
«Credo che quell’esperienza sia ancora viva, e spero sinceramente che i miei libri abbiano qualità pittoriche o scultoree».
Perché poi ha scelto di fare lo scrittore?
«Amo troppo il linguaggio, e il rapporto tra narrativa e tempo».
La sua scrittura nasce spesso da altre opere? Non crede che debba nascere invece dalla vita?
«Non ho mai percepito questo come una divisione. L’arte è l’aria che respiriamo».
C’è chi ha scritto che il libro somiglia sia all’opera di Thomas Pynchon che a quella Ian Fleming, l’autore di 007.
«Thomas Pynchon è stato citato per via della controcultura californiana. Ovviamente mi lusinga, ma non ci avevo mai pensato: la realtà che descrivo io l’ho vissuta realmente. E sinceramente non sono mai stato un fan di James Bond: preferisco i libri dello scozzese George Mac-Donald Fraser (che pure ha sceneggiato un film di 007, Octopussy – Operazione Piovra, ndr), a cominciare da Flashman».
Lei ha scritto ripetutamente di Bob Dylan, per cui nutre unla vera e propria venerazione: che cosa ha pensa del Nobel per la letteratura?
«Ne sono divertito e deliziato, anche per come ha tenuto ferma la sua provocazione: è quello che ha fatto tutta la vita, e sono felice di vedere che è ancora in grado di farlo e di essere Dylan».